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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 15

  • Scritto da Eliogabalo

Il quindicesimo e ultimo episodio del racconto inedito di Eliogabalo pubblicato a puntate su IteNovas.com

Salvatore Bassu era un uomo di poche parole. Il giorno che decise di andare via da quel mondo che aveva conosciuto fin troppo bene, lo fece in silenzio, senza discutere.

Cento anni. Novante sette se vogliamo essere precisi. Un secolo.
Chi non sarebbe stanco dopo aver vissuto per così tanto tempo? E mica in tempi facili.
Come dissi in precedenza, Salvatore vide il mondo cambiare repentinamente, e in qualche modo riuscì a essere protagonista attivo di questo mutamento. Fu testimone del bene assoluto che può nascere nel più caldo dei focolari e allo stesso tempo ebbe la fortuna o la sfortuna, di conoscere la vera essenza del male, in mezzo all’arida sabbia del deserto del Sahara.
Capì il mondo che dovette vivere con intraprendenza, scontrandosi a muso duro con una vita che si dimostrò più difficile del previsto. Dicono che prima di morire, poco prima di esalare l’ultimo respiro, si abbia l’opportunità di rivivere la propria vita. Questa massima l’ho sempre sentita pronunciare con convinzione, come se ci fosse un attendibilità scientifica capace di attestare questo fenomeno. Ma nonostante tutto, non ho mai voluto mettere in dubbio la veridicità di tale affermazione. Sono sempre rimasto affascinato da questa strana ultima concessione che ci viene offerta prima di mettere il punto sull’ultima parola che verrà mai pronunciata, più che altro perché questo momento nel corso del tempo, sono riuscito a idealizzarlo nella mia fantasia. Mi immaginavo una grande sala cinematografica vuota e buia, con solo una persona seduta in posto della fila centrale che aspetta da un momento all’altro che la pellicola venga caricata, e che il grande schermo si illumini d’improvviso. Questa persona naturalmente rispecchia chiunque si trovi in quella condizione di non ritorno, e nel nostro caso costui può essere proprio Salvatore, al quale qualche ora prima di morire, gli venne data la possibilità di sedersi in quella sala cinematografica e rivivere per l’ultima volta ogni momento della sua vita. Tutto, niente escluso.

Abbiate pazienza e siate così gentili da perdonare la divagazione che seguirà.
Dunque, mi sono sempre immaginato la sigla iniziale, la presentazione degli attori  e poi, con un sottofondo musicale quasi sempre composto da Ennio Morricone, partiva il film della propria vita, fino ad arrivare ai titoli di coda tra lacrime e sorrisi. Quando le luci si accendono e vanno a illuminare quella sala che con un po’ di amarezza sei costretto a lasciare, poiché il film è stato splendido, e saresti voluto rimanere ancora seduto in quella poltroncina per farti rapire il cuore da una scena d’amore particolarmente seducente, oppure perché senti forte la necessità di dover patire ancora le pene insieme al protagonista, come se fosse un bel modo per non lasciarlo cadere da solo preda delle oscure trame che complicano la vicenda.

Sì, Salvatore prima di andarsene per sempre andò proprio in uno di questi cinema incantati. Si rivide giovane e bello, tra gli attori principali, vivere i suoi primi anni di vita. Visse la povertà che tanto afflisse la sua famiglia e poi, dopo troppo poco tempo, si vide diventare adulto bambino al lavoro in mezzo ai campi con suo padre e i padroni dei poderi dove lavorava.
Si rivide stanco addormentarsi al calar della sera quando il sudore inzuppato di polvere gli macchiava il viso di fanciullo.
Visse nuovamente la stanchezza di dover stare in un mondo così difficile, ma un istante dopo riuscì a trovare come sempre, la consolazione per il suo sconforto grazie all’abbraccio di sua madre, o alle smorfie dei suoi fratellini che ancora giocavano sotto l’occhio vigile degli adulti.
Assaporò di nuovo il sapore della vera libertà che da vita alla felicità, tra i panorami di montagna, tra i boschi di quercia, oppure mentre contemplava gli orizzonti sterminati che si tingevano di rosso. Ed era là che ci si domandava cosa potesse desiderare di più l’essere umano. Rivisse quei momenti con la consapevolezza che al tempo non si aveva niente. E questo niente alla fine dei conti era tutto quello che serviva per sentirsi in grado di poter gustare ogni aspetto della vita.

