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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 10

  • Scritto da Eliogabalo

Il decimo episodio di un racconto inedito di Eliogabalo pubblicato a puntate su IteNovas.com

...in cui, la stanchezza per il male che si consumava senza tregua e senza precedenti, iniziava a farsi sentire.
Da cinque anni ormai, il mondo che aveva visto nascere e crescere Salvatore, bruciava tra fiamme più intense e maledette di quelle dell’inferno, e gli uomini, costretti a prendere parte a questo infausto spettacolo mortale, iniziarono a pensare che mai la vita, sarebbe tornata a splendere nei loro cuori.

Questa volta, si era caduti troppo in basso per pensare di potersi rialzare incolumi. Non si poteva avere la pretesa di non essere stati danneggiati almeno un minimo dall’ira funesta del Dio della guerra. Ognuno, nessuno escluso, portava nel proprio animo il peso di una vita mutilata dalle bombe, dalla fame, dalla povertà e dalle altre innumerevoli piaghe conseguenti a un conflitto bellico di tale portata.
Erano tempi difficili persino per chi, come Salvatore, nel bel mezzo della tempesta, riuscì ad avere la consolazione di poter tornare a casa, e abbandonare finalmente i campi di battaglia.
Ma il conforto del “nostos” meritato, non leniva in alcun modo la tragica disperazione di ogni essere vivente destinato a vivere tempi come quelli.
Non voglio sembrare troppo drastico, né desidero farcire la mia descrizione con termini altisonanti per accrescere il livello di pathos che questo racconto dovrebbe suscitare, ma semplicemente voglio parlarvi in maniera sincera, secondo quello che la storia di chi ha un ricordo nitido di quei tempi, ci può concedere.

Quindi non esagero se parlo di tragici drammi o di catastrofi disastrose, poiché se dovessi palare in altri termini, vi mentirei spudoratamente.
Nonostante queste premesse, non posso allo stesso tempo esimermi dal parlare della gioia che nacque in chi vide Salvatore fare ritorno a casa. E non posso non parlare delle emozioni che il giovane provò quando, finalmente, mise piede nella sua terra, e sentì di nuovo gli aromi che fino a qualche tempo prima poté solo immaginare. Ogni afflizione come d’incanto, cessò di esistere. Si ritrovò catapultato nuovamente in quell’isola senza tempo, dove i mali del mondo, infine, poterono perdersi tra la macchia mediterranea e dove il rumore degli spari, venne sovrastato dal più dolce canto delle cicale che si crogiolavano nei campi appena mietuti, nelle calde notti d’estate.

Si meravigliò come un bambino quando, per la prima volta vide il suo villaggio con gli occhi di un figlio della malasorte ritornato a casa dopo un tortuoso viaggio caratterizzato da ostacoli e insidie diaboliche. Si commosse nel vederlo dispiegarsi d’improvviso, accovacciato nel suo letto di basalto, attraversato da rivoli limpidi e splendenti a contatto con i raggi del sole, coperto da una fitta vegetazione di piante sempre verdi, che si schieravano lungo i crinali di quella poderosa cinta rocciosa che nascondeva, sotto le sue pietre millenarie, i segreti della nascita del mondo. Nonostante fuori da questo contesto la guerra infuriasse nei campi di battaglia europei, non posso non parlarvi dell’emozione provata nell’entrare dentro la sua umile casa e annusare a pieni polmoni i profumi dimenticati della sua famiglia. Non sarebbe corretto non parlarvi di quanto rimasero stretti in un abbraccio ricolmo d’amore, Salvatore, i genitori e i suoi fratelli, e sarebbe maledettamente sbagliato privarsi della possibilità di immaginare le lacrime che scesero dagli occhi per solcare quella loro tipica pelle bruciacchiata dal sole. Detto questo, penso sia inevitabile parlare di Vittoria. Lei, che più di tutti aspettò con ansia il giorno che finalmente poté riabbracciare il suo amato, lo vide arrivare, il giorno stesso del suo rientro, dalla finestra di casa sua. Non esitò un solo istante prima di uscire fuori per corrergli appresso, eppure, qualcosa di più grande, bloccò la sua corsa e costrinse entrambi, a muoversi adagio l’uno verso l’altro. Si mossero con cautela. Si scrutarono a lungo, camminando silenziosi con passo felpato, come se per un attimo, avessero avuto bisogno di avere la conferma che, la persona davanti ai loro occhi, fosse effettivamente il proprio amante. Quanto erano cambiati. Sembravano ormai lontani i tempi in cui si soleva scappare dall’occhio indiscreto del paese, per trovare rifugio in cima alle montagne, al riparo, sotto la splendida volta del firmamento a un passo dalla luna.
Loro, giovani adulti, sembrarono essersi persi in un vortice temporale che li vide invecchiare più di quanto la natura decise di concedere. La loro pelle iniziava ad accusare il peso dei pochi ma intensi anni che avevano vissuto. I loro occhi parevano nascondere, dietro il colore bruno tipico di quella popolazione, tristezza e sofferenza senza pari.

