Vetro in frantumi, Neet e Hikikomori

  • Scritto da Luigi Citroni

La nostra società è un vetro. Un fragile vetro di dimensioni spropositate adagiato su un piccolo fulcro, una lastra sottile che si frantuma sotto il suo stesso peso.

La nostra società è un vetro.

Un fragile vetro di dimensioni spropositate adagiato su un piccolo fulcro.

Una lastra sottile che pian piano, nella sua condizione di instabilità si inclina e si frantuma sotto il suo stesso peso.

Allo stesso modo, come ci può capitare con un normalissimo parabrezza urtato da una pietrolina, o con un ancor più banale vetro di casa colpito accidentalmente, in principio si è capaci di vedere solo una piccola innocua scheggiatura. Nessuno si rende conto in un primo momento di quanto quel trauma possa essere fatale, poiché ogni mutamento, ai nostri occhi, pare impercettibile. Difatti nessuno di noi si accorge che subito dopo il lieve impatto, quella piccola affilatura si allarga senza sosta, come un cancro che si divincola nel nostro corpo saltando di cellula in cellula.

Fin quando si arriva al punto in cui anche un piccolo soffio di vento è in grado di poter sbriciolare ciò che un tempo era un'unica porzione di vetro intatto.

La nostra società quindi è possibile sia stata scheggiata in qualche incidente involontario, e che nel tempo a causa di un certo livello di noncuranza, in quella limpida lente sottile si sia fatto strada un solco prepotente.

E così dunque, posato su di un cardine, in bilico, quel cristallo trasparente ha iniziato la sua vertiginosa corsa verso la frantumazione.

Dire che la nostra società sta affrontando una crisi senza precedenti ormai pare essere diventata una litania a cui nessuno dà retta. Questo perché siamo stati talmente tanto influenzati negativamente dalla svendita delle nostre sofferenze all'interno della realtà sociale, da essere anestetizzati e resi insensibili difronte al vero tracollo del mondo che viviamo. Tutti noi in un modo o nell'altro siamo i diretti interessati di questo declino eppure sembriamo non rendercene conto.

Molti potrebbero interpretare questa mia introduzione come allarmismo spropositato, e se ciò dovesse essere, proporrei loro un semplice e banale esperimento sociale, volto a identificare in particolar modo alcuni dei tanti disagi che ci vedono coinvolti.

Il primo step del nostro esperimento, consiste nell’abbandonare la comodità del divano di casa e uscire ogni giorno con l’intento di comprendere cosa ci sia oltre noi stessi. Non importa dove viviamo, se in un piccolo paese o in una metropoli, ma l’importante è uscire, passeggiare per il centro abitato e, soprattutto, entrare in contatto con altre persone.

È necessario, per la riuscita dell’esperimento, guardarsi intorno con attenzione come mai abbiamo fatto. Osservare la gente che ci circonda, e porci per la prima volta domande su quale sia il nostro e l’altrui ruolo all’interno di quella che è la fitta rete di interazioni sociali che ci vede implicati.

Banale vero? Eppure pensate che il metodo migliore per scoprire eventuali difetti in un contesto è proprio osservare e porsi domande.

Ciò vuol dire elaborare con la ragione ogni informazione percepita tramite semplice osservazione.

 Facile.

 E dunque sapete quale può essere un possibile risultato di questo modus operandi?  Scoprire che siamo veramente in crisi, e che esistono categorie di giovani che ne sono la testimonianza, come quella dei Neet.

Chi sono i Neet?

 I Neet (acronimo di not engaged in education, employment or training), sono quei giovani di età e contesto socio-culturale variabile che non sono impegnati né all’interno di un circuito formativo né lavorativo. I Neet sono persone colpite in maniera incisiva dalla crisi economica che ha coinvolto il mondo intero dal 2008. Sono coloro che in uno scenario di insicurezza e incertezza nei confronti del futuro si sono abbandonati alla sfiducia, alla rassegnazione annichilendosi fino a diventare esseri al di fuori della società, sprofondati in una tristezza scaturita da una situazione senza sbocchi.

Essi compongono una grossa fetta di popolazione, che comprende giovani dai 14 ai 29 anni che hanno terminato un ciclo di studi ma che non sono riusciti ad inserirsi nel mondo del lavoro. Oppure coloro che hanno abbandonato un percorso formativo senza intraprendere nuovi percorsi. Persone che per scelta decidono di non impegnarsi in alcuna attività.

Questa condizione li spinge ai margini del mondo dal quale si sentono esclusi, e ciò può comportare rischi decisamente preoccupanti. Infatti la totale inattività dal mondo formativo o lavorativo può avere conseguenze quali relazioni sociali scarse o difficili, mancanza di partecipazione alla vita sociale, indebolimento della salute mentale, abuso di alcol e droga, atti di criminalità e infine suicidio.

Grazie al risultato di importantissimi studi socio-pedagogici, siamo riusciti quindi a delineare le caratteristiche di una figura che è sempre stata sotto il nostro naso, ma che noi non abbiamo saputo riconoscere.

