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Che il 2018 sarabbe stato l’anno nero di Facebook lo si era capito da un pezzo (lo scandalo Cambridge Analytica è di marzo), ma i guai per il social network più frequentato al mondo davvero non finiscono mai. Venerdì scorso Menlo Park ha annunciato di aver scoperto un bug che consentiva a chiunque di poter accedere alle foto private di circa 6,8 milioni di iscritti (una possibilità potenziale, non è detto che così tanti profili siano stati violati). Una bella grana, per un’azienda in costante crisi di fiducia che in molti Paesi del mondo ha visto rallentare, se non ancora calare il numero di iscritti. "Abbiamo risolto il problema ma, a causa di questo bug, alcune app di terze parti potrebbero aver avuto accesso a un più ampio insieme di foto del solito", ha affermato Tomer Bar, un direttore tecnico dell'azienda. Quest’ultima falla sembra un po’ meno grave delle precedenti, scrive il New York Times. Circa 1.500 app di terze parti hanno avuto accesso alle foto caricate dagli utenti, anche se non le avevano pubblicate pubblicamente su Facebook, dal 13 al 25 settembre scorso, precisa il quotidiano. “Siamo spiacenti è successo", ha aggiunto Bar. Facebook tante volte aveva promesso di proteggere meglio i dati degli utenti. "Se non ci riusciamo, allora non meritiamo di servirvi", aveva dichiarato Mark Zuckerberg, in una nota agli utenti che in qualche modo ha fatto la storia di questa società. La società ha detto di aver contattato gli amministratori di 876 app chiedendo loro di controllare ed eventualmente eliminare immagini ottenute in modo improprio. Ennesima falla sulla tutela della privacy L'allarme di venerdì sulle foto di venerdì scorso ha fatto accendere i riflettori  della Federal Trade Commission, che nel 2011 siglò un accordo con Facebook sulle pratiche e i protocolli di sicurezza riguardanti la privacy. Proprio questa commissione sta indagando sul comportamento dei team di Menlo Park dai giorni di Cambridge Analytica e fino ad oggi di buchi, errori, omissioni e episodi di mancato rispetto di quegli accordi ne ha trovati diversi. Fino a quest'ultimo, appunto: parliamo davvero di un bug imprevedibile? I team di sviluppatori che si occupano di tutela della privacy degli utenti potevano in qualche modo evitarlo, anche se adesso l’azienda sostiene di aver risolto il problema? Scrive il NYT che David C. Vladeck, ex direttore dell'ufficio per la protezione dei consumatori della Commissione, ha ipotizzato una violazione degli accordi di riservatezza in questo incidente legato alle foto. "Se Facebook non può controllare l'accesso da parte di app di terze parti, avrà grossi problemi con la Federal Trade Commission” , ha detto Vladeck. "Questo non è accettabile." Senza contare l’impatto che l’ennesimo bug avrà sul pubblico. Problemi anche in Europa "Non sappiamo ancora se questa falla della sicurezza sia stata un prodotto di negligenza o di un incidente che potrebbe accadere anche se hai una buona sicurezza", ha detto al NYT Chris Hoofnagle, direttore della facoltà di Giurisprudenza del Berkeley Center for Law and Technology dell'Università della California. La Federal Trade Commission non ha voluto commentare, mentre, sul fronte europeo, l'Irish Data Protection Commission ha dichiarato venerdì che il numero crescente di problemi richiede un'indagine più approfondita. L'Irlanda è la principale autorità di sorveglianza della privacy di Facebook nell'Unione europea, perché la sede europea della società si trova a Dublino, ha ricordato il quotidiano americano. La società ha scoperto il bug il 25 settembre, lo stesso giorno in cui annunciava un'altra violazione dei dati che ha colpito 30 milioni di utenti. Ma i dirigenti non hanno notificato i funzionari governativi in ​​Europa fino a novembre. In base alla nuova legge europea sulla privacy, il cosiddetto Gdpr, e società hanno 72 ore "senza indebito ritardo" per divulgare un incidente alle autorità. Le aziende che richiedono più tempo devono includere le ragioni del ritardo. Facebook ha affermato di non aver avvertito i funzionari prima perché aveva bisogno di tempo per "creare una pagina di notifica" e per tradurre il messaggio in più lingue.
