Nell'ultimo mese

La prima regola degli Shardana di Giovanni Floris

  • Scritto da Effe_E

In una trama ricca di colpi di scena, avvincente come un film, Giovanni Floris sorprende tutti con una nuova, folgorante declinazione della commedia all’italiana: la commedia alla sarda.

Incipit

NÙORO, 15 LUGLIO, ORE 21.48

La cosa più strana è che vedendosi poggiare il coltello sulla gola Giuseppe pensa: Da quant’è che non lo avranno lavato?

Guarda la lama, da vicino. Si scambia un’occhiata con Raffaele e con Sandro. Non sa dire chi dei due lo abbia messo nei guai. Le responsabilità questa volta sono indefinibili, senza confini netti. Tanto che gran parte sente di averne lui stesso.

Come dicono da queste parti? Caddu lanzu, musca meda. Al cavallo magro molte mosche. Significa che al povero vanno le disgrazie, significa che quanto più uno è messo male, tanto più tutto gli precipita intorno. E se pensa a Raffaele e Sandro il concetto non fa una grinza.

Ma lui non è messo male. Lui è Giuseppe Rodàri, cazzo.

E qui in Sardegna... Dopo tante traversie, non si era messo finalmente tutto a girare per il verso giusto?

Fino a cinque minuti fa, avrebbe detto di sì.

Omar Di Rocco probabilmente è il peggiore dei Di Rocco. Il più cattivo. Quello che a stare con un coltello in mano dentro questi spogliatoi che puzzano di piscio ci gode.

Qui dentro ormai faranno cinquanta gradi.

Da fuori la folla continua a ritmare: “In-fer-ru, In-fer-ru, In-fer-ru...”.

“Aspettano voi, signorine,” sillaba Omar nella sua inconfondibile parlata slavo-romana. “Avete quarantacinque minuti per farci godere. Non ci deludete, campioni. Fatelo capire a quei disperati che giocano con voi. Specialmente ai due negri. Spiegategli che dovete uscirne con le ossa rotte. Sempre meglio che con la gola aperta, no?”

E mima l’atto muovendo in orizzontale la lama del coltello davanti al collo di Giuseppe. Senza toccarlo. Per ora.

Giuseppe chiude gli occhi e deglutisce, come se fosse l’ultima volta che può togliersi il gusto di farlo. Che poi, in realtà, non riesce a pensare ad altro: Quel coltello andrebbe disinfettato prima dell’uso.

Raffaele e Sandro sono come paralizzati. Osservano, ma non riescono a proferire parola.

Michela apre la porta dello spogliatoio di botto: “Ragazzi, si va? Dai che vi stanno aspettando!”.

Giuseppe sente come un soffio di vento. Omar è scomparso. Si gira, lo cerca con lo sguardo, lo trova nello spazio docce, invisibile a Michela. Il gigante si porta l’indice sulle labbra, come a dire: “Silenzio!”.

“Be’, che c’è?” chiede impaziente la ragazza. “Non sarete stanchi? C’è una partita da vincere, ragazzi!”

I suoi begli occhi verdi brillano.

I tre uomini si guardano.

C’è una partita. Da vincere?

Nessuno dice una parola.

È il momento di tornare in campo.

ROMA, DUE MESI PRIMA

1.

Un angelo. Gol sotto al sette, di testa, girata in tuffo. Il cross arriva teso, da calcio d’angolo. Giuseppe sente il pallone che lo chiama a sé. Gli corre incontro. Con la coda dell’occhio guarda velocemente alla sua sinistra, inquadrando lo specchio della porta libero tra il portiere e il palo. Poi (ma è questione di una frazione di secondo) si concentra sul pallone, salta e... bam! Impatto secco e la sfera vola a 100 all’ora (almeno) sotto l’incrocio dei pali. Portiere incolpevole, arbitro che fischia il gol, Giuseppe che plana a terra.

Sulla panza.

Lo stadio esplode, i compagni di squadra increduli gli si lanciano addosso, festeggiando l’insperato 2 a 2.

Al novantesimo. L’arbitro fischia tre volte, è finita.

E non è un sogno.

Certo, non è la Champions: è il torneo dei padri. Giuseppe gioca con i “padri dei 2005”, e gli avversari sono i temuti “padri dei 2007”. Ma cazzo... un gol così non lo faceva da quasi trent’anni.