Passano le sequenze davanti agli occhi si Salvatore e d’un tratto il ritmo incalzante del film si placa per lasciar spazio a un primo piano che sarebbe potuto durare per l’intera durata del film. Un bel primo piano di un’adulta bambina, che gioca fuori dalla casa dei suoi genitori. Occhi verdi coperti da un ciuffo di una folta chioma scura mossa da un vento impertinente. Pelle delicata e dolci fossette a scavare le sue guance a ogni sorriso. Era arrivato uno dei momenti del film che lui preferiva, ovvero l’arrivo della coprotagonista, la femme fatale, la speranzosa Penelope per un Ulisse disperso, l’Isotta per un enigmatico Tristano, la Giulietta per uno sconsolato Romeo, oppure la Vittoria per un eccezionale Salvatore. Persino in quell’istante, seduto in quel cinema, l’emozione che provò fu oltre l’immaginabile.
In quel momento il film avrebbe preso una piega diversa rispetto al primo nastro. Una piccola pausa per dar tempo al cinematografo di cambiare la pellicola e poi via, verso la giostra di ormoni e la confusione passionale che caratterizzò l’adolescenza, mentre goffamente l’attore cerca di sedurre la sua futura amata.

Parole dolci appena improvvisate, carezze delicate sulla pelle ruvida erosa dalla terra, fughe notturne tra il canto della civetta e l’odore di ginestre, promesse fatte al chiaro di luna e infine, l’amore che trionfa nell’unico luogo al mondo dove il tempo si ferma per osservare gli strenui abitanti di un angolo di terra incontaminata.

A questo punto del film una lacrima attraversa il viso di chi lo guarda, e subito dopo un sorriso riporta tutto alla normalità poco prima di arrivare al punto cruciale della storia, quello che, al solo pensiero scaturisce ansia nello spettatore.
La guerra esplode, dittatori travolgono il mondo civilizzato e vengono messi i presupposti per un nuovo ordine mondiale. La guerra esplode e la terra trema. Chi può cerca di scappare, ma nascondersi è inutile. La guerra esplode e qualcuno deve andare a combatterla. La guerra esplode e Salvatore abbandona Vittoria con la promessa che niente avrebbe potuto mettere fine al loro giovane amore.
La guerra esplode e la gente muore. Salvatore si ritrova in bilico in un mondo che non conosce e ha paura. Cerca spiegazioni ma nessuno ne sa dare. Tutti sono sballottati da una parte all’altra mentre l’intero pianeta viene risucchiato in un vortice confuso.
La guerra esplode e Salvatore salpa su una nave che lo porterà in un luogo dove si combatte veramente. Lo stomaco si contorce e dalla fronte dello spettatore scendono gocce di sudore quando nelle narici, si sente nuovamente l’odore acre che ristagna sul ponte della Vittor Pisani. L’attore ancora non lo sa, ma in quella nave verrà tracciata una rotta sbagliata, che porterà lui e tutti gli altri a bordo, dritti verso un siluro inglese, poco lontano dalle coste che il vecchio pescatore di Hemingway continuava a vedere nei suoi sogni.

Effetti speciali di prima qualità per questo film inedito. La nave si contorce e si ripiega su se stessa prima di essere risucchiata dal mare. E allora le lacrime incontrollate solcano il viso. La morte non è mai stata così vicina. Ma la pellicola non può finire così, non si può dare un finale scontato a un film come questo. Quindi dalle acque del mediterraneo il nostro protagonista salta fuori e viene portato via da una  nave ospedale che lo metterà nelle condizioni di poter combattere, questa volta per davvero.
L’Africa che sembrava lontana, sconosciuta, presto sarà il nuovo sfondo per la prossima scena.
Il sole cocente batte sulla testa di tutti gli attori ingaggiati per questo strano spettacolo a tratti drammatico che fu la vita di Salvatore. E così dopo alcune scene preliminari, la guerra che tanto faceva paura, mette fine alle sofferenze di migliaia di uomini che come Salvatore avrebbero voluto vivere per amare incondizionatamente.

