Nell'ultimo mese

Digressione su "La teologia del cinghiale" di Gesuino Némus

  • Scritto da Manuel Muscas

Cosa può lasciare un libro è difficile da spiegare; si prova un'analisi critica e metodica, a descrivere in poche righe le emozioni che ha trasmesso, quel senso di semplicità che ne caratterizza la struttura.

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Telévras, luglio 1969

A lui capitava di pensare per ore e ore a cose senza nessuna importanza. Una vecchia filastrocca, un proverbio, una cantilena, uno scioglilingua. Il suo preferito, da almeno tre lunedì a quella parte, era: «Apu bittu s’oppài ’e Putzu scorrovèndu cussu fussu, a piccu, a panga e a trebùssu [Ho visto il compare di Putzu, stava scavando quel fosso col piccone, la vanga e il forcone]».
In sé, niente che potesse passare alla storia della letteratura, ma una cosa non da poco per uno che era stato l’unico testimone dell’omicidio di Bachisio Trudìnu; almeno così diceva lui, in forma di mottetto poetico, ogni volta che il maresciallo De Stefani provava a interrogarlo.
Il fatto era che, Antoni Esulògu, i giorni del calendario non è che li avesse tutti. Forse uno, a essere ottimisti; gli altri facevano parte di una sorta di tempo circolare, un tempo tutto suo dove i sabati e le domeniche erano giorni senza importanza e i lunedì, contrariamente al resto del creato, giorni di festa e di crapula. A suo modo, s’intende.
Si vestiva di tutto punto, scendeva in paese, si portava dietro due, tre tocchi di casu agédu ancora caldo e un cosciotto freddo di pecora arrosto, qualche sfoglia di pistóccu, un litro di cannonau e si sedeva davanti alla chiesa.
A suo modo festeggiava, mentre tutto il resto dell’universo era alle prese con il giorno più triste della settimana.
Don Cossu, il parroco, ci si stava abituando: erano almeno tre lunedì che la cosa si ripeteva. Sulle prime gli tzirriàva dietro, poi, visto che quello se ne stava tranquillo sotto l’acacia secolare del sagrato e non spaventava le vecchiette del mattutino, aveva riaperto anche la fontanella che, per tradizione, doveva dar acqua solo il giorno di sant’Antonio e per le altre feste giunine. A suo modo, un omaggio per consentirgli di bagnare il pistóccu, altrimenti immangiabile.
Aveva anche provato a confessarlo, ma doveva esserne rimasto sconvolto, visto che da quel giorno prese a controllarlo, di nascosto, da una finestrella bastarda del piccolo campanile. Sembrava finta, ma da dietro si vedeva tutto e don Cossu la usava per censire quelli che la domenica mattina accompagnavano le mogli alla messa delle 11 e poi se ne stavano di fuori a fumare e chiacchierare.
«Te genti, te genti, solo preoccupati delle apparenze. Fàrsus… su, Matte’, prepara l’altare!».
Anche Matteo, tanto normale non era.
A dodici anni era, in ordine d’apparizione: organista, capochierichetto, lettore delle epistole, intonatore dei cori, accensore dei ceri da 100 lire, addetto alla piccola campana per problemi di statura, prima voce dei misteri gaudiosi, seconda di quelli gloriosi, primo turibolo ai funerali, cantore ufficiale delle novene natalizie e, cosa che lo inorgogliva non poco, assaggiatore del moscato che i fedeli recavano in dono per le celebrazioni importanti.
Un vero e proprio professionista dei sacramenti, per i quali riceveva in cambio libri, pasti regolari, lezioni di latino, la promessa di poter continuare gli studi a spese di don Cossu e 5.000 lire al mese che lui portava a casa da sua mamma, ché di soldi c’era sempre bisogno e lei gliene avrebbe messo via sicuramente una parte per permettergli di continuare gli studi, magari mandandolo dai gesuiti, esaudendo il suo desiderio.
Comunque, quella volta che tentò di confessare Antoni Esulògu, don Cossu doveva essere rimasto veramente turbato, perché riprese a frequentare il maresciallo De Stefani, che lui chiamava ironicamente su geniòsu, il “simpaticone”.
