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Il mondo deve sapere di Michela Murgia

  • Scritto da Effe_E

Il mondo deve sapere di Michela MurgiaQuesto di Michela Murgia è stato una dei primi libri a raccontare il precariato in Italia, riuscendo a far riflettere, arrabbiare e, miracolosamente, a far ridere. Fino alle lacrime.

Incipit

Deh, direbbe Silvia.
Ho iniziato a lavorare in un call center. Quei lavori disperati che ti vergogni a dire agli amici.
«Cosa fai?» E tu:
«Be’, mi occupo di promozione pubblicitaria». Che meraviglia l’italiano, altro che giochi di prestigio. Ma questo non è un call center comune. É un call center della Kirby. E ‘sti cazzi, mica robetta! Ho saputo subito che era il call center che cercavo, quello dove avrei potuto davvero divertirmi. Non l’innocente sorriso del bambino davanti alla farfallina.
Direi piuttosto il sadico sorriso del bambino mentre con uno spillone fìssa la farfallina al pezzetto di sughero per iniettarle la formalina. Mentre è ancora viva, ovviamente. Credo di averlo capito quando ho letto il primo cartello «motivazionale» nella sala d’attesa.
«Lavoro di squadra: il modo in cui gente comune raggiunge risultati non comuni.» Anche il secondo per la verità non era male, quanto a prosopopea.
«E quando smetti di pensare che non ce la farai che puoi davvero cominciare a farcela. Pensa da vincente!» Ricordo di aver pensato: sono loro. Questi sono proprio loro!
Il colloquio me lo ha fatto una ragazza troppo mal vestita per essere una segretaria e troppo sveglia per essere una telefonista.
Ne dedussi che fosse la psicologa addetta alla selezione del personale. In questi posti chi ti assume è sempre uno psicologo. Cosa spinge uno che ha fatto psicologia a fare questo lavoro di merda? É un mistero più grande della transustanziazione.
Le ho detto le solite cose che uno psicologo di un posto così vuole sentirsi dire. Una motivazione sufficientemente forte da renderti manipolabile, ma che non sia il denaro. Perché ovviamente, se fosse il denaro, il primo che passa e ti offre due lire in più lo segui come fosse Tom Cruise.
Hermann/La Gerarchia Del Vincitore
Il lavoro è organizzato come in un gulag svizzero. Dodici ore filate divise in tre turni di quattro ore, senza soluzione di continuità.
La casalinga non ha scampo. È lei il target della diabolica organizzazione Kirby.
L’ufficio è piccolissimo, le postazioni di combattimento sono la metà di un banco di scuola, divise da un pezzo di compensato.
Danno sul muro e sullo schermo di un pc. Ma sul muro, ovviamente, ci sono gli immancabili cartelli motivazionali.
«La telefonista che fa più appuntamenti avrà in premio una scatola di formaggini e 8,5 euro lordi.» Qualcosa mi dice che la parola «lordo» in questo posto non è semplicemente il contrario di «netto». Sento già l’odore del sangue.
Ma è presto per addentare. Per ora stiamo al gioco. Sono docile, spaesata, fingo di non capire. Sia benedetto il giorno che ho trovato ‘sto lavoretto. L’età media è sui venticinque anni. L’istruzione media è bassa, si capisce da tante cose.
La figura più inquietante è la capotelefonista che comanda (sono in due, ma una delle due non ha alcun peso, è evidentissimo).
Per convenzione la chiameremo Hermann. Hermann non è qui solo per lavorare. Anzi. Lei ci crede davvero. Non è semplicemente collaborativa. É convertita. Per Hermann Kirby è una fede, non un modo per sbarcare il lunario.
É ferrea, arrogante, conosce ogni trucchetto per intortare la casalinga e, poiché è stata telefonista a sua volta, conosce anche tutti i trucchetti per intortare la telefonista media. Ha buon gioco, un sottovaso ha più personalità di queste ragazze, povere loro. Mi fingo del gregge. Sarà bellissimo.
La Telefonata/Come ti Inchiappetto la Casalinga Ignara
La tecnica era esattamente quella che mi aspettavo. Una telefonata studiata nei minimi dettagli, di cui mi danno il testo, insieme ad alcune indicazioni.
