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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 7

  • Scritto da Eliogabalo

Il settimo episodio di un racconto inedito di Eliogabalo pubblicato a puntate su IteNovas.com

Dopo un sorso d’acqua ci disse: “Dopo due giorni e mezzo di navigazione, giuro di aver sentito nel vento il profumo di casa. Era là, oltre la foschia, oltre l’orizzonte marino. Provai ad allungare la mano verso il nulla con gli occhi chiusi per riuscire a toccarla, per poter sentire tra le mie dita l’erba fresca dei pascoli e la ruvida roccia che spunta nei campi tra il fieno. Ma il risultato fu solo una mano bagnata dagli schizzi di un mare agitato e la consapevolezza che, quella nave, ci stava portando in un posto che di familiare non aveva niente.

Sospirò a lungo con malinconia, come se, in quell’istante avesse provato la stessa nostalgia di casa del tempo. Forse quei sentimenti erano ancora troppo accessi dentro di lui, tanto da farlo commuovere nel ricordarsi così solo in quella nave da guerra e così impreparato per il nuovo mondo che andava a conoscere. Un mondo diverso da quello che provò a vivere non molto tempo prima.

Ma Salvatore era un uomo composto, che mai lasciava trasparire tristezza e paure. La sorte l’aveva beffato e si preparava a metterlo alle corde, ma lui, con fare da signore, iniziava a rimboccarsi le maniche e a invitare la catastrofe a farsi sotto, nonostante il suo corpo all’interno fosse invaso dal quel terrore combinato alla voglia di vivere, che solo chi combatte per preservare la propria anima può conoscere.

Con il suo portamento ereditato da un instancabile grande uomo, riusciva a regalare agli altri un innato senso di sicurezza. Così come fece anche quel giorno, quando costeggiò la sua amata isola che giocava a nascondino con il vento e il mare, mentre tutti gli altri, arsi dalla paura e dai mali della navigazione, decoravano il fianco della Vittor Pisani con lacrime e vomito.

“Successe tutto in un attimo.” Riprese Salvatore. “Ci volle un po’ per capire cosa fosse successo e per racimolare la lucidità necessaria per mettersi in salvo. Ricordo un sibilo e poi subito dopo un bagliore che investi la parte centrale della nave, seguito dopo pochi secondi da un botto tremendo. La sirena suonò e tutti iniziarono a gridare ordini sconclusionati al vento. Ci avevano colpito. La guerra per noi, improvvisamente, era iniziata. Non ricordo molto poiché l’adrenalina e la paura del momento mi spinsero ad agire d’istinto e se devo dirti la verità, non saprei raccontarti nei dettagli come riuscii a salvarmi. La nave aveva preso fuoco, e delle esplosioni continue, forse di serbatoi, mezzi e ordigni, la tranciarono in due metà perfette che pian piano convergevano nell’epicentro della deflagrazione, affondando metro dopo metro, come se fossero risucchiate da un vortice infernale. Noi che non eravamo feriti gravemente, abbiamo cercato di salvare più gente possibile, ma alla fine siamo stati costretti a lasciar morire la maggior parte di noi. Io e altri compagni siamo riusciti a prendere una delle poche scialuppe che non erano state distrutte, e con la forza che l’istinto di sopravvivenza ci concesse, siamo riusciti a calarci in mare. Si salvarono cinque scialuppe e nemmeno cento di noi. Abbiamo  preso il largo da quel inferno di fuoco, navigando alla deriva per tre giorni prima di essere salvati dalla nave ospedale Santa Chiara. La Vittor Pisani ci mise cinque ore prima di sprofondare del tutto, e quello che rimase di lei erano solo i corpi galleggianti di chi non ce l’aveva fatta.

La morte conosceva bene questa storia. Lei, dopotutto, era lì il giorno a osservare quegli esseri imperfetti che, pian piano si adagiavano sul fondo del Mediterraneo a poche miglia dall’Africa.
La sapeva a memoria, e se dovessi immaginare la sua espressione nel sentire il racconto di questa disfatta, penserei a lei con un sorriso beffardo come a dire: eh sì, l’ho architettato proprio io, hai visto cosa so fare?
Ma io posso solo immaginare, mentre l’unico in grado di poter descrivere l’espressione della morte era Salvatore. Lui che il giorno che rischiò di non tenere fede al patto stipulato con Vittoria, la vide camminare sul ponte di prua, mentre il fuoco divampava e uomini disperati urlavano terrorizzati.

“L’aria era irrespirabile. Sentivamo l’odore della carne che bruciava, e il rumore della nave che si contorceva, ci seguì per diverse miglia durante la fuga. Le urla dei nostri compagni cessarono dopo poco tempo e, mentre andavamo via come dei vigliacchi, dietro di noi lasciavamo un silenzio tombale agghiacciante.” “Perché dei vigliacchi?” Chiesi io. “Perché sì”. Rispose bruscamente come se la domanda l’avesse innervosito. “Perché anche noi saremmo dovuti morire con loro. Perché noi no e loro sì? Cosa abbiamo fatto di diverso da loro per poterci salvare? So che sbaglio a dire  queste cose, ma il peso della casualità del destino non sono mai riuscito a sopportarlo. Ho passato tutta la vita a sognare i volti di chi morì senza nemmeno capire cosa stesse succedendo. Per il resto dei miei giorni ho sentito il tremendo cigolare di una nave che colava a picco fino ad arrivare alle porte dell’inferno. Certe cose non si possono dimenticare.”

