Taxi a Roma, sharing economy e liberismo

  • Scritto da Effe_Pi

I tassinari bloccano la capitale ed altre città italiane, ottenendo il sostegno di tutta la destra e del M5s, ma la loro protesta è realistica o lottano contro i mulini a vento?

I tassisti bloccano Roma ed altre grande città italiane, per protesta contro un emendamento contenuto nel Milleproroghe, e nella capitale soprattutto si verificano episodi di violenza e intolleranza, con lancio di bombe carta, saluti romani e aggressioni come quella di cui è stato vittima il regista della trasmissione Rai Gazebo. Intanto, tutta la destra, come in un riflesso condizionato si schiera con la categoria, accompagnata in questo caso dal Movimento 5 stelle e dalla sindaca della capitale, Virginia Raggi, oltre che dal leader Beppe Grillo, che coglie l’occasione per presentare una App per smartphone creata da lui appositamente per i tassisti romani.
Chiunque abbia vissuto anche per un breve periodo a Roma sa che in quella città il taxi non è un servizio pubblico accessibile e che la stragrande maggioranza della popolazione si divide tra coloro che usano l’auto privata o il motorino (la maggior parte) e chi usa i bistrattati e inefficienti mezzi pubblici. Non c’è dubbio che nella capitale italiana una corsa col taxi sia più cara che nella maggior parte delle altre capitali europee, ma non è nemmeno questo il punto, anche perché a Roma nemmeno le corse con Uber e Ncc si discostano granché dalle stesse cifre: si tratta di capire invece se è realistica la protesta e se abbia qualcosa a che fare coi diritti dei lavoratori, come sostiene qualcuno anche a sinistra (ad esempio Stefano Fassina).

La risposta è che non sembra realistico protestare, soprattutto perché non si tiene conto della realtà e ci si richiama ad un passato impossibile da riproporre. Il tassista medio, nelle grandi città italiane, sopravvive solo per la scarsità numerica delle licenze, che costringono i turisti e chi vi si reca da fuori per lavoro ad utilizzare il suo mezzo: ma questo è sempre più incompatibile con l’esigenza di mobilità pubblica che seppur in ritardo è arrivata anche nel nostro paese, e che Ncc e Uber non fanno che esprimere, peraltro in modo analogo a quanto accade in moltissimi altri paesi del mondo. Peraltro, c’è grande imprecisione anche in quanto riportato dai media: il Corriere della Sera di ieri ha pubblicato una tabella con dati dai quali emerge che il taxi a Roma e in Italia costa come negli altri paesi “avanzati”; peccato ci sia scritto che a Roma un’ora di taxi costerebbe 27 euro, quando una corsa (dal centro città) per l’aeroporto di Fiumicino a prezzo “calmierato” ne costa 48, ed è sempre al di sotto dei 60 minuti.

Pensare di andare contro questa tendenza è come cercare di fermare una cascata a mani nude, e non perché ci siano di mezzo i diritti del lavoratore tassista, che dovrebbero essere ovviamente tutelati come dovrebbe accadere a tutti gli altri, anche i precari o gli operai cui non è certo consentito bloccare la capitale per sei giorni senza prendere cariche, manganellate e arresti di massa, ma perché è impossibile invertire la tendenza per fenomeni come questi; proprio come accade per le migrazioni, l’unica soluzione è cercare di mitigare gli effetti, cosa molto più difficile tra l’altro quando a rappresentare la categoria c’è una specie di corporazione con frange intolleranti e violente.
Grillo vende la sua App per i tassisti, e in questo è molto contemporaneo, anche se come sempre confonde il ruolo pubblico di leader di quello che forse è al momento il maggior partito italiano con quello “privato” di comico e uomo d’affari, la Raggi, Fassina, Alemanno e gli altri dicono di difendere diritti, in realtà mandano chi sostengono a sbattere contro un muro.
Il muro di un’evoluzione inevitabile che ha già interessato il mondo dei viaggi (Booking, Tripadvisor), degli alberghi (Airbnb), della vendita al dettaglio di libri, elettronica e tutto il resto (Amazon, Ebay) e che non può non interessare una parte sostanziale della vita contemporanea come i trasporti, specie in una metropoli.

Pensare di fermare la liberalizzazione di questi servizi è semplicemente illusorio e se detto da un politico è ingannevole, quello che servirebbe è fare in modo che i lavoratori di questi settori (che sono anche consumatori e mediamente usano tutti i servizi della cosiddetta sharing economy di cui sopra) non vengano danneggiati da questa evoluzione più di quanto vengano favoriti dai risparmi che spesso sono consentiti dall’Uber di turno (peraltro in Italia abbastanza teorici, finora).
È una materia difficile e scottante ma su questa redistribuzione si gioca il futuro dei diritti del lavoro, le grandi multinazionali della new economy dovrebbero pagare le tasse dove lavorano e se le fabbriche potrebbero pagare una tassazione sui robot che usano, per restituire ricchezza agli operai che rischiano di perdere il lavoro o fare meno ore, come hanno proposto i socialisti francesi, è sicuramente possibile trovare una soluzione simile per i tassisti, ma anche per chi lavora(va) nelle agenzie di viaggi, nelle librerie, nei negozi di dischi, in quelli di elettronica e in tutti gli altri settori coinvolti in una vera rivoluzione economica. Senza far finta di poter fermare l’acqua di una cascata a mani nude.

Foto: ooznu su Flickr

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