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Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 2

  • Scritto da Eliogabalo

Il secondo episodio di un racconto inedito di Eliogabalo pubblicato a puntate su IteNovas.com

Erano tempi quelli per Salvatore Bassu dove si aveva più roba da chiedere che qualcosa in saccoccia, mentre gli anni passavano e lui cresceva senza fermarsi un solo giorno, durante quel processo di rivoluzione del corpo e dello spirito.

Erano tempi dove bisognava crescere in fretta, poiché niente sarebbe stato regalato a coloro che ebbero la fortuna o la sfortuna, di vivere immersi nel più bello dei paradisi che portava con sé le peggiori rogne dell’arretratezza e della povertà.
Per questa ragione, Salvatore, si vide costretto a essere adulto prima che se ne potesse rendere conto, senza averlo mai desiderato veramente. Mi confessò, in un pomeriggio estivo, all’ombra della veranda di casa sua, di aver perso la giovinezza appena compiuti sette anni, dopo aver capito a malincuore che il padre e tutta la famiglia, avrebbero avuto bisogno delle sue giovani e fragili braccia per poter nutrire loro e i suoi cinque fratelli più piccoli.

Non riuscii in quel momento a capire, o meglio, a concepire cosa volesse dire veramente “perdere la giovinezza”. Uno ce l’ha di natura, come è possibile perderla? Pensavo ingenuamente che per quanto si possano vivere momenti difficili, niente può togliere realmente quello che la natura concede a una certa età.

Ora mi rendo conto di quanto potessi essere uno sprovveduto al momento di quella chiacchierata, poiché non molto tempo dopo, la realtà del nostro mondo civilizzato si mostrò d’improvviso e mi disse: “ Sì, caro mio Eliogabalo, si può perdere eccome la giovinezza”.
Ma le ragioni che spinsero Salvatore a pronunciare quelle parole, non furono le stesse che la realtà mi mise davanti durante le mie esperienze. Lui, alla fine dovette chiarire questo concetto spiegandomi che fu la necessità del lavoro a renderlo uomo prima del tempo. Disse che allora non si aveva scelta e che bisognava prendersi le proprie responsabilità da subito, senza perdersi in troppi fronzoli.
Mi disse di averla persa sotto l’arida terra dei campi appena arati, negli immensi mari color orzo che ondeggiavano sinuosamente al soffio dei dolci venti di primavera, nei fienili e tra il bestiame la mattina, prima che giungesse l’alba, assopito mentre ascoltava il latte appena munto adagiarsi sul fondo “de sas lamas” d’acciaio.

Nonostante tutto provava a ricercarla, senza mai trovarla, la sera quando si rientrava sfortunatamente troppo stanchi per poter fantasticare.
Eppure affermava che tra i mille colori  del vespro e i profumi provenienti dai boschi in cima alle montagne, sulla via del ritorno, ci si poteva sentire veramente bambini, cullati nel bene assoluto.

Era il primo di cinque fratelli. Il maschio primogenito desiderato più di qualsiasi altra cosa dai suoi genitori. Quello che fece tirare un grande sospiro di sollievo al padre che al più presto, avrebbe trovato in lui un compagno con cui condividere il peso di una vita senza ricchezze.
“Eravamo poveri, in un mondo di poveri, e anche quello che a noi sembrava ricco in realtà, era povero” mi disse un giorno.
Eh sì, forse fu proprio la povertà il fardello più pesante che caratterizzò la “giovinezza perduta” di Salvatore, come fu per tanti altri dopo tutto, poiché quella era una realtà che non aveva niente di singolare tra la gente comune a quel tempo.
Nacque in una sera d’estate come tante altre, da due genitori ricchi solo dell’amore primordiale che si può concedere a un figlio.
Difatti non possedevano nessun terreno da coltivare, nessuna proprietà, solo una stalla abitata da un vecchio cavallo grigio e qualche pecora, oltre a una piccola aia posta nel retro di casa sua, dove trovavano riparo alcune galline spennacchiate. Il padre di Salvatore, e ancora prima il padre di suo padre, erano abili e instancabili contadini al servizio di qualche proprietario con troppi anni sulle spalle per poter occuparsi in solitudine della nuda terra, e come loro, anche lui passò i suoi primi anni a lavorare per altri, senza mai essere schiavo, ma al contrario fedele e onesto servitore insieme al suo miglior maestro: suo padre.