Esce dal campo a braccia alzate, cantando inni di vittoria e guardando verso gli spalti, dove ci sono moglie e figli.

Un mito.

Dopo un gol così, pensa, ha risolto il rapporto con la discendenza per i prossimi cinque o sei anni. Arriva negli spogliatoi, si siede sulla panca. Canta e festeggia con gli altri. Poi fa per alzarsi, e sente come una lama dietro la schiena.

Bloccato.

Il colpo della strega.

Prova a non dare nell’occhio, continua a cantare ed esultare, ma i muscoli del viso sono troppo contratti. Un compagno di squadra lo nota, lo accompagna a braccia fuori dallo spogliatoio. Lo consegna alla moglie.

“Grazie tante, ci penso io,” sorride lei. “E complimenti per la vittoria! Andiamo, caro. ” Anna, la moglie di Giuseppe, è una donna alta, con i capelli castani, che dimostra dieci anni meno della sua età. Non perché si faccia tirare, anche se potrebbe, ma perché le uniche rughe sono quelle d’espressione attorno agli occhi, che le regalano un’aria scanzonata da ragazzina.

Giuseppe, stasera, non è in condizioni di apprezzarla.

“Hai visto che gol?” riesce a gracchiare tra una fitta e l’altra.

“Fantastico, caro. Vero, ragazzi?” Gli passa un braccio dietro la schiena e lo trascina fuori come un sacco di indifferenziata, mentre i figli annuiscono e portano la borsa (in realtà non lo hanno visto, giocavano col telefonino del più grande). Giuseppe si lascia incastonare nel sedile dell’auto.

E immobilizzato dalla cintura di sicurezza, mentre comincia a piovere e i tergicristalli portano via l’acqua dal vetro, mentre i ragazzini dietro ridono e scherzano litigandosi lo smartphone, mentre la moglie preoccupata gli domanda come va la schiena, lui pensa: Un angelo, cazzo. Un angelo. E chi s’addormenta stanotte.

2.

Raffaele saluta padre e madre sulla porta del suo ufficio. La parola ufficio va intesa in senso lato perché, non svolgendo Raffaele alcuna attività, nessuno sa a cosa servano quei locali vicino piazza Fiume, un appartamento-studio che divide con un avvocato sulla cinquantina e un giovane psicologo. L’avvocato è un suo amico da sempre, Sandro Parisi. Sandro è quello che a Roma viene comunemente definito un “parafangaro”, campa di piccoli incidenti d’auto e porta a casa la giornata impapocchiando truffe alle assicurazioni, rimediando certificati medici per furbetti che si sono fatti tamponare.

Per lo psicologo Claudio Becchetti non ci sono parole. I muri dell’appartamento di piazza Fiume sono sottili, e Raffaele sente tutto. Riesce a visualizzarlo, ciuffo trasandato, barbetta finto-incolta, mentre snocciola ai suoi pazienti una cazzata dopo l’altra, oppure si frega la paziente del venerdì. Michela, la sorella di Sandro, che svolge (malpagata, quando riescono, e comunque in contanti) funzioni di segretaria per i tre “professionisti” in co-working, giura che prima o poi entrerà a interrompere annunciando che a sorpresa è arrivato a prenderla il marito.

Considerando che è venerdì, e la paziente è appena arrivata, Michela capisce perché Raffaele sia così ansioso di accompagnare alla porta i genitori, che sono venuti a trovarlo. Strano, perché difficilmente si muovono dalla Sardegna, di questi tempi. Da dietro la sua scrivania in anticamera, Michela guarda Raffaele sistemare l’impermeabile sulle spalle della madre, che si trascina appoggiandosi a un bastone col manico argentato.

“Copriti, ma’, che c’è un po’ di vento.”

Che bravo figlio, però, pensa la ragazza intenerita. E che bravo padre; pensare che gli è toccata in sorte quell’ingrata di una figlia che si fa pagare la bella vita a New York.

“Buonasera, signora,” Michela si alza e tende la mano. Il volto di Iole si apre in un sorriso radioso, quasi che l’abbagliante verde degli occhi di Michela bastasse a scacciare la nuvola che qualche ora prima, durante un pranzo a dir poco teso, le ha piazzato sul capo il torvo sguardo della nuora.

“Ciao bella mia, e tanti saluti anche a tuo fratello!” risponde.