Non che avessero litigato definitivamente, ma don Cossu non ne poteva più di sentirgli dire ogni volta che accadeva qualcosa: «E parlassero una volta, ’sti sardi»; «E vedrà che nessuno ha visto niente»; «E vedrà che erano tutti da Tore a giocare a carte».
Avendo confessato in passato i più grandi latitanti, don Cossu all’omertà era tenuto per vincolo professionale, ma a lui dava fastidio quel “’sti sardi”. Una volta Matteo, mentre provava una nuova marca di incenso che un rappresentante di Nuoro aveva lasciato in omaggio, lo sentì proprio infuriato.
«E basta maresciaaa’! Ma che pretende? A parte che questi sono ogliastrini o barbaricini, e poi cosa vuole? Che le dicano che il cugino ha rubato le pecore? Sono tutti parenti qui. Al massimo se le rubano tra di loro. A Pasqua mangiano quelle rubate a Natale e a Natale quelle rubate a Pasqua. S’invitano tra loro, così non si ammazzano».
«Proprio un pranzo in famiglia!».
«Famiglia o non famiglia, così stanno le cose. È inutile, marescia’».
«Inutile cosa?».
«Marescia’ non faccia il piemontese, lo sa che tanto non posso dirle niente».
«Io non metto in dubbio la regola della confessione ma cerchi di capire… almeno mi dica se l’ha visto…».
«Ma visto chi?».
«Andiamo, lo sa bene, ha ferito due carabinieri. Lo sanno tutti che è venuto qui…».
«E, secondo lei, Peppinu Golòvru viene qui, da me? Si fa 50 chilometri a piedi nel bosco per venire in parrocchia e, siccome non lo insegue nessuno, ci prendiamo un bel caffè freddo e un bicchiere di fil’e ferru… e come no, maresciaaa’!».
«Lo dicono tutti in paese».
«E lei lo chieda a tutti. E tutti le risponderanno entusiasti; dovrà chiamare i rinforzi da Nuoro per interrogarli, marescia’. Prepari pistóccu e casu marzu che ci sarà la fila fuori!».
«Vabbè don Co’… ma il ragazzino dorme qui?».
«Lasci stare Matteo. Dorme qui perché a casa loro non c’è posto, hanno solo una stanza e non c’è neanche il bagno».
«Però è figlio unico. Il posto per dormire, insomma, ce l’hanno».
«Dorme qui, e allora? Dorme con mia sorella Matilde, almeno mangia, può suonare e mi dà una mano».
«Ma no, don Co’, era solo perché ce lo chiedevamo anche in caserma. Sa, dopo la scomparsa del padre. Insomma, non si trova più; la fiera del bestiame dura tre giorni, non…».
«Dipende, marescia’. Magari avranno avuto molto da vendere. Un mio cugino di Desulo una volta è stato via più di due mesi, cosa ne vuol sapere lei…».
«Però, mi scusi, dicono che col padre fossero amici e che, dopo la scomparsa, diciamo così, qualche soldo dell’ultimo sequestro sia arrivato alla madre. Hanno ripreso a comprare carne anche due volte a settimana; magari, nella sua innocenza, giusto qualche domandina…».
«Lasci stare i bambini, maresciaaa’! Glieli do io i soldi per la carne. Non si permetta. Fuori di qui!».
«Ma don Cossu, io non volevo… suvvia, mi scusi…».
Era veramente infuriato, e quando s’accorse che Matteo aveva origliato lo apostrofò con un tono che ammetteva, sì, repliche, ma di quelle sarde: in silenzio e con gli occhi pieni di molto, molto rancore.
«E tu, fila via e non hai sentito niente! Dimentica e stai attento al maresciallo! Quello è piemontese».
«Sentito cosa, don Co’?».
«Quello che ha detto il maresciallo De Stefani».
«Maresciallo De Stefani? Ma io ero convinto che steste parlando da solo».
«Steste? Stavate, vorrai dire? Stavate parlando da solo».
«Steste, don Co’, ci va il congiuntivo, almeno così c’è scritto nel libro che mi avete dato».
Don Cossu era fatto così. Invece di apprezzare l’omertà di Matteo si preoccupava di essere stato colto in fallo su un congiuntivo.
Non lo sopportava proprio quello scìu tottu eu che si teneva in chiesa.
«È sbagliato Matte’, signorino “so tutto io”, perché non si dà del voi, almeno da trent’anni anni a questa parte. Comunque non è errore grave, ma errore lieve».
«Don Co’ non è neanche errore lieve. È proprio giusto».
«Ma che giusto e giusto. Il voi serve solo per i forestieri! Fila a preparare il vespro. Aiò, forza, scattareee! Tiàlu chi t’at criàu! [Il diavolo che ti ha creato!] Steste… ma guarda questo!».

