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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 14

  • Scritto da Eliogabalo

Il quattordicesimo episodio di un racconto inedito di Eliogabalo pubblicato a puntate su IteNovas.com

Morí due settimane dopo quell’incontro. In silenzio, si addormentò nel suo letto per l’ultima volta, accanto alla donna che riuscì ad amare più di ogni altra cosa. Se ne andò in un giorno uggioso di febbraio, allietato da una leggera brezza marina che coraggiosa, scavalcò la cinta di roccia basaltica posta a protezione del villaggio. In un tempo in cui i suoi compaesani davano il via a un periodo di fibrillazione eccezionale per il carnevale che bussava alla porte dell’inverno. Morí durante la notte, senza che nessuno se ne potesse accorgere. Ve lo dissi già in altre occasioni che Salvatore era un uomo composto, di poche parole, e quindi, la sua uscita di scena da questo spettacolo di una vita, non poté che essere pacata, elegante, senza troppe lamentele superflue. Il sipario calò sul suo mondo, e mentre il pubblico si perdeva in una giostra di applausi e urla festanti, lui nascosto dalle tende, in quel suo palcoscenico, salutò tutti con un movimento della testa appena accennato, prima di ritirarsi dietro le quinte, per incontrare finalmente la sua cara vecchia amica.

Colei che gli uomini hanno sempre rappresentato con sfumature macabre e in alcuni casi persino malvagie, senza mai esaltare la sua vera natura. Lei, che cela dietro le sembianze canoniche conferite dall’essere umano, la vera essenza di democrazia e di giustizia. Al suo cospetto gli uomini sono veramente tutti uguali. La natura crudele della morte non è altro che un artefatto dell’uomo, che con la sua presunzione pensò di potersi ergere a Dio supremo e di poter così sostituirla nella scelta di chi deve vivere o morire. Salvatore, nonostante tutto, ebbe la fortuna di poter concedere la sua vita al destino ineluttabile al quale è soggetta, e questo carattere ingovernabile, purtroppo, non gli diede il tempo necessario per raccontare ciò che fu la sua esistenza per oltre mezzo secolo dopo il suo matrimonio. Cosa questa, che in fin dei conti rende amara la possibilità di poter raccontare ancora di lui. Non perché non sia possibile parlare di ciò che fu, dopo essere diventato adulto per diritto di natura sta volta, ma perché la sua storia non troverebbe la rilevanza che si merita racchiusa in queste poche pagine. Una manciata di fogli che raccontano una vita durata quasi cento anni, possono contenere le mille peculiarità che si sono formate nel corso di un secolo? Io che Salvatore Bassu l’ho conosciuto, e tanti altri come lui, vi posso assicurare che non sarebbero bastate migliaia di pagine, per descrivere tutte quelle cose che solo con un confronto testa a testa si possono cogliere. Proverò nonostante tutto a dirvi quello che fu il nostro uomo dopo che, nel 1955, nacque il suo primo figlio. In un tempo in cui le grandi potenze in ballo in questa nuova guerra mondiale, scelsero l’isola di Salvatore come area strategica per il controllo del mediterraneo. Non aveva torto quando non troppo tempo fa, mi disse che finita una guerra ne sarebbe scoppiata subito un altra, poiché così accadde effettivamente.

