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Il paradiso degli innocenti - Parte quarta

  • Scritto da Luigi Citroni

Il paradiso degli innocenti - Parte quarta - Un thriller che vi lascerà con il fiato sopeso.


Il paradiso degli innocenti - Parte prima

Il paradiso degli innocenti - Parte seconda

Il paradiso degli innocenti - Parte terza

Il paradiso degli innocenti - Parte quarta

Il paradiso degli innocenti - Parte quinta

Il paradiso degli innocenti - Parte sesta

Il paradiso degli innocenti - Parte settima

Il paradiso degli innocenti - Parte ottava

Il paradiso degli innocenti - Parte nona


È ormai trascorso un numero indefinito di secondi ma ancora non riesco a pronunciare il fatidico tre.

Continuo a ripetere a me stesso: “sai cosa devi fare…che cosa aspetti?” ciò nonostante rimango immobile con il dito ben lontano dal grilletto.

La pioggia intanto viene giù fitta e cade sulla nostra pelle con la stessa violenza di una sassaiola mentre radi tuoni squarciano il volto di un cielo nascosto da nubi violente.

Vinicio è ancora in ginocchio a pochi passi da me. È silenzioso e ha lo sguardo fisso verso l’orizzonte, come se aspettasse da un momento all’altro l’arrivo di un ospite indesiderato.

Vorrei che mi parlasse, che mi facesse capire quale infausto compito mi è stato assegnato arbitrariamente; vorrei che almeno alla fine dei suoi giorni fosse nuovamente il partner di cui un tempo non potevo fare a meno.

Nonostante ora non riesca a provare nei suoi confronti sentimenti che non siano odio, sto acquisendo la consapevolezza che in fin dei conti in tutto ciò lui non ha colpa.

L’uomo che conoscevo sapeva come conferire ordine al mondo circostante con la sua risolutezza; un uomo integro, senza macchia; un uomo capace di affrontare di petto ogni insidia, senza mai temere la benché minima ripercussione.

Adesso alla luce di queste torbide cariche elettriche erranti sopra le nostre teste, vedo un essere consunto dal terrore. Il coraggio sembra aver lasciato il posto a una miserabile inconsistenza di sé, e l’uomo intrepido e avvenente di un tempo è come se fosse partito per un altro mondo senza lasciare alcuna traccia.

Che cosa ti hanno fatto Vinicio?

- Sento si sta avvicinando sempre più…la fine è giunta Carmine…per tutti noi- dice d’un tratto.

Mentre parla il suo volto rimane impassibile, come se rassegnato all’ineluttabile.

- Cosa significa? Cosa succederà al suo arrivo? – chiedo

- Non ti è chiaro? Quando lui arriverà in cima ci prenderà. Se non avrai ancora fatto la tua scelta lui sceglierà al posto tuo. Loro pretendono il sacrificio e in un modo o nell’altro lo ottengono sempre. Vivere non è un opzione, ma la morte è l’unica soluzione…-

- Queste parole…come conosci queste parole Vinicio? – chiedo sbalordito.

- Loro entrano nella tua mente e instillano ogni concetto necessario per il compimento della missione. Le parole da loro pronunciate si impossessano di ogni tua facoltà cognitiva, e come un cancro in metastasi ti consumano fino a prendersi tutto ciò che rimane di te. Non c’è alternativa, dobbiamo dargli quello che chiedono…e non ti illudere Carmine io so a cosa fai riferimento…so perché mi hai chiesto di quelle parole. Io ho letto la lettera. Sono stato io a fartela avere…non l’ho scritta, ma sono stato io a intercettarla e correggere ogni passaggio che non avresti dovuto mai sapere. E sempre io sono stato a consegnarla a Sabatini. –

- Perché a me? Perché mi hai fatto questo? Io mi fidavo di te-

- Tu sei solo uno dei tanti…dopo di te ce ne saranno altri e poi altri ancora. Il loro potere non ha confini e se dovessi scappare loro ti cercheranno e ti troveranno stanne certo, così come fu per il povero Sabatini, l’unica persona di cui ti saresti realmente potuto fidare. –

Queste sue ultime parole concedono il mio animo a una bufera ancor più potente di quella che sta vivendo la mia pelle.

La speranza sento se ne va così in un pomeriggio di primavera, come uno sbuffo di vento alle prime luci dell’alba.

Non intravedo più un porto sicuro dove attraccare, e quel mare in bonaccia che mi avrebbe dovuto spingere verso la baia mi trascina al largo dove infuria la tempesta.

Il tempo sembra giungere per davvero, e la mia stagione pian piano volge il suo viso verso occidente.

In un attimo mi sento di troppo. Mi sento fuori luogo pronto ad abbandonare questo mondo anche se di vita vissuta non si ha tanto da raccontare.

- Su un grosso ramo di quercia, un tempo, ci siam seduti e insieme abbiam guardato oltre le nostre cime boscose, oltre le punte di quei monti che saremo riusciti ad amare più di noi stessi…-.

Vinicio d’improvviso riprende a parlare interrompendo i miei pensieri.

- Siam stati in silenzio per troppo tempo, straziati da ogni male del mondo, incapaci di combattere e con il nostro coraggio appeso a un filo.

Mi hai teso la mano, ma io, immerso nel mio sognare lungimirante, l ho schivata e ho puntato il dito al di là di quello che era alla nostra portata –

- Ma che cosa diavolo stai dicendo Vinicio? –

Egli continua imperterrito il suo monologo senza dar retta alle mie perplessità. Ormai non mi guarda ma chiude gli occhi e spinge il suo viso verso il cielo come se stesse invocando la redenzione per i suoi mali.

