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Oristano e dintorni tra omofobia e night

  • Scritto da Paolo Ardu

La provincia sarda mostra un volto intollerante contro due installazioni artistiche che ricordavano la strage nel locale gay di Orlando, ma sembra non scomporsi per i night sul territorio.

Cosa ha spaventato di quelle foto che ritraggono due spose vestite in abito bianco, sedute in una camera matrimoniale e due uomini in abito da cerimonia che si tengono per mano seduti in un salotto? Perché all'autrice, l'artista oristanese Egle Picozzi, “gli agenti della Questura hanno chiesto chiarimenti”? Perché, infine, farle smantellare l'installazione? Le foto, appese nel centro di Oristano nei pressi del Comune, erano parte di un progetto condiviso con altri artisti e volevano testimoniare l'amore tra due persone dello stesso sesso. Foto identiche a quelle degli album fotografici dei matrimoni tra un uomo e una donna. Si, uguali ma diverse nei soggetti. Quello che stona è che delle foto siano state meno tollerate degli schiamazzi o delle liti che talvolta avvengono fuori dai night club. Locali notturni che peraltro sono molto diffusi e tollerati in tutta la zona, come il New Privé e il famoso (e storico) Gaudì, che già dalla pagina Facebook si annuncia "aperto tutti i giorni per addii al celibato e feste private", ma anche molti altri sparsi nella provincia, meno patinati e spesso più vicini al classico concetto di prostituzione.

Più grave l'episodio che è accaduto a pochi chilometri dal capoluogo, a Palmas Arborea. A quanto riporta la stampa, qualcuno è sceso da una macchina, ha stracciato i manifesti e gli ha dato fuoco senza farsi troppi problemi. I manifesti erano parte del progetto “Shoot me! Orlando”, progetto itinerante ideato dal fotografo Gianluca Vassallo, che da Firenze, Milano e Roma era infine approdato anche in Sardegna per sensibilizzare sui diritti degli omosessuali. E quei manifesti erano delle fotografie di baci, baci gay. L'iniziativa di guerrilla art era nata all'indomani della strage di Orlando, negli Stati Uniti, dove hanno perso la vita 49 persone, tutti ragazzi tra i 20 e i 30 anni che frequentavano il locale gay “Pulse”, nel quale Omar Mateen entrò sparando la notte dell'11 giugno. La strage più sanguinosa consumatasi sul suolo statunitense dopo l'11 settembre 2001.

Ma qual era l'intento di questo vandalo omofobo? Distruggere un'installazione tanto per fare un danno o distruggerla per far “sparire” dalla propria vista quei baci che colpivano il profondo di un Io represso e frustrato, o entrambe le cose?
I due gravi gesti di intolleranza sono stati ripresi anche dalla stampa nazionale (L'Espresso e La Stampa) che si è interrogata sui perché. Oggi l'impeto distruttore è atomizzato, e si risveglia improvvisamente coi violenti che usano i social per prendersela con chi è debole e diverso. Ma c'è anche chi contribuisce a smontarlo il pregiudizio. Come i 17 ragazzi del paese che hanno ri-allestito la stessa installazione. Lo stesso Vassallo ha raccontato su un quotidiano sardo l'episodio, invitando la sua comunità (quella di Palmas) “a diffondere al mondo l'immagine di una comunità che non ha paura del fuoco. Che non ha paura d'essere bruciata. Ma che sconfigge la stupidità (…) con un atto d'amore”. 
Più concretamente? Ad esempio, ai tempi delle legge Cirinnà, chiedendo l'istituzione del registro comunale per il riconoscimento delle unioni civili, come già avvenuto in Sardegna anche in alcuni piccoli comuni e nella stessa Oristano. Così per dirne uno, di atto d'amore.

Foto: Pixabay | CC0 Public Domain

 

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