A dire il vero il corpo di Bachisio Trudìnu non era stato ancora trovato.
Era passato quasi un mese da quando si diceva l’avessero colpito in uno scontro a fuoco vicino a Corr’e Boi, ma il paese diceva che non era morto subito e che si era trascinato in mezzo al bosco da solo, come un cinghiale ferito, per andare a morire lontano e non tradire i suoi compagni, visto che la banda di Peppinu Golòvru non perdonava sgarri e si sarebbe rifatta sulla famiglia.
Che fosse morto, però, tutti ne erano certi, ma in quella zona si preferiva non dare seguito alle ricerche. Anche i militari non è che se la sudassero molto la verità.
Più che di omertà, era una questione di miseria. I funerali costavano parecchio e un pregiudicato che spariva senza lasciare traccia faceva un doppio favore alla famiglia: alimentava la speranza che fosse ancora in vita e la conseguente epica dell’imprendibilità, vera rendita senza certa scadenza. Comunque, non “facendosi ritrovare”, consentiva un risparmio consistente ai congiunti e soprattutto alla chiesa, dato che don Cossu ci metteva del suo, nei pochi casi di cadaveri caldi, e le elemosine dei bussolotti non bastavano neanche per una cassa in truciolato portoghese.
Anche a don Cossu avrebbe fatto molto piacere che il corpo di Bachisio Trudìnu non fosse stato mai più ritrovato, per due motivi serissimi: il risparmio dei soldi per la cassa e il fatto, un pochino più nobile, che Bachisio Trudìnu era il padre di Matteo.


Gesuino lo immagini con grandi orecchie e le sopracciglia grosse come le mie, ha le gambe piccole e molto arcuate, vive tra i "tacchi" ogliastrini e l'unica a voce che riesce a percepire è quella del mare che sbatte sopra lo scoglio più grande di Cala Goloritzé, quello da dove si "spistiddano" i veneti bianchi come il latte.

Gesuino ha pochi anni rispetto a quanti la sua esperienza ne possa dimostrare, riesce a sentire l'odore di cinghiale attraverso le foglie di corbezzolo, Gesuino non ha paura di nulla, ha vissuto solo Gesuì, il padre non conosce nemmeno il tono della sua voce. Gesuino scrive per se stesso, scrive perchè non riesce a dire un nome senza doversi fermare a causa della sua balbuzie, Gesuì mi che non sei idota è che hai puntine sulla lingua. Don Cossu glielo dice sempre che un giorno pubblicherà un suo libro.

"Televràs è arrampicata su quel costone che da sul mare, ma non credete che li non faccia freddo, che neanche i carciofi crescono come nel vostro Campidano ma spine quell'anno in paese ne hanno trovato, spine grosse". Il 1969 mi ha detto papà che è stato un anno meraviglioso, lui e gli amici a guardare lo sbarco sulla luna a casa di Zia Maria, che in tutto il rione di Santa Reparata era l'unica ad avere il Televisore.
A Televràs il 1969 sarà ricordato per due morti volute o procurate non saprei, Gesuino ci entrerà dentro in un racconto ben orchestrato e con un crescendo di tensione capace di mostrare un ambiente surreale ma legato a tradizioni vivissime.

Magia mi ha lasciato questo libro, dal primo paragrafo ti sembrerà camminare in quelle vie strette strette e sentire odore di mirto e sugo per il giorno dopo.

Foto: Pixabay | CC0 Public Domain


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