 Se vogliamo, e dobbiamo, lasciarci andare ad accurate riflessioni, per molti di noi sarà possibile riconoscersi in questa categoria.

Qualora succedesse non bisogna considerarlo un male, tutt’altro. Vorrebbe dire prendere coscienza di una condizione che troppo spesso non abbiamo considerato con le giuste attenzioni.

Ed è proprio in questi momenti di riflessione che, se dovessimo fare silenzio, riusciremmo a sentire lo scricchiolio di un vetro che pian piano si frantuma.

 Detto questo è necessario dire che il nostro esperimento sociale prevede un ulteriore step, ancor più banale e semplice: tornare a casa dopo il nostro momento di osservazione.

Questo secondo passaggio è importante tanto quanto il primo, poiché se è possibile scoprire un mondo fuori di casa, è altrettanto possibile scoprirne un altro, talvolta molto più inquietante, all’interno di quattro mura.

Questo è uno step che vede coinvolti tutti coloro implicati nelle tante e complesse pratiche dell’aver cura (solido presupposto di un rapporto educativo adeguato all’interno di una famiglia).

Il ritornare a casa in questo nostro esperimento significa quindi dare il via alla riscoperta di coloro che vivono sotto il nostro stesso tetto. Dei nostri cari.

Può significare prevenire drammi che altrimenti potrebbero essere irreversibili, poiché al contrario di quanto molti pensano, il disagio, e i vari problemi che affliggono ora più che mai giovani e non, non nascono all’esterno, ma sotto un tetto, all’interno di una casa.  

È quindi superfluo sottolineare quanto sia importante ed efficace la prevenzione in questi termini, qualora si dovesse riscoprire il valore del contatto intimo tra familiari e un sano e costruttivo dialogo all’interno del contesto domestico.

In questo modo sarebbe possibile quindi conoscere la natura del disagio che ci può interessare, e in certi casi persino scoprire che, di questi tempi, sta prendendo piede sempre più velocemente una nuova dimensione del nichilismo giovanile, composta da coloro che hanno deciso di non esistere più per il mondo fuori dalla loro camera.

Essi sono gli Hikikomori.

Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente “isolarsi, stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti e non, che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi che variano da pochi mesi ad addirittura alcuni anni.

Essi si rinchiudono in camera da letto rifiutando e tagliando ogni tipo di contatto con il mondo esterno.

 Questo fenomeno ha origine in Giappone e al momento nell’arcipelago del Sol Levante si parla di un milione di casi, numero che corrisponde a circa l'1% dell'intera popolazione giapponese. Anche se questo dato non è ancora stato confermato, è evidente che si tratta di un fenomeno incredibilmente vasto, ma di cui ben pochi hanno sentito parlare, soprattutto al di fuori del Giappone.

Lo stile di vita degli Hikikomori è caratterizzato da un ritmo sonno-veglia completamente invertito con le ore notturne e dalla sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via Internet. Quest'ultimo aspetto si configura spesso come una contraddizione in termini poiché la persona rifiuta i rapporti personali, mentre con la mediazione della rete può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo (dalle chat fino ai videogiochi online). Tuttavia, solamente il 10% degli Hikikomori naviga su Internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all'interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola. 

 

In ogni caso, la mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi sugli Hikikomori, che gradualmente perdono le competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno.

Chi diventa Hikikomori sostanzialmente è stanco di non sentirsi adatto al mondo e vuole prendersi una sosta.

La realtà degli Hikikomori negli ultimi anni sembra essere entrata a far parte dello scenario del disagio sociale giovanile italiano, rappresentando insieme alla categoria dei Neet solo la punta di un iceberg di malessere diffuso.

Essi e tanti altri giovani in difficoltà esistono sotto il nostro naso, e in alcuni casi possiamo persino essere noi, coloro catapultati in uno stato di incompetenza sociale in un mondo che spesso ci fa sentire inutili.

Dobbiamo essere sinceri con noi stessi quindi, e ammettere la nostra inadeguatezza anzi che nasconderci dietro un filo di seta per paura di accettare tale stato.

Dovremmo smettere di osservare il mondo da dietro una maschera e pretendere di vivere in un sogno perché la nostra realtà ci fa paura. Così come fuggire e rifugiarci nell’effimero, poiché quando il nostro fragile castello di carte crollerà, lascerà un grande e triste vuoto intorno a noi.

 Probabilmente non esiste un vero e proprio modo per estirpare definitivamente questi mali, ma attraverso la presa di coscienza di essi possiamo combattere, affinché possa essere sempre più difficile abbandonarsi al nichilismo.

 Dobbiamo essere in grado quindi di osservare, interagire e porci domande, poiché che ci piaccia o no, siamo tutti animali sociali, e come tali dovremmo rendere conto delle nostre azioni non solo a noi stessi, ma soprattutto a tutti coloro che condividono il nostro mondo.

La nostra società è proprio come un vetro.

Un fragile vetro che si frantuma a poco a poco sopra le nostre spalle anch’esse sempre più fragili.

 Luigi Citroni

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