Salvatore, dopo l’esitazione iniziale, si avvicinò e sfiorò il viso di Vittoria con mani ancora più ruvide di un tempo. Vittoria, lesse nel suo sguardo la stanchezza di chi ha percorso troppa strada. Vide dentro i suoi occhi, insanabili ferite dell’anima e con il timore di poter frantumare in mille pezzi un cristallo, lo strinse a sé. Sentì nella pelle e nei capelli dell’amato, sapori di terre straniere e percepì il suo tormento. Di rimando Salvatore, si abbandonò in silenzio a quell’abbraccio dimenticato.
Dal giorno si amarono nuovamente e con maggiore intensità. Non erano più ragazzi destinati a farsi carico delle responsabilità proprie della crescita, e questo li spinse ad amarsi da adulti, per la prima volta.
Il loro spirito era stato temprato dalla solitudine provata durante la rispettiva assenza, e perciò, questa volta, tra lunghe carezze che sfociavano inevitabilmente in baci intrisi di libidine, sotto la solita luna testimone del loro amore, trovarono il coraggio di perdersi l’uno nell’altra, navigando tra parole mai dette e lacrime che finalmente trovarono sfogo.

Era il 1943. L’anno dello sbarco in Sicilia delle forze alleate per liberare il regno dall’occupazione nazi-fascista. L’anno dell’armistizio dell’8 settembre. L’anno in cui molti italiani non sarebbero mai tornati a casa, nonostante la loro guerra fosse finita. Era l’anno dei primi eccidi tedeschi nei confronti dei soldati di un esercito alleato che aveva tradito. Un anno che vide l’Italia disgregarsi e perdersi tra le fiamme di una violenta guerra civile. Un anno in cui le deportazioni nei campi del nord Europa continuarono senza sosta, con la differenza che in quei treni colmi di prigionieri, vi erano molti più sardi e italiani. Fu l’anno in cui Salvatore capì che non avrebbe più rivisto la maggior parte di coloro che partirono con lui dal villaggio.

Come ho già detto diverse volte, dietro ogni piacere si nasconde sempre un insidia. E così fu per Salvatore. Quindi, dietro il ritrovato amore dei suoi cari, si nascondeva la sofferenza che il dramma delle perdite e delle partenze per combattere pro o contro i fascisti, portava appresso.
Una sofferenza che trovò pace solo dopo il 1945, ovvero solo dopo la fine di tutto. Se di fine si può parlare.
In tutto questo confuso disastro tra lotte e fughe, la Sardegna, nonostante tutto,  fu più fortunata rispetto al resto dell’Italia, poiché qualche tempo dopo l’armistizio, le divisioni tedesche e italiane, lasciarono l’isola alla volta della Corsica, dove vennero bloccati violentemente dalle forze partigiane dell’isola sorella.

In seguito, nella terra dei sardi, rimasero solo povertà imbevuta di lutto e rabbia per chi non era riuscito a tornare, oltre all’eco delle bombe che caddero violente causando migliaia di morti.
Ciò che Salvatore mi seppe dire di quello che successe fuori dalla Sardegna in quel periodo, non fu molto.
Il tempo aveva fatto sì che certe cose volassero via dalla sua memoria, ma non per questo non riuscì a farmi capire in qualche modo il suo punto di vista.

Lui non aveva combattuto con la resistenza, non si ritrovò a combattere contro coloro con cui fece la guerra in Africa da alleato, ma nonostante tutto mi disse: “Anche se non sono stato a combattere lassù tra le montagne, sapevo benissimo cosa stava succedendo e come sarebbero andate a finire le cose. Avrebbero potuto vincere sia gli americani, sia i tedeschi e il risultato sarebbe stato il medesimo. Certo c’era odio, rabbia nei confronti dei tedeschi, quindi chi è che avrebbe voluto vedere l’Italia in mano loro? Ma con il tempo, dopo che gli animi si calmano e dopo che si può pensare alla guerra persino con un filo di insensata malinconia, tutti i nodi vengono al pettine. Ti parlo chiaramente, senza troppi giri di parole: Maledetti erano i tedeschi e maledetti erano gli americani! Allo stesso modo dei russi e di tutti quelli che si sono spartiti il mondo dopo la presa di Berlino. Tu sei troppo giovane per poter capire, ma se abbiamo combattuto per liberare il mondo dal terribile dominio nazi-fascista, allo stesso tempo, abbiamo aperto le porte a un altro nemico, forse più temibile, mascherato da alleato salvatore.” L’affermazione di Salvatore mi spiazzò, così che gli chiesi: “ Ma quindi stai dicendo che chi si è macchiato dei peggiori crimini nei confronti dell’umanità, non è tanto diverso da chi ha letteralmente liberato il mondo da questo male? “Certo!” disse lui, “ qual è il tuo metro di paragone per poter dire che i tedeschi si sono macchiati di ogni male e gli altri no? Non che sia sbagliato. Il mondo è di certo un posto migliore senza i nazisti, ma quelli che li hanno condannati e giustiziati avevano le mani sporche di sangue allo stesso modo. Pazzo era Hitler e pazzo era Stalin.” Ciò che mi disse Salvatore mi spinse a riflettere, e continuando a discutere con lui su questi aspetti capì che…


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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 1

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