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ERBE SPONTANEE: CULTURA MEDITERRANEA DA RECUPERARE

  • Scritto da Effe_Pi

Erbe spontaneeUn convegno dell'ISPRA sul recupero di specie autoctone per un verde urbano "sostenibile".

Oggi il paesaggio urbano appare sempre più ingombro di aree in cui svettano edifici vuoti coperti di cartelloni o manifesti, in alternativa alla pubblicità sui muri, ed è in questi vuoti urbani che crescono erbe, arbusti e fiori, piccole foreste dell’abbandono: luoghi che creano preoccupazione tra la popolazione, essendo spesso identificati come ricettacolo di persone e azioni estranee alla vita quotidiana delle nostre città. Infatti, è qui che sovente si trovano punti di spaccio, prostituzione e degrado: sono aree verdi che andrebbero recuperate all'ambiente urbano e periurbano di cui fanno parte, se non fosse per i costi elevati che l'operazione richiede. Per abbatterli al massimo, il modo migliore sarebbe utilizzare specie vegetali autoctone, quindi mediterranee, con un forte risparmio nella manutenzione delle cure colturali e l'utilizzo di acqua. Di questo si è discusso a Roma nel corso del recente convegno dell'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale)  “Specie erbacee spontanee mediterranee per la riqualificazione di ambienti antropici”, cui hanno partecipato alcuni dei massimi esperti italiani e internazionali del settore.

Dagli interventi è emerso anzitutto come queste specie siano strettamente legate ad un aumento della biodiversità nelle nostre città, che può essere raggiunto attraverso una serie di azioni propedeutiche a questo risultato, prima fra tutte un censimento dell'attuale stato della biodiversità negli agglomerati urbani. Tra le specie maggiormente diffuse nelle nostre periferie ci sono sicuramente la Scabiosa (Scabiosa columbaria), la Costolina giuncolina (Hypochaeris radicata), la Cicoria comune (Cichorium intybus), la Salvia minore (Salvia verbenaca), il Verbasco (Verbascum blattaria) e la Margherita gialla (Coleostephus myconis). Tra i sostenitori di questa modalità di progettazione di aree verdi urbane c'è il noto paesaggista francese Gilles Clément, autore del "Manifesto del terzo paesaggio", in cui sostiene che oltre alle zone in ombra e le zone dove arriva la luce, esiste appunto un "terzo paesaggio", quello dove si trovano le specie vegetali scacciate dall'uomo, ad esempio con il diserbo. Di questo ambiente fanno parte angoli urbani e periurbani come i bordi di strada, le torbiere, le ripe, le lande, le aiuole spartitraffico e altri spazi abbandonati dall'uomo dove la natura riprende il sopravvento.

Come è stato spiegato nel corso del convegno da Silvia Assolari di Seme Nostrum, società tra le principali produttrici italiane di prato spontaneo, non è necessario che queste zone siano lasciate nell'abbandono e che le specie siano casuali: è invece possibile, proprio grazie a soggetti come Seme Nostrum, effettuare una accurata selezione delle sementi che si vogliono avere in una determinata area. Del resto, interi paesaggi come quelli del nostro Campidano già sono popolati soprattutto da specie spontanee autoctone, che quindi non devono affatto essere automaticamente associate all'abbandono o al degrado di zone verdi, urbane o meno che siano.
In Francia, come ricordato dallo stesso Clément, l'uso di specie spontanee è la normalità, ed è raro vedere (come invece accade spesso qui in Italia) che in parchi o altre aree verdi vengano utilizzate specie provenienti da altre zone, come il "classico" prato all'inglese, che però in quanto tale non ha niente di mediterraneo e ha bisogno di cure continue e dispendiose.

La Sardegna poi, secondo i manuali dell’ISPRA, è ricca di specie autoctone che potrebbero essere sfruttate in questi termini, tra cui l’Asparago selvatico (Asparagus acutifolius), la Pratolina (Bellis perennis, in sardo Sizziedda), la Borragine (Borago officinalis, nell’isola Burraxi), il Cappero (Capparis spinosa o Tapparas), l’ Erisimo medicinale (Sisymbrium officinalis), la Malva (in sardo Narbedda), la Lattuga arruffata (Lactuca serriola), il Luppolo (Humulus lupulus in sardo Lupulu) e la Rughetta bianca (Diplotaxis erucoides).

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