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Il traffico dati che passa per i portali che offrono contenuti in streaming di natura pornografica sono esponenzialmente superiori a qualsiasi altro competitor di video in streaming come Netflix, Amazon e Hulu: tutti insieme, i siti ai quali siamo abbonati per l’intrattenimento video non raggiungono il flusso di dati di Pornhub; e nemmeno il fatturato, se pensate che il portale porno più famoso del mondo porta a casa circa 97 miliardi di dollari l’anno e Netflix si ferma a poco più di 11. Lo rivela Quartz con un'inchiesta. “È la zia pazza che abita in soffitta – ha definito la pornografia il New York Times parlando della sua influenza sul mercato di Wall Street -  tutti sanno che lei è lì, ma non si può dire nulla al riguardo”. La più importante società che gestisce la pornografia online è la MindGeek, che possiede una rete di siti porno che comprende anche YouPorn e RedTube; una rete da 125 milioni di visite giornaliere. Questi numeri non fanno di MindGeek solo la più importante azienda del settore ma, soprattutto, l’azienda che tiene sotto mano il più imponente numero di dati riguardo i propri utenti. Questa è la sua vera forza, scrive Quartz. Bassi costi, ricavi altissimi Credete che il vostro migliore amico sia l’algoritmo di Netflix capace di suggerirvi quella serie diventata poi la vostra preferita? Non è così.  Nessuno conosce meglio i propri utenti di MindGeek, e non c’è bisogno di specificare quanto i contenuti pornografici siano esponenzialmente i più cliccati sul web. L’asso nella manica di MindGeek sono prima di tutto i costi: i video che offre Netflix a Netflix costano una valanga di soldi, gran parte dei contenuti di Pornhub sono caricati (quindi, se vogliamo, prodotti) direttamente dagli utenti, chiaramente senza dover mai pagare un cachet milionario a Brad Pitt. Ma Pornhub va decisamente oltre: il portale Pornhub Insights  ha dedicato alla nostra penisola un intero report. Quella che noi leggiamo come una normale statistica, in termini di dati, risulta valere un patrimonio. Kal Raustiala, professore alla Scuola di diritto e Istituto internazionale UCLA, ha dichiarato a Quartz: “Lo streaming non riguarda solo la distribuzione dei contenuti, ma anche la comunicazione, quando trasmetti in streaming un video o ascolti una canzone, stai inviando informazioni che possono essere misurate. Per questo lo stesso Raustiala, insieme a Christopher Spigman, professore alla New York University Law School, ha dedicato alla questione un intero studio, arrivando a capire che sulla questione dati MindGeek risulta all’avanguardia rispetto a qualsiasi altra piattaforma per quanto riguarda l’analisi dei dati. Catalogazione estrema dei dati Per fare un esempio, in questo studio viene spiegata la geniale strategia di Pornhub per quanto concerne i “copy” dei video, ovvero le descrizioni. La piccola “sceneggiatura”, come la chiamano i professori, permette molto più facilmente di “determinare quale variabile ha prodotto il massimo spettatore”. Quindi abiti utilizzati (o più che altro tolti), posizioni e pratiche (chiaramente), ambientazioni e perfino luci e mobili presenti nel video. Tutto catalogato con un click. 125 milioni di volte al giorno, tutti i giorni in tutto il mondo. Netflix, specie dopo essere diventata una realtà globale, ha provato a fare una cosa simile, dividendo i suoi utenti in 1.300 diverse “comunità del gusto”, così le ha chiamate, provando in pratica, a catalogare le nostre preferenze per offrire un servizio migliore si, ma anche (soprattutto?) per saperne il più possibile di noi, in modo tale da fornire prodotti sempre più perfetti rispetto a ciò che ci piace guardare di solito. Cary Fukunaga, regista che avevamo già conosciuto anni fa per la splendida serie True detective, ha ammesso in un’intervista a GQ che nell’ideazione e realizzazione della sua nuova opera, Maniac, già disponibile su Netflix, importanti decisioni sono state prese di conseguenza ai risultati dettati dagli algoritmi della piattaforma. Insomma, un regista o un attore possono essere più o meno bravi, ma non lavorano più nel nome di un messaggio o di un’ispirazione prettamente “artistica”, ma forniscono semplicemente un prodotto che, su carta, noi gli abbiamo ordinato, come in un qualsiasi fast-food. Netflix si è rifiutata di commentare. Ma parliamo sempre di contenuti altamente costosi, Netflix non potrà mai inseguire i trend con la stessa stupefacente velocità di Pornhub. Come scrive sempre Quartz, “nel 2017, l'anno di #MeToo, il termine più ricercato su PornHub è stato "Porn for Women", seguito da "Rick and Morty" e "Fidget Spinners", altri due fenomeni che sono decollati quell'anno. Nel 2018, le prime due ricerche sono state "Stormy Daniels" e "Fortnite". Secondo Pornhub Insights, le