Il suicidio di un giovane medico - seconda parte

  • Scritto da Serpico

La misteriosa morte di Attilio Manca, archiviata frettolosamente come un suicidio nel 2004 ma su cui successivamente si sono addensati molti sospetti che si trattasse invece di un violento omicidio.

(qui la prima parte...) Il giorno prima di morire Attilio è con un'amica a pranzo, riceve una telefonata che lo turba assai. Lascia frettolosamente l’amica dicendo di doversi recare a Roma. Dai tabulati telefonici risultano anche delle telefonate ad un collega. Nella prima chiede informazioni su come raggiungere una via nella capitale. Strano, pensa il collega, Attilio conosce benissimo Roma perché vi ha abitato per dieci anni. Lo richiama per domandargli come può arrivare agevolmente a Piazza del Popolo. Sono telefonate strane, come se volesse far sapere a qualcuno i suoi movimenti. Chiama poi una donna, che nessuno sa che sia una sua amica. L’ha conosciuta tramite concittadini barcellonesi. E’ una schedata dalla polizia, come abituale consumatrice di droga. Che rapporti possa avere questa donna con Attilio nessuno lo sa.

I suoi amici non la conoscono né hanno mai sentito Attilio parlare di questa persona. Per la Procura sarà lei a cedere al giovane urologo la dose letale che lo ucciderà. Attilio chiama inoltre la madre, chiedendo che si accerti di far eseguire le manutenzioni ad una moto che ha giù in Sicilia. La madre lo esorta a non preoccuparsi, anche perché lui utilizza la moto solo d’estate quando scende dai suoi. E mancano sei mesi… Quella telefonata nasconde un messaggio per i suoi familiari? La cosa inquietante e non casuale è che di questa telefonata alla madre non c’è traccia nei tabulati telefonici. Torniamo indietro di due anni. Il primo ottobre del 2003 un signore di nome Gaspare Troia accompagnato da un autista parte dalla Sicilia, e dopo un lungo viaggio, si reca in Provenza.

Precisamente alla Clinique Casamance di Aubagne, vicino Marsiglia. L’anziano deve essere ricoverato per sottoporsi ad un delicato intervento per un tumore alla prostata. Era già stato in Francia mesi prima per un consulto medico. Il signore però non si chiama Gaspare Troia, quello è un nome falso. Il suo vero nome fa rabbrividire perché si tratta di Bernardo Provenzano, il boss mafioso di Corleone capo di Cosa Nostra e latitante da quarant’anni. Provenzano, da spietato killer della cosca corleonese è diventato, dopo l’arresto di Totò Riina, il capo indiscusso e il garante della cosiddetta pax mafiosa, dopo il delirio terroristico di Cosa Nostra che seminò il terrore in Sicilia e nel resto della Penisola. Provenzano ha avallato e deciso con tutti gli altri boss le stragi, l’eliminazione di magistrati, giornalisti, politici e rivali, ma ora rappresenta il nuovo corso, che prevede l’inabissamento dell’organizzazione. Ziu Binnu, imprendibile e protetto dai suoi colonelli continua a dare ordini e fare affari. In silenzio! Si vocifera che sia di salute precaria, alcuni lo danno per morto. Pochissimi l’hanno visto di persona.

Alcuni boss e picciotti non ne conoscono i lineamenti del vivo. Esiste ma nessuno lo vede. E’ un fantasma che aleggia. Pochi e fidatissimi uomini ne garantiscono la latitanza e l’impunità. Siamo ad un livello altissimo di rapporti viziati tra mafia e istituzioni. Siamo in piena trattativa mafia-stato. Da intercettazioni, indagini di polizia, confidenze e qualche parola sfuggita ai boss emerge che Provenzano sia stato assistito prima e dopo l’operazione da un giovane urologo siciliano successivamente eliminato. Attilio Manca avrebbe visitato il boss e avrebbe seguito anche il suo decorso post operazione. Quando Provenzano è stato presumibilmente operato, Attilio non era al lavoro in ospedale a Viterbo. Era in Francia. Ciccio Pastoia, un mafioso che si occupa di recapitare i messaggi del boss, si occupa dei suoi spostamenti e della logistica della latitanza. Arrestato e intercettato, si lascia sfuggire delle confidenze riguardanti lo stato di salute del boss, il viaggio a Marsiglia e soprattutto parla del giovane urologo che ha assistito Provenzano nella diagnosi della malattia e successivamente nell’operazione. Tre giorni dopo, Ciccio Pastoia, per paura di ritorsioni, si impicca in carcere. E’ altamente probabile che Cosa Nostra abbia individuato Attilio Manca e la sua preziosa professionalità e deciso, con i suoi metodi, di convincerlo ad assistere e curare il boss.

LEGGI ANCHE | I Corleonesi – Razza criminale

Il filo che lega tutto è senza dubbio di origine barcellonese. Ossia attraverso quel familiare “chiacchierato”, Ugo Manca, e la mafia barcellonese si è arrivati ad Attilio. Il giovane medico non poteva rifiutarsi perché sicuramente minacciato. Lui e la famiglia, che mai ha avuto a che fare con questioni di mafia. Senza dubbio è stato avvicinato da “falsi amici” che frequentava e conoscevano il suo spessore professionale di medico, che poteva essere utile per la salute del capo di Cosa Nostra. Da non dimenticare che la mafia del Messinese, nonostante sia stata per un lungo periodo trascurata, è assolutamente pericolosa, radicata nel territorio e potente. Hanno sposato da subito la causa corleonese e si sono messi a disposizione. Lo stesso Provenzano ha passato nel Messinese lunghi periodi di latitanza.

Attilio Manca è stato eliminato perché diventato uno scomodo testimone di una vicenda che assolutamente doveva rimanere segreta. La latitanza di Bernardo Provenzano! Attilio muore perché è un bravo medico, uno dei più bravi nella sua specializzazione. Muore perché sacrificabile. Lo uccidono due volte, perché lo fanno passare per un tossicodipendente suicida. Gettano fango sulla sua irreprensibile vita, per tenere lontana la verità. Si scredita la persona, si insinuano delle ombre sulla sua condotta, si creano ad hoc vizi e peccati. E’ un metodo collaudato che la mafia usa. Forse non è solo la mafia ad aver partecipato a tutta la vicenda. Quando si parla di Provenzano di parla di trattativa stato-mafia, di segreti inconfessabili, di servizi segreti e agenti doppiogiochisti, di logge massoniche e centri di poteri occulti. Attilio è una vittima di mafia come tante. Come Peppino Impastato, Graziella Campagna, Carmelo Janni e tanti altri… Molti dei quali vittime senza giustizia!

Serpico