«Sorridi, dall’altra parte del telefono si capisce. Se devi fare una domanda fuori testo, fa’ in modo che non cominci mai per “non” e che la risposta non possa mai essere “no”. Altrimenti ti seghi da sola.» Hai capito. Chiamale sceme.
«Buongiorno signora, sono Camilla de Camillis della Kirby di Paperopoli, lei non mi conosce. Le spiego subito il motivo della mia telefonata, <sorriso> lei è stata sorteggiata, lì nel paese di Chissàdove, per ricevere un buono <enfasi> gratuito di <veloce> igienizzazione completa (la signora non deve capire con esattezza cosa le si sta proponendo) o di un suo divano, o di un suo tappeto, o ADDIRITTURA di un suo materasso. In cambio di questo servizio lei dovrà semplicemente esprimere un parere sul macchinario che eseguirà l’igienizzazione e sulla persona che glielo mostrerà. Quando preferisce, signora, domani alle 15 o dopodomani alle 18?» Diabolico. La casalinga non ha tregua. Ci sono anche le risposte predefinite per le obiezioni che possono sorgere.
«Non ho tempo.»
«Ma signora, è solo un’orettamassimo, un’orettaemezza (pronunciato con la virgola dopo “massimo”, in modo che la signora percepisca che la durata è massimo un’ora, mentre invece è di un’ora e mezza, quasi due) del suo tempo.»
Implicito è il messaggio che il tempo della signora non valga un soldo bucato, dato che può regalarcelo così, a gratis.
«Non compro niente.»
«Signora, non c’è nulla da comprare, non è una vendita, ma solo una campagna pubblicitaria. Siamo noi che le stiamo facendo un omaggio.»
Come se lo scopo di una campagna pubblicitaria non fosse vendere… ovviamente non verrà presa per il collo per acquistare, ma dopo un turlupinamento di quella durata, può darsi che sia proprio lei a chiedere: «E quanto costa questo coso?».
Non ci credereste, ma questo sistema funziona. Moltissime povere casalinghe, strappate ai loro lavoretti quotidiani da questa invasione telefonica, non sanno opporre resistenza al bulldozer-telefonista e dicono sì, fosse anche solo per chiudere la telefonata.
Alcune, smaliziate, dicono no senza tregua. Davanti alle resistenze, c’è anche il ricatto morale: «Guardi, non mi interessa proprio».
«Signora, lei ci darebbe una mano a lavorare, perché noi <enfasi> GIOVANI siamo pagati dalla nostra azienda <enfasi> SOLO per far vedere questo macchinario. Se ci riceve ci darà la possibilità di lavorare e in cambio noi le chiediamo solo un giudizio a voce. Che ne dice di mercoledì all’una di notte? O preferisce sabato mattina all’alba?» A quel punto anche il cuore più duro si scioglie. Quale mamma non si intenerirebbe al pensiero di poveri giovani senza lavoro, pagati solo per fare pubblicità? Dopotutto si tratta solo di sorbirsi un mostruoso spot dal vivo della durata di un’ora e trenta minuti, poveri giovani. Il sì è già dietro l’angolo. Sorridi, la signora lo percepisce.


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Michela Murgia nel gennaio 2006 viene assunta nel call center della multinazionale americana Kirby, produttrice del «mostro», l’oggetto di culto e devozione di una squadra di centinaia di telefoniste e venditori: un aspirapolvere da tremila euro, «brevettato dalla nasa».

Mentre, per trenta interminabili giorni, si specializza nelle tecniche del «telemarchètting» e della persuasione occulta della casalinga ignara, l’autrice apre un blog dove riporta quel che succede nel call center: metodi motivazionali, raggiri psicologici, castighi aziendali, dando vita alla grottesca rappresentazione di un modello lavorativo a metà tra berlusconismo e Scientology.

Quella della Murgia è stata una delle prime voci a raccontare il precariato in Italia, riuscendo a far riflettere, incazzare e, miracolosamente, a far ridere. Fino alle lacrime.

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