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Muri che diventano ponti, un incontro sugli anni di piombo

  • Scritto da Effe_Pi
.... E poi la via del dialogo e dell'incontro. È questo il titolo dell'incontro tenutosi al Liceo De Castro di Oristano, non nuovo a queste iniziative. 
 
Di Serpico
 
Un incontro tra due persone che affrontano il difficile periodo contemporaneo degli anni di piombo in Italia. 
Da una parte Maria Agnese Moro, giornalista, scrittrice e figlia dell'onorevole Aldo Moro e  dall'altra Franco Bonisoli, brigatista storico.
Un confronto maturato negli anni, difficile e doloroso perché sullo sfondo sono visibili e perpetue le ferite dei tragici avvenimenti. 
Un incontro che parla delle tematiche legate alla giustizia riparativa ossia al dialogo e la vicinanza tra vittime e responsabili. 
 
Dialogo prima impossibile da immaginare. 
 
Un percorso graduale come dice Agnese, "perché negli anni tutti sono stati vicini nel parlare e ricordare chi fosse Aldo Moro" , ma nessuno era riuscito a "capire" Agnese, capirla nel suo dolore forte e profondo mai elaborato del tutto.
 
Dolore per non essere riuscita a salvare il padre ucciso a conclusione del suo drammatico sequestro. 
 
Agnese incontra anni fa un gesuita, Padre Guido Bertagna, che la esorta ad affrontare e incontrare una delle persone che gli aveva inflitto tale dolore. 
 
Un brigatista di nome Franco Bonisoli. 
 
Bonisoli è emiliano, ha 67 anni è ha ricoperto all'interno dell'organizzazione delle brigate rosse ruoli importanti. 
Ha fatto parte della direzione strategica. 
Proviene da una famiglia normale, di lavoratori semplici, con il padre ex partigiano. Famiglia assolutamente estranea ad ogni forma di violenza. 
Franco inizia a masticare politica a quindici anni, è assorbito da questo clima  e dall'idea di poter cambiare il mondo. I fermenti politici e sociali di quegli anni irrompono nel sua vita in maniera totalizzante. 
I suoi compagni sono Alberto Franceschini, Loris Paroli, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene, Maurizio Ferrari e tanti altri. 
Il "gruppo dell'appartamento" venivano chiamati. Sono ostili al PCI, accusato di immobilismo e di aver tradito i valori della resistenza. Sono giovani e il futuro per le loro lotte è nella metropoli. Milano e Torino sono delle città pronte ad esplodere.
Lì incontreranno sul finire degli anni '60 Renato Curcio, la moglie Mara Cagol e Mario Moretti. Nascono le brigate rosse. 
 
Bonisoli a 19 anni è già clandestino, rimane coinvolto e partecipa a diverse azioni compreso il ferimento del giornalista Indro Montanelli, del quale diventerà poi grande amico. 
Fa parte del gruppo di fuoco presente in via Fani il 16 marzo 1978, con Morucci, Gallinari e Fiore che annienterà la scorta dell'onorevole Aldo Moro. 
Verrà arrestato e condannato a quattro ergastoli. Entra nel vortice delle carceri speciali, a violenza si aggiunge altra violenza, quella dello Stato che vuole piegare i detenuti "politici" con tutti i mezzi. 
Inizia dopo qualche tempo a riflettere sulla sua vita, all'orizzonte solo l'ergastolo. 
Nel super carcere di Nuoro c'è la svolta e l'incontro con una persona di una umanità straordinaria, un prete, che illumina la vita del brigatista. 
 
"Avevo rovinato la mia vita, e quella della mia famiglia, era una vita persa. Vivevo nella morte e non vedevo soluzioni: tutto era finito con il fallimento di quell’ideale di rivoluzione a cui avevo dato tutto. Un giorno in carcere, in cortile, incontrai Franceschini (il fondatore, insieme a Curcio, delle BR). Anche lui si sentiva come me". 
"Don Salvatore Bussu, cappellano del carcere, un uomo semplice che per anni pazientemente aveva inserito dentro lo spioncino delle nostre celle dei biglietti per cercare un dialogo. Ci trattava come persone, che avevano sbagliato, ma uomini. Don Salvatore preoccupato per dei terroristi. Questa cosa era spiazzante. Se non sono morto, è per quell’umile prete." 
 
Si dissocia dall'organizzazione ma non diventerà un collaboratore di giustizia, e corre il rischio in carcere, perché quelli come lui sono considerati traditori e inevitabilmente si trova per l'ennesima volta in pericolo. 
 Non vuole vantaggi da un'ipoteca e paventata collaborazione con la giustizia ma una scelta di un cammino differente. 
 "Inizio a rivedere il mio passato, fino ad affermare, fino in fondo, la sconfitta: la scelta della violenza, l’errore più grande. È stata una grande assunzione di responsabilità personale. Adesso potevo dialogare»." 
"Iniziai a partecipare agli incontri tra vittime e responsabili della lotta armata."  
 
Dopo ventidue anni di carcere Franco Bonisoli è un uomo libero, che ha pagato il conto con la giustizia ma non con la sua anima. 
Piange commosso mentre afferma che la violenza non è mai una soluzione, si dispera se pensa a quanto dolore ha inflitto agli altri, alla sua famiglia e a se stesso. 
Quando gli ideali e quel sistema di valori vacillano ci si rende conto che  i "nemici", "i bersagli"  assumono sembianze umane di padri, di figli e di mariti. 
Per questo l'incontro tra Agnese Moro e Franco Bonisoli rappresenta un muro che diventa ponte che impone a noi tutti profonde riflessioni su quel periodo storico che ha profondamente segnato e influenzato le nostre vita e del quale ancora oggi si fatica a fare i conti.
 
Foto | Ur Cameras su Flickr