Nell'ultimo mese

Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 12

  • Scritto da Eliogabalo

Il dodicesimo episodio di un racconto inedito di Eliogabalo pubblicato a puntate su IteNovas.com

A quel tempo lui aveva altro da raccontarmi, come per esempio del nuovo mondo che si apprestava a vivere, con tutto quello che aveva lasciato prima di partire alla volta dell’Africa.
Quando iniziò a parlarmi del suo dopoguerra, di ciò che sarebbe stato di lui una volta presa la decisione di sposare Vittoria, la morte pensò che aveva concesso abbastanza al tempo dei ricordi.

Era gennaio. Un gennaio atipico che decise di non colorare di bianco le campagne. Arrivò stanco già dal primo giorno dopo il 2015 ormai passato, e così rimase. Fiacco, sconsolato e sembrava portasse con sé il peso di un inverno che tardava ad arrivare.
Nella seconda metà di quel mese, andai a casa di Salvatore per vedere se fosse ancora possibile ingannare il tempo per perderci nel passato. Era una speranza viva dentro di me.

Pensare anche solo per un attimo di poter eludere i guardiani di questa divinità e provare a bloccare il flusso continuo degli avvenimenti, come fece Salvatore tanto tempo fa, era qualcosa per il quale sarei sceso a patti con l’Onnipotente.
Mettere il piede oltre il confine dello scibile umano, e ripercorrere a ritroso la storia del mondo, in silenzio senza che nessuno se ne potesse accorgere. Chissà che sorta di custode del tempo sarei diventato.
In quel giorno ci sedemmo nuovamente intorno a un tavolo, convinti di poter fare ciò di cui vi ho appena parlato, per poi ritrovarci nel presente, alla fine del racconto, un po’ più maturi. Un po’ più cresciuti.
Il suo viaggio stava per terminare. Sarebbero passate altre due settimane prima che i due amici di natura opposta, avessero avuto la possibilità di vedersi effettivamente per la prima volta.
Nei suoi occhi, quel giorno, nonostante tutto, non ho visto nemmeno una piccola traccia di paura. Nemmeno un velato accenno di trasalimento, nonostante il suo fisico ricordasse alla mente che il capolinea era vicino, e che bisognava iniziare a preparare i bagagli per l’ultimo viaggio verso l’eternità.

Pensavo che questa sua tranquillità fosse sintomo di incoscienza, un chiaro indizio di inconsapevolezza riguardo a quello che da lì a breve, l’avrebbe visto protagonista nel suo tramonto.
Ma dopo un attenta analisi, ho capito che se c’era un inconsapevole in quella stanza, il giorno, quello non era di certo Salvatore, ma un ragazzo di molti anni più giovane.
Perché dico questo? Perché lui sapeva già tutto. Non era al corrente del giorno esatto, ma era conscio che il tempo stava per scadere.
Un uomo come lui non poteva essere all’oscuro di quei cupi passaggi, non dopo avere capito quale fosse l’essenza della morte.
Conosceva il suo fisico e la sua anima, ed entrambi gli dicevano chiaramente, attraverso avvisaglie di ogni tipo, quale fosse la natura della loro stanchezza secolare che, al contrario di quello che si possa pensare, non abbacchia l’uomo, ma lo rende pronto per il passo successivo.

Ma tutto questo non aveva nessuna rilevanza quando, appena accomodato nella sua cucina, senza locuzioni preliminari mi disse: “La guerra era finita vero? Sì Sì ora mi ricordo dove eravamo rimasti. Beh, come si suol dire, si chiude una porta, si apre un portone, quindi finita una guerra, ne sarebbe iniziata sicuramente un'altra. Al tempo nessuno la pensava così. Nessuno poteva pensare che dopo tutto quello che era successo, si avesse ancora voglia combattere. Il mondo era stanco, noi eravamo stanchi. Ma i padroni di questo nuovo ordine non lo erano affatto. A me non me ne importava niente. Io mai sarei andato di nuovo a combattere chissà dove con un fucile in braccio, no signore! Non dopo ciò che quella guerra aveva lasciato a noi poveracci. Al tempo c’erano tante cose da fare per riparare i danni provocati. Non avevamo tempo per pensare, ma allo stesso tempo eravamo tristi. I miei amici non c’erano più. Alcuni tornarono ma tornarono pazzi. Dio solo sa cosa furono costretti a sopportare. La maggior parte di loro furono stanziati in Albania, e la o combattevi contro i greci oppure contro i banditi albanesi, e loro sì che sapevano come torturare un uomo. Altri invece se ne andarono in Russia e da lì non tornarono più.” Prese il bicchiere colmo d’acqua dal tavolo con mano tremolante, e dopo aver sorseggiato il tanto giusto per schiarirsi la voce, riprese a parlare con una sottile vena di sconforto. Disse: “La Russia! Ma tu lo sai dov’è la Russia? Ah? Noi non lo sapevamo. Sapevamo solo che era un posto lontano, più lontano della Luna, e solo dopo tempo, quando si scoprono le cose, si viene a sapere che i tuoi compaesani con tutta probabilità non sono stati nemmeno uccisi da un proiettile, ma sono morti sotto la neve, congelati. Ah sì, in Russia a quanto pare faceva freddo, e il vero nemico non erano le pedine di Stalin ma l’inverno.