ricerche erotiche riguardanti i personaggi della Marvel sono cresciute esponenzialmente dopo l’uscita al cinema di Avengers: Infinity War”. Privacy e riservatezza Ma tranquilli, tutti questi dati non vengono utilizzati all’esterno dell’azienda, MinGeek non vende nulla, utilizza tutto per rendere sempre più specifico, anzi personale, anzi intimo, il proprio servizio; ed è così che esercita il proprio potere, non ha bisogno di vendere ma semplicemente di oliare alla perfezione il meccanismo affinché tutti, come pedine che passano dal Via a Monopoly, prima o poi (spessissimo a quanto pare), ritornino a fargli visita. La rivista The Cut infatti ha definito Pornhub “il rapporto Kinsey del nostro tempo. L'impero sessuale in streaming potrebbe aver fatto di più per espandere il mondo dei sogni sessuali rispetto Helen Gurley Brown, Masters and Johnson, o Sigmund Freud”. La giornalista, Maureen O'Connor, ci spiega che grazie alla pornografia online tutto diventa “sessualizzabile”, perfino Fortnite, il videogioco più popolare al momento nel mondo, che è anche una delle parole più ricercate del 2018 sulla piattaforma pornografica. Pornografia e innovazione tecnologica Oggi la tecnologia rende tutto possibile, per cui se su un sito puoi simulare una guerra, come avviene in Fortnite, in un altro la puoi rendere pornografica. Una evoluzione alla quale Pornhub strizza l’occhio, anzi ne è proprio fautore; la pornografia si è dimostrata velocissima per quanto riguarda le innovazioni, aggiunge l’inchiesta di Quartz: VHS, instant messaging, e-commerce, streaming video. Sempre in prima linea. Sempre un passo avanti agli altri.  Shira Tarrant, professore di Women's, Gender e Sexuality Studies presso la California University e autore di The Pornography Industry, afferma: "Tecnologia e materiale sessualmente esplicito sono sempre andati di pari passo".   E i più piccoli, i bambini che hanno sempre più accesso libero ai cellulari o agli ipad dei genitori, non rischiano di entrare in contatto precocemente con contenuti vietati ai minori che potrebbero distorcere per sempre la loro idea di sessualità? Certo che è così. Per questo Pornhub ha pensato alla creazione anche di un portale sull’educazione sessuale. Il tracciamento delle abitudini comincia sempre prima.
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Nuovo anno e vecchi abitudini. SplashData ha diffuso la lista delle password peggiori, basandosi su un archivio di 5 milioni di credenziali rubate da diversi attacchi informatici. Nonostante il mantra di evitare password ricorrenti e troppo semplici, in cima alla classifica del peggio c'è sempre lei: 123456. La classifica Al secondo posto, un'altra conferma (era in seconda piazza anche nel 2017): password. Però, che geni questi hacker. Si conquistano il podio, la quarta e la quinta posizione tre sequenze numeriche: 123456789 (che guadagna 3 posizioni) e 12345678 e 12345. Nella top ten ci sono due new entry: la più alta in questa poco onorevole classifica è 111111, seguita da 1234567. L'altra nuova entrata è ottava: non è consigliabile utilizzare “sunshine”. E neppure “qwerty” (soluzione comoda perché costruita dalle lettere nella prima fila della tastiera ma non certo efficace). Bando anche alle password romantiche: iloveyou è la decima più “bucata”. Se non ho usate nessuna di queste chiavi di accesso, non c'è ancora da festeggiare. La lista di SplashData è fatta da cento password. Tra le altre: admin, football, 654321. Al 23esimo posto entra “donald”, a quanto pare molto apprezzata dopo l'elezione di Trump. Le 25 password peggiori 123456 password 123456789 12345678 12345 111111 1234567 sunshine qwerty iloveyou princess admin welcome 666666 abc123 football 123123 monkey 654321 !@#$%^&* charlie aa123456 donald password1 qwerty123 Consigli per una password migliore Se non siete tra gli utenti che utilizzano queste password, è molto probabile che ne conosciate uno. Secondo le stime di SplashData, il 3% delle persone ha usato, almeno una volta, la peggiore di tutte (123456) e uno su dieci ha usato almeno una delle peggiori 25. I consigli, che come dimostra la classifica sono spesso inascoltati, sono sempre i soliti: sarebbe opportuno utilizzare chiavi complesse, composte da almeno 12 caratteri misti (cioè da numeri, lettere e caratteri speciali). Mai usare la stessa password su più servizi. In questo modo, anche in caso di attacco informatico, rendereste più complicata la vita agli hacker: è possibile che ottengano una chiave, ma il loro impatto cambia se riesce ad aprire solo una porta o tutte quelle che incontra. Problemi di memoria? Appiccicare un post-it allo schermo non è la soluzione: ci sono servizi di gestione della password e altri che si occupano di generarne in modo casuale.   
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