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Il paradiso degli innocenti - Parte quinta

  • Scritto da Luigi Citroni

Il paradiso degli innocenti - Parte quinta - Un thriller che vi lascerà con il fiato sopeso.


Il paradiso degli innocenti - Parte prima

Il paradiso degli innocenti - Parte seconda

Il paradiso degli innocenti - Parte terza

Il paradiso degli innocenti - Parte quarta

Il paradiso degli innocenti - Parte quinta

Il paradiso degli innocenti - Parte sesta

Il paradiso degli innocenti - Parte settima


Ancor prima che il sole tramontasse, io e Vinicio sfrecciavamo lungo tutto il centro città verso la periferia, per imboccare in seguito la via dei monti più a nord, attraverso lingue di cemento che mano a mano diventavano sempre più impervie.

Quel giorno eravamo soli diretti verso insidie delle quali non comprendevamo a pieno la natura, il che, come da manuale, ci avrebbe potuto garantire solo ed esclusivamente insuccessi.

Avevamo giubbotti antiproiettile, fucili semiautomatici e le nostre pistole di ordinanza. Pareva dovessimo invadere uno stato tante erano le munizioni a nostra disposizione. L’unico particolare stridente era che non avevamo, o per meglio dire, io non avevo idea di dove e di chi fossimo alla ricerca.

Poco dopo le sette di sera, uno squarcio tra le montagne ci guidò lungo una stretta stradina incanalata in una fitta galleria naturale di olmi e roverelle.

La fioca luce del sole, già nascosta dalle nubi, a stento riusciva a penetrare tra le folte fronde, così che il sentiero solcato da piccole venature d’acqua in discesa libera lungo ripidi costoni, rimase stabilmente umido e pericolante.

Ciò nonostante l’Alfa Romeo di Vinicio passò con indifferenza attraverso l’angusto vialetto, sfidando l’asfalto bagnato appena qualche chilometro dopo Santa Croce.

Una volta dentro, le sterminate valli alle falde di massicci rocciosi disperse oltre l’orizzonte d’un tratto sparirono, nascoste da impervi dorsali, risultato di basaltiche rimembranze di epoche vulcaniche.

Abbandonato il nodo di strade provinciali, sembrò come varcare la soglia di un ponte ultra dimensionale. Un canale per un mondo parallelo.

Il panorama infatti in un attimo cessò di essere smunto e scarno, e si tinse di ogni sorta di tonalità di colore.

Tra il mirto e il ginepro, lungo il versante, spiccavano in altezza piante dalla memoria secolare, le quali si univano le une con le alte attraverso le loro braccia resinose, fino a formare un verde reticolo naturale contro gli smottamenti.

Man mano che il motore dell’auto rombava tra i glicini e il lentischio e continuava a prendere quota lungo il percorso, in entrambi i lati della strada la montagna si spingeva verso il cielo per più di mille metri, e la sua punta insieme a boschi intonsi, si perdeva dentro un fitto banco di nebbia.

La coltre intensificava la barriera già disposta dalle nubi contro la luce del sole; rimaneva sospesa a un passo dal cielo attaccata alle punte dei pini e degli abeti, mentre con delicatezza si poggiava tra le rupi trapuntate dal muschio, come un rivestimento ovattato per un cristallo, nascondendo vecchie mulattiere e sentieri tortuosi che solo occhi esperti avrebbero potuto riconoscere.

Qualche chilometro più avanti il sentiero si apriva e insieme alla montagna, degradava dolcemente incavandosi in una valle. Un bacino d’acqua circondato da terre fertili, dove un pugno di case sovrastate dalla natura, lasciavano che il tempo passasse e slavasse la loro essenza come l’acqua con le rocce.

Con una brusca frenata il mio collega sgommò per qualche metro lungo l’asfalto, appena prima di oltrepassare un cartello forato da proiettili.

Scese dalla macchina, e senza proferir parola osservò il panorama assordato dal ruggente frusciare di una miriade di piccoli ruscelli vagabondi. 

Con un volto contrito come se fosse vittima di chissà quale pena scrutò con attenzione un’ambiente incontaminato che, involontariamente, sembrò instillare un senso di inaspettata pace. Una piccola tregua.

Il gracchiare dei corvi nascosti tra le chiome cariche di ghiande, e il fischiare di falchi girovaghi tra la foschia, ci riportò in un attimo alla realtà.

- E’ il caso di muoversi- disse Vinicio – secondo il mio informatore non dovremmo essere molto lontani-

- ma molto lontani da cosa Vinicio? E soprattutto è giusto che mi dica chi è il tuo informatore – replicai.

Il mio collega senza badare alle mie perplessità, come se fosse rimasto stregato da quella particolare atmosfera tutt’altro che limpida, montò in macchina e imboccò una strada secondaria incavata tra la roccia del monte, fino ad arrivare a un cancello chiuso tra due grandi pilastri infestati da edera e gramigna.

“OPPORTET ILLUM REGNARE”.

Questa scritta campeggiava incastrata tra le sbarre dell’inferriata semi arrugginita, dietro la quale una fitta boscaglia setacciava la luce del sole ormai fioca, regalandoci ancor prima che scoccassero le venti, un senso di inquietante oscurità.

Nel silenzio crepuscolare di montagna, scendemmo dalla macchina pronti a varcare la soglia di quel bosco. Le nostre mani stringevano un Beretta M4 a carica esterna di trenta colpi, e l’unico rumore che fino ad allora sembrò caratterizzare la nostra missione fu quello dell’otturatore che liberò il primo proiettile mettendolo in canna.