Bagliori, esplosioni, urla, sangue, e per completare l’opera raccapricciante, arriva il silenzio fragoroso di chi giace disteso privo di vita.
La morte è sempre più vicina e arriva persino a sfiorare il viso del nostro eroe mentre il suo carro armato brucia crivellato da proiettili anticarro.
Un sospiro, un’occhiata ai suoi compagni trucidati e il pensiero che con tutta probabilità, la sua folle corsa alla sopravvivenza era arrivata al capolinea. Ma come nelle più belle favole arriva l’amore a riportare in vita chi sosta a un passo dalla fine. Un nuovo sussulto. L’amore che ritorna a dare vita a un uomo perduto, e poi tante lacrime versate sulle divise insanguinate di chi ha imparato ad amare come fratelli.
Ma il regista non vuole che il suo film deluda lo spettatore il giorno dell’ultima proiezione, e allora alla fine del secondo nastro decide di cambiare volto e andare oltre l’amara vicenda appena consumata. La guerra è finita, andate in pace se ci riuscite.
Una leggera interferenza nello schermo fa capire che il rullo è stato cambiato. Il peggio è passato, l’ansia che attanagliava lo spettatore sembra essersi divincolata, ma rimane la tristezza.

Quella non se ne va mai. Si può evitarla sfuggendo dai propri ricordi, ma costantemente ritorna.
La guerra è finita veramente e di nuovo il protagonista si ritrova ad assaporare sapori e aromi dimenticati di una terra a sua volta dimenticata.
La gioia e l’amore della sua famiglia ritrovata, sobbarcano la tristezza almeno per un istante.
Ma una persona si proporne per far sì che quel male possa essere condivisibile. Una persona dai capelli color di mora e dalla pelle così delicata da far impazzire il giovane soldato che trova conforto in ogni suo abbraccio.
L’amore sembra aver vinto l’ennesima battaglia che questa rappresentazione propone, e tra lo spettacolo scaturito da due anime che si ritrovano a essere giovani insieme sotto la luna di un isola persa in paradigmi temporali sconosciuti, il bene prospera e condanna il male che occhi innocenti hanno dovuto osservare impotenti.

Il mondo cambia e il film arriva alle fasi conclusive mentre alcuni dei personaggi escono di scena lasciando vuoti incolmabili, ma allo stesso tempo lasciando spazio ad altri personaggi che sopraggiungono per rendere gli sforzi del nostro protagonista degni di essere stati compiuti.
Ma nonostante tutto la rotta sbagliata sulla Vittor Pisani invade i suoi pensieri ogni notte prima di andare a dormire, e con maggior vigore arriva a sconquassare la sua stabilita, ogni 4 novembre.
Mentre tutti intorno a lui cercano di rinnovare la memoria, per non lasciar cadere nell’oblio un tiepido ricordo di tempi che videro il mondo sull’orlo del precipizio, lui piange sommessamente ascoltando le grida di chi non è riuscito a vivere per poter raccontare.
Le immagini scorrono davanti agli occhi di Salvatore in quella notte di febbraio scossa da un vento del Sinis. Nelle battute finali ci sono persino io figuratevi. Io che cerco di poter comprendere qualcosa che ho appreso a mie spese ragionando ogni notte su ognuna delle famose parole giuste che Salvatore mi disse.

Subito dopo le luci si accendono. La sala si illumina mentre scorrono i titoli di coda.
Beh è ora di andare, anche per Salvatore che vorrebbe rimanere per poter essere ancora sedotto solo per un istante dagli occhi verdi del suo amore durato un secolo. Ma lui è stanco, i ricordi pesano e il male che continua a consumarlo dall’interno non vuole persistere nel suo compito.
Disteso sul suo letto, con il peso della vita che affatica le sue fragili spalle osserva la sua Vittoria che giace accanto a lui, anche lei con troppi anni regalati a ciò che di meraviglioso può nascere dal niente.
Un ultimo sguardo, e poi via dal quel cinema. Un ultimo sospiro prima di esalare l’ultimo respiro in una notte come tante trascorse accanto a Vittoria.

Che dire per concludere? Penso sia giusto finire come abbiamo iniziato, ovvero con alcune parole del poeta vate cariche di malinconia.
“Ora va, tornatene lassù, e a ogni primavera quando la tua tanca s’empie d’asfodeli,
accendi un fuoco di lentischio sopra un nuraghe per memoria, e ricordami nei tuoi canti.”
Omine de abbastu (uomo di valore).


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