Salvatore dopo quest’ultima affermazione mi disse di andarmene, poiché avevo saziato a sufficienza la mia curiosità e perché le mie domande l’avevano stancato. Io mi alzai mortificato e destabilizzato dalla storia appena ascoltata, poiché mi lasciò una tristezza difficile da poter esprimere. Pensate che non sono riuscito a spiegarla nemmeno a me stesso. Lei invece, l’altra ascoltatrice silenziosa, so di per certo che rimase accanto a lui quel giorno. Mise da parte la sua inquietante professione e lo accompagnò in un sonno liberatore, capace di placare dopo più di settant’anni la pena che colorava con tinte opache i suoi sogni. Ve l’ho detto in tempi non sospetti che loro due erano amici. E quando l’ho fatto non scherzavo. Lei sapeva che a breve avrebbe potuto parlare e confrontarsi con lui, così che potessero recriminare a vicenda le loro colpe. E fu proprio per questo motivo che decise di non lasciarlo andare via dal mondo dei mortali con troppe preoccupazioni e rimpianti.
Di quelli ne avrebbero parlato insieme una volta finito tutto.

Io invece, dal mio canto, rimuginai e riflettei su tutto ciò che mi disse Salvatore fino ad allora, e in questo tumulto di pensieri e riflessioni, venni travolto da un mare di confusioni e incertezze che solo quell’uomo avrebbe potuto chiarire. Avevo bisogno di capire tante cose. Cose che, solo quando finirà la storia, vi dirò con estrema sincerità se hanno trovato soluzione o meno.
Sta di fatto che dopo qualche giorno, Salvatore mi disse che la sua storia non era finita, e che se avessi avuto il coraggio di ascoltarlo ancora, sarei dovuto andare a casa sua  e finire ciò che avevamo iniziato.

Quando tornai da lui, senza perdersi con inutili convenevoli mi disse subito che dopo essere stati recuperati dalla Santa Chiara sporchi, affamati e feriti, furono trasportati nuovamente in Italia, in Sicilia per la precisione, dove avrebbero trovato cure adeguate e sarebbero stati rimessi in forma per partire nuovamente alla volta della Libia.

Disse che la Santa Chiara fu una delle visioni più piacevoli della sua vita. Beh dopo aver navigato per tre giorni e tre notti, con la paura di essere silurati e con la fame che indeboliva la carne e straziava lo spirito, non stento a crederci. Il periodo trascorso in Sicilia fu davvero breve. Nel giro di due settimane quello che rimase della divisione Littorio, venne rimesso in piedi e preparato per la partenza, in aereo questa volta. Le armi e i mezzi sarebbero stati fatti arrivare a destinazione nuovamente via mare, con la speranza che questa volta non incontrassero qualche siluro inglese vagabondo sotto il pelo dell’acqua.

Successe quindi che, dopo innumerevoli lettere spedite alla famiglia e a Vittoria, Salvatore, con lo stesso sentimento di paura e malinconia che caratterizzò il suo primo viaggio, salì su un imponente aereo militare che avrebbe portato lui, i suoi compagni superstiti e altri disgraziati, in Africa prima dell’ora di cena. Questa volta tutto sembrava pronto. Questa volta, con tutta probabilità, sarebbe arrivato veramente in Africa a guidare i carri armati nel deserto,  per liberare la strada alla marcia trionfale fino ad Alessandria d’Egitto.

All’ora di cena di un caldo 5 luglio del 1941, Salvatore Bassu, mise piede in Africa per la prima volta nella sua vita. Non ci fu tempo per pensare alla magnificenza della cosa, poiché la guerra da tre anni ormai era l’unica preoccupazione che un uomo doveva avere, e da subito bisognava essere pronti a organizzare i propri armamenti.

Il giorno dopo il loro arrivo, la divisione Littorio venne aggregata alla divisione Ariete comandata dal colonello Adriano Di Stefano, che da subito si dimostrò un osso duro con cui avere a che fare.
Era un uomo proveniente dalla sconosciuta Basilicata, alto, moro, occhi azzurri e un fisico d’atleta. Un uomo dal pugno di ferro, ma allo stesso tempo cane bastardo della geniale volpe del deserto tedesca.

“ La prima cosa che dovete fare voi, contadini pidocchiosi è prendere la vostra pala e scavare i vostri ripari e quelli per i vostri carri. Qua non ci sono scansafatiche o furbi di qualsiasi altro genere. Qua ci sono solo soldati pronti a vincere la guerra in onore del nostro e vostro duce”. “Era un bel benvenuto per noi non credi?” Mi disse Salvatore, visibilmente più rilassato, con un accenno di sorriso. “ E questo era niente in confronto a tutto quello che fummo costretti a sopportare, soprattutto dai tedeschi. Ogni tedesco che incontravamo lungo le nostre marce ci urlava: Italiani, qui si muore! Che bastardi spocchiosi. Ma sotto sotto avevano ragione.
Dopo pochi giorni dal suo arrivo in Africa Salvatore venne assegnato alla sua squadra e al suo carro “Savoia”, e non passò molto tempo prima di trovare...


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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 1

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