Intervista a Alessandro Vozzo, Lista Civica popolare

  • Scritto da Effe_Pi

Le INterviste di IteNovas.com sulle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Quattro domande, sempre le stesse per tutti i candidati, sui temi caldi di questa campagna elettorale. 

L'intervista odierna è con un protagonista delle prossime Elezioni politiche del 4 marzo, in particolare un candidato nei collegi della Sardegna. Oggi risponde alle nostre 4 domande Alessandro Vozzo della Lista Civica Popolare Lorenzin, candidato come capolista nel collegio plurinominale Nord Sardegna della Camera dei deputati, a sostegno della coalizione di centrosinistra. 

Qual è la novità di queste elezioni? Perché un sardo deluso dovrebbe recarsi alle urne?

La novità consiste nel panorama di nuove forze politiche che si affacciano sul territorio isolano, pur non avendo un passato storico connesso con la nostra terra. Mi rievocano alla mente i “visitatori” che arrivarono qui motivati dal desiderio di trarre profitto adulando ed allettando le popolazioni locali e contrapponendole tra loro. Capisco perfettamente il senso di frustrazione e di delusione in una grossa fetta di cittadini che manifestano l'intenzione di non votare. Ma non è rinunciando ad un diritto che si può sperare di ottenere dei cambiamenti, non è lasciando vuote possibilità di essere rappresentati che si può sperare di avere voce per le proprie istanze.

Per la Sardegna serve autonomia, sovranismo o indipendenza? E perché?

La Sardegna, in quanto Regione a Statuto Speciale, gode già di forme e condizioni particolari di autonomia, così come sancito dall'art. 116 della Costituzione. Ci sarebbe da analizzare e chiedersi come questa autonomia sia stata utilizzata dal 1948 ad oggi e come lo statuto regionale sia stato utilizzato ed adeguato alle esigenze reali del nostro territorio. Spesse volte la si è fraintesa come principio di indipendenza dallo Stato centrale e da molti cavalcata in questo senso. Ritengo che un utilizzo consapevole dello status di Regione a statuto speciale sia un valido ed inoppugnabile strumento di crescita a 360 gradi. Al concetto di sovranismo preferisco quello di sovranità, lo stesso della Costituzione. L'indipendenza, invece, non nascondo che sia un concetto affascinante, ma è davvero realizzabile? Abbiamo risorse tali da poterci permettere un affrancamento totale dal resto d'Italia? Persone come Antonio Gramsci ed Emilio Lussu avevano un forte senso di appartenenza e di legame con la loro terra. Ma non credo che accarezzassero l'idea di indipendenza come la intendiamo oggi. Sul piano strettamente economico credo sia una vera e propria chimera: non si dimentichi che riceviamo dallo stato oltre 5 miliardi di euro l'anno. Dobbiamo piuttosto puntare sulla nostra identità sociale e culturale: è lì che vediamo quanto abbiamo il desiderio di indipendenza, quanto la nostra fierezza vada di pari passo con la nostra reale volontà di rinascita. Impariamo tutti, istituzioni, politica e cittadini, a valorizzare il nostro patrimonio culturale, le nostre tradizioni, le nostre lingue (ancora ricerchiamo l'unità linguistica in mezzo a decine di varianti). Faccio un esempio banale: non esiste evento o manifestazione internazionale (salvo rari casi) dove non si vedano sventolare i quattro mori. In questo simbolo così evocativo per chiunque convergono centinaia di costumi tradizionali, feste patronali e processioni religiose, manufatti artigianali, ricette di cucina, prodotti tipici, biotipi, ecosistemi, ambienti, città e paesi che costituiscono l'unicità e la peculiarità della Sardegna e la rendono così diversa dalle altre regioni. E da tutto questo panorama emerge un forte senso identitario e di appartenenza che non ha eguali. Non abbiamo bisogno di proclami o di improbabili “chiamate alle armi” del popolo sardo se ci concentriamo sulla valorizzazione del nostro patrimonio di cultura, saperi e tradizioni e sappiamo trarre profitto da esso (basti pensare alla “semplice” ricaduta in termini di immagine).