Vinicio con una mano spinse il cancello. In un attimo fummo dentro.

Sfilammo per qualche metro lungo una passerella umida, tra arbusti cinti da rovi, edera e ortiche.

Pian piano lasciavamo dietro uno spettacolo solenne, tra spuntoni di roccia solitaria all’apice del sentiero appena attraversato, per addentrarci in un tetro cunicolo vegetale.

 - Non siamo soli Carmine, occhi aperti- disse muovendo i primi passi in mezzo agli alberi.

- Come sarebbe non siamo soli? Chi ci aspetta? Sono armati? E perché cazzo non abbiamo coinvolto altri uomini? - bisbigliai con disappunto – che cosa ci facciamo qui? –

- Siamo nel loro territorio-

- nel territorio di chi? – chiesi con un senso di perplessità sempre più acuto.

Vinicio non rispose, ma si mosse avanti a me con sicurezza, nuotando tra l’oscurità e la vegetazione come se sapesse esattamente dove mettere i piedi.

Avrei dovuto pormi qualche domanda già da allora per quel suo atteggiamento troppo sicuro, date le circostanze.

Lui il giorno non aveva paura io sì. Il calcio del Beretta premeva contro la mia spalla e la canna sondava ogni centimetro di quella foresta mano a mano che avanzavo, mentre il dito rimaneva aderente al grilletto pronto per fare fuoco. Al contrario il suo fucile…puntava verso terra.

Se decidi di addentrarti in un luogo sconosciuto dove supponi tengano segregato il tuo superiore, che niente meno è un commissario di polizia, se navighi immerso in acque torbide mosse da un serie di omicidi immondi perpetrati attraverso parole di testi sacri, se hai veramente paura e temi per la tua incolumità una cosa è chiara e limpida: non avrai mai la canna del tuo fucile adagiata su un fianco, a riposo.

- Secondo la cartina dovremmo essere a quattrocento metri dalla cima del promontorio. Ci sono due vie per raggiungerla, una è un sentiero che costeggia un piccolo angolo lacustre, dove la vegetazione si fa più fitta; l’altra via è sul versante ovest. È un percorso pulito battuto da fuoristrada e camionette della guardia forestale. Voglio che prendi la via di mezzo-

- ma non esiste una via di mezzo Vinicio- risposi

- Appunto. Voglio che tagli attraversando la foresta, in mezzo agli alberi. È più tortuoso ma offre innumerevoli ripari in caso di scontro a fuoco-

- scontro a fuoco? – chiesi perplesso.

- E’ un rischio che dobbiamo correre Carmine-

- non è il rischio che mi preoccupa ma la tua strategia. Se dovessi imbattermi in uomini armati farebbero tiro al bersaglio. Mi sparerebbero dall’alto verso il basso e avrebbero molta più libertà di tiro rispetto a quella che potrei avere io. I nascondigli non servirebbero a niente, perché verrebbero a cercarmi e io non mi accorgerei di nulla-

- questo è quello che dobbiamo fare, le tue rimostranze non hanno nessun senso adesso-.

Avrei tanto voluto rispondergli come solo si fa con gli incoscienti.

Avrei voluto dargli in mano le mie armi e dire: “vacci tu a farti sparare in mezzo agli alberi stronzo”.

Ma non ci fu tempo nemmeno per metabolizzare una possibile replica, poiché egli prese a camminare spostandosi verso lato ovest del sentiero.

Con la torcia in mano scivolava via lungo il terreno come una guida esperta, mentre il suo fucile rimaneva ancora basso, e il dito ben lontano dal grilletto.

- Cosa c’è in cima? –

- Andreolli- rispose laconico.

Subito dopo, ciò che rimase di lui fu una flebile luce che pian piano sbiadiva tra la selva.

Il gelo pervase allora le mie membra, le mie mani strinsero con più vigore il fucile mentre dalla mia fronte iniziarono a scendere enormi gocce di sudore.

Fu dopo qualche passo che sentii quell’empia voce farsi spazio tra le fronde.

Un’eco talmente intensa da smaterializzare tutto il mio coraggio.

Per questa ragione accelerai il passo, inciampando in ogni pietra, in ogni radice emersa, muovendomi in maniera confusa rimbalzando di tronco in tronco.

Di Vinicio ormai nessuna traccia.

…Sarete la memoria dell’uomo che muore sotto il peso della giustizia. Il tempo è prossimo alla cattura-.

Improvvisamente la voce smise di parlare e un silenzio tombale calò sulle mie spoglie.

Sentivo la presenza di qualcuno. Qualcuno che si avvicinava quatto come un felino.

La torcia ben ancorata sulla canna del fucile riusciva a illuminare giusto lo stretto indispensabile per non capitolare nella totale oscurità; la sua gittata non era superiore a cinque metri, oltre quelli veniva risucchiata da un buio minuto dopo minuto sempre più fitto.

Continuai comunque a camminare affinando il mio udito in modo da carpire ogni minimo rumore, ogni minimo fruscio.

D’un tratto una voce riprese a parlare.

Questa volta era chiaro fosse molto vicina.

D’istinto mi defilai in un fianco, trovando riparo dietro a un tronco.

- Sei tornato da noi- disse una voce familiare – sei tornato e ora non andrai più via. Lilith avrà il suo sacrificio e il tuo sangue sgorgherà dalle rocce ma acqua alla sorgente. Chi si nasconde nell’oscurità? Gesù bambino ci salverà o l’uomo nero ci ucciderà-.

A quelle parole cantilenate non esitai un istante a uscire allo scoperto e aprire il fuoco.

Così quindici lampi illuminarono la foresta.

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