La mia curiosità per la sua vita e il suo entusiasmo nel raccontarla, lo spinsero a confidarmi le sue più intime impressioni su quel suo mentore, del perché fosse stato d’esempio per lui, di quanto lo ammirasse e di quanto, grazie ai suoi insegnamenti, si sentisse nobile nel suo lavoro.
Lo descrisse come un tipo alto, bruno e silenzioso ma eloquente nella sua compostezza. Mai nella sua vita ebbe l’opportunità di avere ricchezze in esubero e ciò nonostante riuscì a conservare un portamento degno di un re.
Era un uomo molto intelligente, buono, con la pazienza necessaria per insegnarli come ci si sarebbe dovuti comportare nel mondo, anche se ignorava quale sarebbe stato quello che suo figlio sarebbe andato a vivere. Figura serafica, mai inopportuna e grande dispensatore di consigli, soprattutto a lui, a Salvatore, suo figlio e compagno.
“Non ho mai dimenticato quando mi disse che non avrei mai dovuto chinare la schiena davanti a nessuno per rendere grazie come il peggiore dei servi, ma l’avrei dovuto fare solo per lavorare quella terra unica garante del nostro bene. L’unica madre sincera che paga il tanto che ognuno si merita”. 

E così fece già da undici anni, già da quando bisognava attraversare gli immensi campi armati di falce durante l’estate, oppure quando si pativa il freddo, dispersi nelle montagne a tagliare la legna secca per la stagione fredda.
E tutto questo non lo si faceva piegati dal senso di sudditanza, ma con la passione e l’amore che accompagnava loro: uomini di altri tempi.
Della sua giovinezza Salvatore avrebbe portato con sé il sapore del sudore sulle labbra e il bruciore che questo provocava al contatto con gli occhi, il profumo del frumento, il caldo nelle pianure, il vento sulla faccia, l’aroma inebriante dei pascoli incontaminati e il passo traballante degli asini e dei cavalli caricati all’impossibile.

Si sarebbe ricordato del primo giorno in cui salì sul loro vecchio cavallo grigio, e avrebbe patito per sempre i dolori delle cadute sul selciato, oppure quando per la prima volta andarono con tutta la famiglia al mare, dopo aver attraversato la giogaia impenetrabile.
Un emozione impossibile da scordare. Sarebbe stato impensabile dimenticare il vento dal sapore diverso di quello di montagna, oppure il primo contatto con quell’immensa distesa d’acqua gelida che si perde oltre l’orizzonte.
Penso di aver capito quelle emozioni solo per aver avuto la fortuna di intravedere quel luccichio che si forma negli occhi di un uomo che racconta del suo sé  recondito.

Salvatore Bassu non dimenticò mai il senso di libertà provato cavalcando in riva al mare, tra la bianca sabbia delle spiagge del campidano, quando per la prima volta sentì il desiderio impellente di perdersi nella sua gioia. Sentimento che rimase acceso negli anni, persino quando si sarebbe ritrovato sul ponte di quella maledetta Vittor Pisani, che pian piano si ripiegava su se stessa perdendosi sul fondo del mediterraneo di fronte alle coste dell’Africa.

Avrebbe portato per sempre con sé la fatica. Quella che strema al calar della sera. Quella provata in mezzo ai campi mentre la sua adolescenza cavalcava gli anni trenta. Quella che, nonostante tutto, trovava pace quando tornava a casa e sentiva il profumo del pane appena tolto dal forno a legna, e si trasformava in felicità nel vedere il frutto del suo lavoro mutarsi in linfa vitale che allontanava la fame e le sue spiacevoli conseguenze. Era in quei momenti che la gioventù, andata persa per lasciar spazio all’essere uomo, tornava senza che lui se ne rendesse conto, ed era bello sentirsi giovani in un tempo che a noi, alieni abitanti del mondo moderno, pare dimenticato. Un tempo dove la felicità, in un villaggio attraversato da fiumi e strade sterrate solcate da buoi stanchi, era a portata di mano.
Quando passarono quindici anni dal giorno della sua nascita, quel mondo al di fuori dei suoi campi, si preparava per la seconda volta, a bruciare nelle fiamme dell’inferno.

Erano tempi quelli…


INDICE DELLE PUBBLICAZIONI:

Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 1

Rotta sbagliata sulla “Vittor Pisani” - 2

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