Nell'ultimo mese

Solidarietà: da Hebron una richiesta di aiuto

  • Scritto da Effe_Pi

Un viaggiatore sardo racconta a IteNovas la città di confine e lancia una raccolta di fondi per la famiglia di un medico pacifista ucciso qualche mese fa da un'intossicazione causata dai lacrimogeni israeliani.

Di Antonio Gerolamo Fancellu

È il mio secondo giorno a Hebron, e sto passeggiando per gli insediamenti israeliani nel centro storico, alla ricerca di qualche soggetto da fotografare. Forse passeggiare non è il termine giusto per descrivere l'attraversamento a piedi della città. Ho alle spalle un checkpoint militare e due controlli del passaporto e al secondo checkpoint si rifiutano di farmi proseguire, perché  scoprono che porto una Keffiah sotto il giubbotto, e non si bevono la scusa del freddo. Non fa mai abbastanza freddo per indossare quella roba araba, mi spiegano. Cerco dunque una scorciatoia attraverso le colline e mi perdo tra gli ulivi. Poco dopo mi imbatto in un uomo palestinese, Sohaib, che sta accompagnando un ragazzo belga in un tour tra gli insediamenti.

Mi accodo a loro e scopro che sto vagando nella zona di Tel Rumeida, dove vivono ormai poche famiglie palestinesi, letteralmente imprigionate tra le nuove costruzioni erette dai coloni e le vecchie, ormai abbandonate dai più. Davanti ad uno di questi ruderi giocano due bambini. Anche qui azzardo il termine giocare, dal momento che i bambini si limitano a guardarci passare. Il padre, un medico attivista pacifista, é morto - mi viene spiegato - qualche mese fa, a causa di una crisi respiratoria provocata da gas lacrimogeni. Si chiamava Hashem Al-azzeh. Il nome non mi suggerisce nulla, ma il tono affettato con cui la nostra guida ne parla ci colpisce. Quattro figli e una moglie, ora soli e senza fonti di reddito. Mi commuovo e metto mano alle tasche. Tutto quello che ho, 110 Scheckel (25 euro), riempiono le mani del ragazzino, ma non gli strappano il sorriso che speravo. Poco importa, mi fa stare bene comunque. Subito dopo, delle grida ci fanno voltare, quelle di quattro giovani soldati che fanno la guardia alla casa del dirimpettaio e ci domandano come siamo riusciti ad arrivare fin qui. Le autorità israeliane, infatti, proibiscono a chiunque non abiti nella zona di avvicinarsi. Il vicino protetto in questione è tale Baruch Marzel, “un bastardo come pochi” - mi suggerisce Sohaib – “uno che ha scritto sul muro del salotto ‘Io ammazzo arabi. Tu invece che fai?’”. Una donna sbuca da dietro l'angolo, è la madre dei bimbi, ci ringrazia per l'offerta e ci invita a bere un tè.

È così che mi ritrovo a sedere davanti al fratello di Hashem Al-azzeh, la vedova, due dei figli e due nipoti. Si fa conversazione di cortesia, l'uomo ci racconta di essere stato ricoverato nello stesso ospedale dove Ariel Sharon era in coma, delle impossibili relazioni con i coloni israeliani, dei checkpoint, le umiliazioni, la paura, la morte del fratello e le sue aspirazioni:  l’obiettivo di Hashem è sempre stato “quello di comunicare, diffondere notizie sulla condizione di segregazione nella quale il paese è costretto, sconfiggere la disinformazione di cui siamo vittime”. Ci chiede se abbiamo domande da porgli, quasi fossimo giornalisti, ma no, nulla di particolare a parte quali siano le spezie che rendono il té così squisito. La visita finisce con una stretta di mano e la sensazione di aver perso una buona occasione di dialogo. Ed ora giù per la collina, ancora un controllo di documenti, un checkpoint in uscita, mezzo chilo di datteri freschi e cinque Kaki con gli ultimi 10 Scheckel e torno a casa da Mohamed, che gentilmente mi ospita e subito mi interroga.

“Sei stato a casa di Hashem? C'era suo fratello? E di che avete discusso?” Beh discusso di niente, non sapevo chi fosse Hashem: un attivista, mi han detto, e abbiamo solo bevuto il té. Mi butto su Google: Hashem Al-azzeh era un'autorità a Hebron ed un punto di riferimento per giornalisti, attivisti politici e pacifisti. La sua casa è stata un punto di informazione prezioso per chiunque fosse alla ricerca di informazioni sulla situazione palestinese. Un non violento. Un uomo di principi che non ha mai voluto abbandonare la sua collina, che pur lo costringeva tra i militari e l'ostilità dei coloni, nemmeno quando gli offrirono di comprarla per uno sproposito. Ripenso ai 110 Scheckel dati al figlio e mi riempio di amarezza. Poca elemosina, seppur in buona fede, per una causa tanto grande. Giovedì mi riprometto di tornare da loro con qualcosa di più in mano e tante domande, soldati permettendo. Ho anche pensato di organizzare, a titolo esclusivamente personale, una raccolta di fondi da consegnare personalmente alla famiglia. Chiunque si volesse unire, anche con una cifra simbolica, é pregato di contattarmi personalmente alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (o attraverso la redazione) e in cambio riceverà il resoconto dettagliato dell'incontro. Grazie per la collaborazione.

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