Nell'ultimo mese

In piazza a Roma l'Italia che non vuole Renzi

  • Scritto da Effe_Pi

Cgil San GiovanniUn milione di persone in piazza contro le politiche sul lavoro del governo, oltre 2000 dalla Sardegna: messe in discussione la natura del renzismo e della politica degli ultimi decenni.

Tanti, tantissimi, forse un milione (di cui oltre 2mila venuti dalla Sardegna), forse di più, che sommati ai 100mila di ieri fanno una fetta consistente di italiani pronta ad opporsi, anche in piazza, alle politiche del governo Renzi. In particolare, l’avversione della massa che è andata in piazza oggi per la manifestazione indetta da Fiom e Cgil (e ieri dai sindacati di base) è verso la politica del lavoro dell’attuale esecutivo, contro il cosiddetto Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18 e altri provvedimenti finora annunciati più che realizzati dal presidente del consiglio e dai suoi collaboratori. Ma ad essere messa in discussione è la natura stessa del governo e la sua politica generale, considerata in continuità con quelli passati, e in particolare (offesa massima) con quelli di Berlusconi, nonostante il premier sia segretario di quello che dovrebbe essere il principale partito progressista del paese, il PD.

Infatti, nei cortei immensi che hanno attraversato tutta Roma e poi piazza San Giovanni, più che il singolo provvedimento ad essere messa in discussione è la figura stessa di Matteo Renzi e dei suoi ministri, il fatto che si dicano di sinistra e vengano da quello schieramento, quasi che il milione oggi in piazza non li riconosca come tali e li veda come “usurpatori”, gridando un gigantesco “not in my name” al governo. Non è un caso se tra le tantissime bandiere presenti, oltre a quelle della Cgil di tutte la confederazioni (con la Fiom in primo piano), dell’Arci, di Sel e Rifondazione, della Lista Tsipras e dei tanti comitati di lavoratori e disoccupati, ci fossero anche molte bandiere del Partito democratico: più che una critica al Jobs act quella di oggi è sembrata una manifestazione politica, che sfruttando il risveglio di una Cgil troppo spesso in passato disposta al compromesso, vuole portare alla nascita di un’altra sinistra, uno schieramento che rifiuti compromessi anche culturali con gli avversari storici (che da Berlusconi a Confindustria sono tra i principali sponsor di Renzi).

Uno schieramento che più che alla Camusso, sembrata un po’ tirata per i capelli in questa situazione, sembra coagularsi fortemente intorno al segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini, sicuramente il più amato da questa piazza e l’uomo che tutta la sinistra non-renziana vorrebbe candidato per future elezioni, magari in un unico soggetto politico con Rodotà, Vendola, Civati e altri personaggi che in questi mesi hanno criticato con forza il renzismo. Gli slogan tutti contro Renzi, dal ti “manderemo a casa” al classico “vaffanculo” fino all’accusa di essere “Berlusrenzi” e a “Matteo stai sereno”, dimostrano la rabbia di una fetta consistente di popolazione contro gli slogan e lo stile pubblicitario nel fare politica dell’attuale premier (non a caso, contemporaneamente al raduno "elitario" dei renziani alla Leopolda), più ancora che contro i provvedimenti concreti del governo. La decisione e la voglia di partecipare, al posto della frustrazione talvolta disperata e violenta vista in passato, sembrano dichiarare una guerra a lungo termine (fino allo sciopero generale o oltre?) al leaderismo modernista e pubblicitario ma anche alla rivolta via web e dai contenuti ambigui (né destra né sinistra) vista in questi ultimi anni: quasi che la ricerca del milione di Roma sia quella di trovare in piazza qualcosa di reale, una comunità fisica che ridia un corpo alla politica, dopo tanta militanza “leggera”, immateriale e forse anche per questo percepita dalle persone come un contenitore vuoto.

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