Ci si ritrovò nuovamente a interrogarsi sul destino del mondo, e molte famiglie che patirono il disagio delle guerre passate, non riuscirono a scrollarsi di dosso il lutto che, imperterrito, si rinnovava ogni qual volta un soldato a loro caro veniva ucciso in terre straniere. Un continuum che tutt’ora non trova pace. Ok, forse la Sardegna non pianse i suoi abitanti come nelle guerre precedenti, ma in qualche modo lo fece lo stesso, e sapete perché? Perché questa terra che non riuscì a trovare la pace che si meritava, venne per l’ennesima volta schiavizzata, e costretta a sopportare il peso di una servitù militare arrivata senza chiedere il permesso. Si vide stuprata nel corso degli anni e messa in ginocchio dalla costante presenza di test bellici di ogni tipo, che nel tempo, grazie alla tecnica che galoppava imperturbabile sull’onda del progresso, diedero i primi risultati sconfortanti che l’ uranio impoverito utilizzato è disperso nel terreno porta con sé. Se ci si ferma a riflettere, anche se non con troppa attenzione, su questa sudditanza ancestrale che pervade l’isola dall’alba dei tempi, come un piccolo cancro che si espande sempre di più, verrebbe spontaneo chiedersi perché? Come è stato possibile? Che diavolo di fine ci aspetta? Salvatore quando nacque il suo primogenito, queste domande non se le faceva, poiché lui e Vittoria avevano passato troppo tempo a sfuggire dagli ostacoli della vita, e al tempo, non avrebbero voluto concedere il loro frutto alla precarietà dell’esistenza umana, ancor prima che emettesse i primi gemiti. Salvatore non sapeva perché non voleva sapere e allo stesso tempo, chi sapeva non voleva far sapere.

Ma come si suol dire i nodi vengono al pettine, sempre grazie alla nostra divinità che ci è amica solo se si accetta la sua natura temporale. Nodi dal carattere amaro, come amara e dolorosa è la cura per i mali che questo dramma del passato, che trova seguito nel presente e che con tutta probabilità si perpetuerà nel futuro, provocano sulla nostra pelle. Ma al tempo Salvatore, dopo aver combattuto la malaria in giro per l’isola, e dopo aver consacrato il suo amore all’ombra di una chiesa medievale, iniziava a vivere la vita che qualcuno gli aveva dato da vivere, e che lui condusse nel migliore dei modi, con la sua Vittoria e il loro figlio appena nato. Per l’Italia, apparentemente, erano tempi floridi, e di conseguenza uno strascico di benessere si sentì persino nell’isola delle fate e dei giganti. Per chiarirci, in Sardegna non era semplice avere il tanto per sentirsi benestanti, ma vi erano le opportunità per poter vivere una vita degna di essere vissuta, con il minimo indispensabile si intende. D’altro canto erano pur sempre periodi di crisi, soprattutto nel mezzogiorno italiano. Erano tempi quelli della mala amministrazione, della nascita delle prime industrie siderurgiche che introducevano il rivoluzionario piano di rinascita, dei minatori barbaricini immigrati nelle terre del sud Sardegna in cerca di impieghi fissi, poco prima del crollo delle attività estrattive. Erano i tempi dell’antracosi e della silicosi. Erano quelli, i tempi dei campi arsi abbandonati dagli agricoltori, che lasciavano i loro poderi in balia di pastori nomadi, mentre con gli occhi rossi dalle lacrime, si dondolavano al dolce ondeggiare del mare, navigando verso il nord in cerca di fortuna.

Era il tempo del grande esodo. Di coloro che pensavano che una vita migliore era possibile fuori da quella galera dalle sbarre di vento e mare. Tutto questo mentre Salvatore, nel suo villaggio continuava a lavorare i campi con suo padre, che al più presto l’avrebbe lasciato solo con la madre e i suoi fratelli. Poco prima di trovare un impiego in una nascente società elettrica, che lo costrinse a viaggiare e ad abbandonare il suo amato paese, alla volta di altri villaggi simili in tutto per tutto a quello che aveva lasciato, soprattutto per la malinconia tipica che ancora si racconta nelle nostre elegie. Eh sì, una vita in costante movimento per riuscire a trovare la tranquillità necessaria, affinché ci si potesse perdere nel proprio angolo di paradiso. In una casa magari, dove crescere una famiglia e vederla mutare, ampliarsi nel corso del tempo, fino a vedere i propri figli aver figli e questi ultimi avere figli a loro volta. Ma l’arrivo a questo traguardo non può essere regalato, e Salvatore questo lo sapeva bene, tanto da renderlo consapevole che, il riposo, l’avrebbe trovato solo una volta arrivato alla fine dei suoi giorni. Il tempo che non indugiava nella sua corsa, lo vide piangere per la morte di suo padre e sua madre. Lo vide salutare i suoi fratelli che partivano alla volta di un mondo troppo lontano da immaginare, e infine lo vide padre per la seconda volta, quando il governo nazionale decise di avviare un piano di rinascita per salvare la Sardegna che rotolava lungo il baratro dell’indigenza.