Ma io di guerra a quel tempo non ne volevo sentire parlare. Piangevo i miei amici la notte, quando nessuno mi poteva vedere o sentire, ma per il resto del giorno non potevo concedermi a questo lutto più di quanto non avessi già fatto sotto le armi. Non potevo permettermelo, così che quando i riorganizzatori del nuovo sistema mondiale, decisero che era il caso di debellare la malaria dalla Sardegna una volta per tutte, non aspettai un solo istante a farmi avanti come volontario. La paga era buona e Vittoria aveva bisogno di un marito, non più di un contadino senza una lira. Inoltre era un buon modo per dimenticare anche se non succede mai” Si lasciò andare a sospiri profondi verso il soffitto, mentre si adagiava sulla sedia, riflettendo su ciò che aveva appena detto. “Ah sì, le cose non si dimenticano, il male resiste alla volontà del bene di sopprimerlo nei ricordi, e il bene resiste per compensare la presenza del male. Ma non si dimentica mai niente. Come il giorno che decisi di prendere in sposa quella donna. Eravamo ancora giovani, vogliosi di vivere. Volevamo costruire qualcosa che non fosse contaminata dalla povertà o dalla violenza che ci aveva visto crescere. E così sotto un grande salice le chiesi di stare accanto a me per il resto dei nostri giorni e lei disse sì. Senza pensarci un attimo. Oh mio caro, sono passati quasi settanta anni e ancora capisco quanto la mia vita abbia avuto senso grazie a lei. Capisco ancora allo stesso modo di un tempo, cosa voglia dire avere tanto amore per lei, vicino a lei per sempre. Ma voi queste cose non potete capirle. Avete frainteso ogni cosa e avete confuso persino il significato della parola amore. Mi ritrovo ora alla fine dei miei giorni. Per alcuni di voi potrò sembrare solo un povero vecchio, ma dentro di me, oltre la mia grande stanchezza di vivere, provo ancora quelle passioni di un tempo che bruciano con la stessa intensità.”

Quelle parole mi colpirono in particolar modo. Pian piano iniziavo a immedesimarmi in quella storia troppo lontana dalla mia vita, e coglievo anche se non con perizia metodica, tutti i piccoli insegnamenti che si celavano dietro ogni considerazione. Non aveva torto nel dire che noi certe cose non potevamo capirle. E io sarei stato un bugiardo se avessi esternato anche solo un piccolo cenno di disappunto. D’altro canto, per essere realisti, è logico non comprendere a pieno questi significati, poiché non ho ancora vissuto il tempo necessario per poterli cogliere, ma allo stesso tempo mi sorge un quesito: Avremo mai la stessa fortuna d’essere pionieri di noi stessi e delle nostre passioni? Francamente me ne frego di ogni viaggio introspettivo che possa portare a pensare noi stessi nei modi migliori possibili. Ritengo più appropriato prendere spunto dalle sue parole per poter ragionare su chi siamo (chi sono) ora. Che armi abbiamo a nostra disposizione? Ma soprattutto vorrei comprendere il perché ci viene così difficile emanciparci dal nostro mal di vivere. Vorrei fossero esagerazioni le mie, ma non lo sono, poiché mi guardo intorno, e mi rendo conto che tutto quello che si può percepire dalle parole di uomini, come per esempio Salvatore, non trovano terreno fertile tra di noi. Naturalmente non generalizzo nel esprimermi, ma penso che il tempo e l’ottusità ci abbiano resi diversi, in senso negativo, da chi ha vissuto prima di noi, non soltanto a livello concettuale ma soprattutto a livello pragmatico. Siamo come contadini incapaci di coltivare una terra fertile, o almeno che un tempo era fertile.

Tengo a precisare che queste sono considerazioni generali non di natura catastrofica, ma realistica. Non voglio dire che tutto quello che esiste nel presente sia sbagliato, ma allo stesso tempo penso che in qualche modo si continui ad andare alla deriva su una nave condotta da un timoniere ubriaco. A modo nostro, per certi aspetti, anche noi stiamo seguendo una rotta sbagliata sulla nostra Vittor Pisani.

In ogni caso, Salvatore Bassu, o qualsiasi uomo come lui, non sono esempi da seguire passo per passo. Sono immagini. Immagini che via via diventano più sfuocate, che risaltano valori che sono andati persi lungo il percorso di crescita del genere umano. Io non sono nessuno per dirlo, ma come ho già detto, sono uomo tra gli uomini, figlio della stessa società, che scrive solo ciò che il lavoro che svolge e il mondo che vive, gli mandano di riflesso.

E per quanto riguarda le passioni? Quelle che bruciano ancora dopo quasi cento anni? Mi sento di dire che: sì esistono, e in alcuni casi possono essere persino ingombranti. Ma che valore hanno? Quanto sono pure? A queste domande purtroppo non so rispondere, ma mi piace immaginare che abbiano radici profonde, e che in qualche modo ci possano spingere a immaginare, sognare e amare, così da non farci sentire in totale difetto nei confronti di chi ci ha preceduto.

Ma lasciate perdere per un attimo le mie chiacchiere e provate a immergervi, per quanto vi è possibile, in quel tempo che vide l’amore di Salvatore trionfare su ogni cosa…


INDICE DELLE PUBBLICAZIONI:

Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 1

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