Intanto sento i passi dell’uomo farsi sempre più vicini a noi, sento persino il suo respiro e i primi lamenti straziati della ragazza stretta a lui.

- Mi senti? Ti sto parlando, ora forse da troppo lontano, a te che sei ancora là, con le gambe che penzolano nel vuoto, mentre io sono arrivato in punta, a ridosso di quelle fragili fronde che cedono al soffio di quel vento che un tempo abbiamo sminuito con le nostre risate innocenti.

Ho da dirti tante cose. Ti voglio raccontare il perché io sia arrivato a un punto irraggiungibile.

Perché non ti muovi? Perché non cerchi di volgere il tuo sguardo verso me che sono andato troppo oltre? Mi hai abbandonato per caso? Oppure sono stato io a farlo?

Ho tante cose da dirti ma il ramo cigola e ho paura di avvicinarmi, non voglio cadere, mi dispiacerebbe perdere il mio equilibrio-.

- Porca troia Vinicio ma cosa dici? Vuoi il perdono? Alzati e aiutami a trovare una soluzione…sei ancora un’agente di polizia, ti prego mettiti in piedi- dico mentre con la mano libera dalla pistola gli stringo il braccio e cerco di smuoverlo dalla sua posizione – Vinicio ho bisogno del tuo aiuto adesso, alzati! – proseguo con una decisa nota di disperazione.

- Però tu non ci sei, la foschia ora e rada, riesco a distinguere il posto dove un tempo riposavamo insieme, e tu non sei più là.

Guardo attraverso le fronde ma non riesco a vederti, non ci sei. Allora dove sei andato? – urla

Vinicio sembra aver perso ogni contatto con la realtà. Il suo blaterare isterico pare essere il preludio al disastro e la cosa mi terrorizza, ma allo stesso tempo la mia parte razionale mi spinge a non perdere il controllo. Così in un attimo penso ai miei colleghi morti e a quelli che a breve avrebbero abbandonato questo mondo; penso ai cadaveri dei ragazzi sparsi per le campagne e al dolore dei loro cari che non hanno mai potuto piangerli per davvero; penso ai figli di Lilith e alla loro presunzione; penso a Sabatini e a quella notte. Infine penso a me e al coraggio che spesso si racimola durante tutta la vita solo per affrontare il giorno della propria morte.

Allora muovo i primi passi, mi allontano dal mio collega perso nelle sue trans oniriche e con la pistola ancora più stretta tra le mani faccio esplodere tre colpi.

Un boato invade l’intera valle.

Improvvisamente sembra essere sopraggiunto un silenzio ancor più spaventoso, proprio come quello provato nel bosco qualche anno fa.

Al tempo non so dire se fu la particolare circostanza che mi vide coinvolto o se fu pura e semplice angoscia, a scaturire in me la convinzione che in quella notte sarebbe successo qualcosa di terribile. Ciò che so con certezza è che percepii nell’aria un’innaturale pericolo già da quando Vinicio mi fece entrare nel suo ufficio.

Mentre esponeva il suo piano con la risoluzione di un comandante, ricordo mi fermai a fissare il cielo al crepuscolo che squarciava il vetro della finestra alle spalle del mio nuovo commissario. Si tingeva di porpora, di una tinta inusuale che sembrava persino sbavasse su nuvoloni a nord i quali avanzavano verso noi al passo di un derviscio.

Non sono mai stata una vittima dell’ansia generata dai cattivi presentimenti. La mia parte razionale ha sempre garantito una visione lucida dei fatti, una presa di coscienza che la realtà è una e una soltanto, e in certi casi è la cosa peggiore che si può presentare davanti ai nostri occhi.

Ricordo ancora oggi le parole pronunciate da un’empia voce persa tra la fitta boscaglia.

- Lo sentite anche voi quest’odore intenso? E’ un aroma inconfondibile. È tra i più potenti al mondo, e ci vuole veramente poco prima che si diffonda come un gas in ogni dove-.

Esse sembrava viaggiassero nell’aria come pulviscolo in una stanza oscura. Al di là di quella voce la notte luminosa risplendeva sopra una casupola avvolta da immensi alberi di leccio.

La sterminata volta stellata si adagiava pacatamente lungo l’orizzonte, e indifferente lasciava che il maestrale fischiasse, e che le mura di castagno tremassero a ogni soffio come fili d’erba in primavera.

-È la paura- riprese la voce -la vostra paura. Quella che vi sta facendo pentire di essere nati. Quella che vi farà maledire i vostri genitori per aver scopato anziché farvi morire in un fazzoletto. Le vostre lagne sono il mio piacere, e le vostre lacrime sono la conferma che in questo mondo esiste giustizia. È la prova che in qualche modo è possibile trovare un ordine generale. Dove chi deve soffrire è giusto che lo faccia, e chi al contrario ha il gravoso compito di tenere in mano lo scettro dell’oppositore, si crogioli tra le afflizioni delle sue vittime. È l’unico vero e sensato ordine morale. Un ordine puro...come la tempesta. Le vostre urla di pietà si udiranno in ogni dove fin quando non cesserete di gridare sotto il peso del vostro dolore. E allora un tormento senza fine vi piegherà come fiori appassiti dal troppo sole. Quando verrà l’alba, e i fumi del giorno si disgregheranno nell’atmosfera, io avrò il mio pegno. Avrò la mia catarsi. E voi sarete un tiepido ricordo. Sarete la memoria dell’uomo che muore sotto il peso della giustizia. Il tempo è prossimo alla cattura-.

Dopo di che la morte prese possesso delle nostre anime.

Foto: CC0 | Pixabay | Pexels