“Gli dispiacerà non avervi salutato, signora. Ora Sandro è dal giudice di pace,” riferisce gentile Michela. “State bene, tutti e due, mi raccomando!” aggiunge includendo nell’auspicio anche Pietro, il padre di Raffaele, un signore piccolo e magro, ma solido. Lui la guarda e la valuta. Come fa sempre. Un lampo in quelle pupille nere e inquiete. Se la studia, ancora una volta. Dopo quel che gli ha combinato Raffaele sposando sa bagascia, ce ne vuole prima che si fidi di una donna che ronza intorno a suo figlio. Perché Pietro, questo bisogna riconoscerglielo, sta sempre un passo avanti.

“Però... Bella è bella...” bisbiglia udibilissimo a Raffaele, a mezza bocca. Il figlio avvampa, fissa le mattonelle biancastre del pavimento, farfuglia.

“Ma smettila, babbo...”

Michela. La sorellina di Sandro, il suo compagno del liceo. Quando loro si facevano le canne, lei si faceva gli omogeneizzati. Cosa potrebbe trovarci, in lui, una di quindici anni più giovane?

Nell’ufficio dello psicologo la cliente del venerdì comincia i suoi mugolii, e Raffaele si affretta a sospingere fuori i suoi, salutandoli di nuovo, ad alta voce, in modo da coprire i suoni cadenzati della terapia. Mentre varcano la soglia, oltre la quale campeggiano le tre improbabili targhe dei professionisti (ma forse la sua vince l’Oscar dell’ottimismo ingiustificato con quel Ventura DSB - Drinks, Sport & Business dorato), gli si stringe un groppo in gola.

“Grazie babbo, grazie anche a te, mamma... Vedrete... Vedrete che non vi pentirete di avermi dato fiducia.”

Pietro Ventura si allaccia con attenzione la giacca di panno. È un amministratore di condomini in pensione, ma prima di venire a vivere a Roma, dove ha messo al mondo Raffaele, viveva in Sardegna. Lì è nato, lì ha passato con la famiglia tutte le vacanze della sua vita, e lì è tornato ad abitare con sua moglie da quando non lavora più. Roma gli piace, tutto sommato, ma più passa il tempo meno la sente sua. Conosce poche persone, con la famiglia della nuora certo non si prende, e poi, in fondo, alla capitale non si è mai abituato. La considera un luogo freddo, figuriamoci. Da cui la giacca di panno a maggio. Nel natio paesino di Prantixedda Inferru, nel cuore della Sardegna, lì sì che il sole cuoce e il vento leviga tutto, anche i pensieri.


IN NEGOZIO


Adesso ce la giochiamo, pensa Giuseppe. In fondo è vero: nel momento più basso, è lì che si tirano fuori le risorse. è lì che nasce una squadra.

A Prantixedda Inferru, nel cuore dell’Ogliastra, è un’estate da quarantacinque gradi all’ombra (ma senza l’ombra) quando Raffaele, Giuseppe e Sandro arrivano nel paesino con una missione molto improbabile: far rinascere la locale squadra di calcio e vincere la Coppa Sarda.

Problema numero uno: il sindaco corrotto del paese e un milionario senza scrupoli remano contro, e con grande energia. Problema numero due: uno degli amici forse sta giocando contro la sua stessa squadra. Problema numero tre: quale sarà mai la prima regola degli Shardana?

In una trama ricca di colpi di scena, avvincente come un film, Giovanni Floris sorprende tutti con una nuova, folgorante declinazione della commedia all’italiana: la commedia alla sarda. Al centro, quattro personaggi indimenticabili: Giuseppe, il giornalista stanco di intervistare politici e che sogna il riscatto calcistico; Raffaele, imprenditore che ha vissuto un’unica stagione da leone e sogna la riscossa; Sandro, il buffone senza macchia e senza paura che sogna di diventare come Dario Fo; Michela, la ragazza dagli occhi verdi decisa a salvare gli amici da se stessi – mentre sogna Raffaele.

E sullo sfondo di una Sardegna al di là di ogni luogo comune, una storia piena di ingredienti saporiti e sorprendenti: un Presidente per caso, un Cavaliere furente, un amore contrastato, una squadra arcobaleno, uno scontro tra mafiosi rom e spacciatori genovesi, un campione del mondo in vacanza, uno zoppo sulla fascia destra… E l’amicizia. Quella che lotta per tenere insieme la vita, in campo e fuori.

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