Un'altra idea di indipendentismo porta verso un inevitabile isolamento volontario, un chiudersi dietro i propri muretti a secco ed osservare in punta di piedi quello che succede oltre. Da appassionato di storia mi piace ricordare la Sardegna crocevia del Mediterraneo, terra di popoli in contatto costante con le civiltà che sorgevano sulle rive del nostro mare e che sapevano confrontarsi con esse. Un mare che separa sì, ma allo stesso tempo unisce. Con questo spirito lo scorso luglio Federico Ibba, il leader regionale del Partito, ha lanciato il movimento La Sardegna in Marcia con lo scopo di rappresentare tutte quelle realtà sarde che “costruiscono ponti” verso il resto del mondo.

Cosa ritiene di poter fare in Parlamento per i suoi concittadini di un’isola troppo spesso dimenticata?

Innanzitutto fare in modo di creare una “comunione di intenti” tra i parlamentari sardi che possa andare aldilà delle mere logiche di partito e focalizzare l'attenzione sulle esigenze dell'Isola. Partire dall'assunto “prima la Sardegna” ci pone inevitabilmente sotto una luce negativa dovuta ad una pesante connotazione di egoismo che non ci appartiene. Uno degli obiettivi dovrà essere il rilancio dell'attività produttiva legata all'agricoltura ed all'allevamento. Far correre di pari passo innovazione e tradizione, esigenze di mercato e tutela della biodiversità: per fare un esempio, abbiamo specie di mele e pere endemiche che rischiano l'estinzione. Invece parlando di allevamento oggi possiamo vantare una tale varietà di prodotti caseari da far invidia alla Francia; tuttavia se il trend di diminuzione delle aziende nel settore dovesse continuare ai ritmi attuali, tra meno di cinquant'anni non ci sarà più nessuno in Sardegna in grado di fare il formaggio con il patrimonio di conoscenze e competenze che rendono questo settore così unico.

Cosa pensa di insularità e Zona franca? Sono soluzioni praticabili che possono essere proposte alle camere?

Per determinare la condizione di insularità sarebbe sufficiente partire dalla semplice osservazione di una carta geografica per capire il disagio che comporta per un cittadino sardo il doversi spostare nel territorio nazionale e l'aggravio di costi per il trasporto delle merci in entrata ed in uscita. E' lapalissiano come l'obiettivo debba essere quello di ottenere gli stessi diritti alla mobilità ed al trasporto degli altri cittadini italiani e di uniformare i costi di trasporto delle merci a quelli del resto del territorio nazionale; idem dicasi dei costi energetici che per noi sono nettamente superiori. Pertanto è un dovere morale nei confronti di tutti i sardi, in qualsiasi contesto, da quello produttivo a quello sportivo, fare in modo che possano avere le stesse opportunità degli altri cittadini italiani, a parità di mezzi e di risorse, ma soprattutto a parità di costi. Esiste da tempo un movimento politico trasversale promosso, tra gli altri, dall'on. Pierpaolo Vargiu che ha già raccolto oltre 90mila firme sull'insularità. Si deve giocoforza proseguire a lavorare in questo senso, anche per evitare una frammentazione di azioni e iniziative che svilirebbe quanto sia stato fatto finora. Per quanto riguarda, invece, la zona franca anche questa ha il suo fascino e la facilità con cui viene proposta ha un certo impatto sull'elettorato da determinare le possibili fortune di chi la cavalca. E' una richiesta che tutte le regioni svantaggiate avanzano, non solo la Sardegna. Si pensi alle zone montane di tutta l'Italia (molto più impervie ed isolate delle nostre), alcune delle quali sono state devastate dai recenti sismi, o a quelle isole quali Lampedusa e Pantelleria che in determinate condizioni climatiche rimangono senza collegamenti con la terraferma per giorni; alle città e paesi (non solo in Sardegna) devastati dal dissesto idrogeologico; o a quelle zone del meridione (in territorio ad alto rischio sismico) economicamente più depresse della Sardegna statistiche alla mano. Bisogna essere realisti e concreti. La zona franca integrale la chiedono tutti. Ad una riduzione delle imposte corrisponde inevitabilmente una riduzione delle entrate che garantiscono la possibilità di fornire quei servizi indispensabili alla collettività quali per esempio l'istruzione e l'assistenza sanitaria, già seriamente messi alla prova. In fin dei conti si tratta di buon senso. Se incasso 100 non posso spendere 1000.