Un intervento che diede il colpo di grazia al settore agro-pastorale che stagnava in una crisi nera. Un provvedimento finalizzato all’industrializzazione dell’isola, per far sì che l’arretratezza, potesse essere solo un cumulo di polvere da nascondere sotto il tappeto. Un processo che proseguirà fino agli anni settanta, dove, citando Girolamo Sotgiu, l’unico avvenimento degno di nota, fu la vittoria dello scudetto da parte del Cagliari. Una grande bella iniziativa insomma. Affossare ciò che avrebbe potuto salvare la nostra amata terra, ovvero il settore agro-pastorale, invece che aiutarlo a migliorarsi. Una delle tante cose paradossali di questo provvidenziale piano di rinascita, fu la pretesa che in qualche modo servisse a combattere il fenomeno del banditismo, protagonista attivo della nostra storia. Non so, forse pensavano che si potesse sconfiggere come la malaria, stanziando fondi per eliminare i settori primari più preziosi per l’isola, con la vergognosa convinzione che fossero proprio l’agricoltura e la pastorizia i focolai di questo male. Io la penso in maniera differente. Magari sbaglio, ma sono convinto che la vera causa del banditismo fosse la povertà. Ecco, e ora dico che, è di questo ne sono convinto, se chi di dovere avesse aiutato il popolo a combattere la povertà, forse sarebbe riuscito a sconfiggere persino la tremenda piaga sociale del brigantaggio. Invece che cosa è successo? Ci hanno solo aiutato a fomentare la disgregazione sociale, e hanno reso la Sardegna un posto dove è sempre più facile tracciare una differenza tangibile tra chi ha tutto e chi non ha niente.

Il banditismo, come l’arretratezza che nonostante tutto ancora oggi ha un peso rilevante nella nostra società, hanno caratterizzato la nostra isola. Voglio dire che questi aspetti, sono appiccicati a noi come etichette che non riusciamo a togliere via, e questo perché? A dir la verità non lo so nemmeno io, ma Salvatore lo sapeva. Lui era protagonista di quei tempi dove la mediocrità di coloro che si proposero di cambiare la nostra realtà zoppicante, era parte integrante della politica. Lui mi disse, un giorno mentre si chiacchierava del più e del meno riguardo lo scatafascio generale del mondo, “dai a un uomo la possibilità di mangiare, di avere una casa, e il tanto necessario per vivere dignitosamente, e vedrai che parte del male verrà estirpato”. Aveva proprio ragione. Ah che dire, Salvatore ora non c'è più, e mai come ora che riscrivo parte delle sue testimonianze, mi rendo conto dell’importanza delle sue parole. Ho capito quanto sono necessari gli insegnamenti appena sussurrati dei nostri genitori, dei nostri nonni, e di quanto un’infinita di volte ci abbiano potuto salvare dal perderci. Beh la nostra storia sta terminando, e l’ultimo mio pensiero va a proprio a la gente come Salvatore, la quale quando ero piccolo osservavo con curiosità, nel loro vivere a tratti quasi maldestro ai miei occhi. Non riesco a non pensare a quando con le scuole, ogni 4 novembre, si andava a onorare i caduti in guerra davanti al monumento nella piazza della chiesa del mio paese, e a quanto non riuscissi a capire del perché gli occhi di uomini come Salvatore Bassu, si bagnassero di lacrime ascoltando le benedizioni impartite dal prete. Eppure ogni 4 novembre, Salvatore, vestito con la sua vecchia uniforme, e con la medaglia adagiata sul petto, ricordava, e solo ora ho una vaga idea di quale fosse la natura dei suoi pensieri. Salvatore Bassu era un uomo di poche parole....


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