La stampa spagnola "fa nascere indipendentisti tutti i giorni"

Il 1° ottobre in Catalogna si terrà un referendum per l'indipendenza dalla Spagna che il governo Rajoy ritiene illegale. Intervista sull'argomento al sociologo Nicolò Migheli.

A poche ore dal voto referendario sull'indipendenza della Catalogna, per capire meglio gli umori delle strade e i sentimenti della piazza durante questi giorni di braccio di ferro tra Madrid e la Generalitat abbiamo posto alcune domande a Nicolò Migheli, sociologo e blogger di Sardegna Soprattutto, di ritorno in questi giorni da un viaggio nel cuore della Catalogna.

Questo referendum catalano del 1 ottobre, se si terrà, si annuncia burrascoso. Si temono scontri di piazza. Nel mentre gli imprenditori catalani dicono che “c'è una paralisi totale degli investimenti stranieri” in vista del referendum, già dichiarato illegale dal governo. Ora la polizia catalana intende negare l'uso degli edifici pubblici adibiti a seggio elettorale, e le manifestazioni del 20 e 21 hanno portato all'accusa di centinaia di manifestanti di sedizione volta a “rompere l'organizzazione territoriale dello Stato”...

La polizia catalana per il momento è incerta e la risposta la si avrà solo il 1° di ottobre. Non ci saranno scontri di piazza a meno che non vengano provocati da infiltrati. Cosa possibile peraltro. Comunque vi è un grandissimo controllo sociale perché questo venga evitato. Ogni anno i catalani organizzano la Diada l’11 settembre con milioni di persone in strada e non c’è mai stato nessun incidente. È indubbio che Madrid voglia forzare gli avvenimenti, anzi lo vuole Rajoy e il PP, e lo stanno facendo perché l’obiettivo è raccogliere voti in funzione di nuove elezioni, visto che oggi il suo è un governo di minoranza che si regge sui voti dei baschi, “comprati” a suon di finanziamenti. Il 2 però non sarà Rajoy a vincere e la trattativa mi sembra la strada più probabile.

In questi giorni la stampa spagnola (in particolare El Paìs) sta “smontando” la narrazione indipendentista. Da quelle storiche (la guerra di “secessione” del 1714) al revisionismo (si parla di una costituzione, quella del 1978 nata dalla caduta del regime franchista, ritenuta “ostile ai catalani”) fino a quelle più recenti (“la Spagna ci ruba i soldi”, il “soli saremo più ricchi”, “abbiamo il diritto di separarci” e “non usciremo dall'Unione Europea”), le rivendicazioni indipendentiste sono tante e in parte controverse. Ma è il momento in cui la protesta si prende tutta la piazza...

In realtà questo “smontaggio” è una operazione di pura propaganda fatta da El Paìs (ex giornale di sinistra a questo punto). Credo che il richiamo della Hispanidad abbia funzionato benissimo, tanto che la Guardia Civil che sta spostando le sue truppe in Catalogna viene salutata da gruppi di attivisti con bandiere spagnole al grido di “A por ellos”, Vanno per loro. Pilar Rahola, editorialista de La Vanguardia, sostiene che quel movimento di truppe è nato nella zona testicular del poder. Insomma, i giornali madrileni stanno facendo un lavoro sporco per la Spagna e ottimo per i catalani. Fino ad un anno fa gli indipendentisti erano in minoranza, forse lo sono ancora oggi, ma ogni articolo del Pais, del Mundo, di ABC fa nascere indipendentisti tutti i giorni. "Dios los guarde", m’ha detto un tassista.

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Da giorni ci sono manifestazioni e sembra che la repressione e gli arresti fatti dal governo del Partido Popular di Mariano Rajoy nei giorni scorsi abbiano acuito il sentimento anti-spagnolo, già crescente negli ultimi anni. Com'è l'umore nelle strade a pochi giorni dal referendum?

L’aria che tira è serena, anche se una certa tensione si coglie. Più che antispagnolismo, ho colto molto risentimento verso l’oligarchia spagnola. I nomi che contano in Spagna sono sempre gli stessi da duecento anni. Credo però, e questo si coglie, che i giovani siano già “disconnessi” si sentono catalani e non spagnoli. Un particolare non da poco di cui bisognerà tenere conto nei prossimi anni.

A proposito, ma si terrà o no questo ennesimo referendum per l'indipendenza catalana? E se si, lo chiedo all'appassionato di politica internazionale, che effetti potrebbe avere?

Si terrà o no, poco importa. I catalani escono vincitori da questa prova di forza. Il governo spagnolo ha agito in modo pessimo, non ha voluto trattare. Dovrà farlo nelle prossime settimane. Per ora però non ci sarà nessuna indipendenza.

Uno di questi effetti è la sempre più crescente voglia di “piccole patrie”, una tendenza che in Europa a partire dal referendum per l'indipendenza della Scozia del 2014 è sempre più pressante. La Sardegna come si colloca in questo scenario?

Intanto rifiuto categoricamente il termine di “piccola patria”. Per i 350.000 maltesi Malta è una grande patria, come lo è la Catalogna per i suoi 7 milioni. Normalmente questi movimenti vengono associati ai revanscismi, gli unici sentimenti di amor patrio che hanno cittadinanza sono quelli per gli stati nazione tradizionali. In realtà non è così. Prendiamo il caso della Sardegna, non siamo italiani in termine di nazione, o almeno lo siamo come eravamo spagnoli fino al 1720. C’è una storia, la geografia, la lingua che ci separano dalla penisola italiana. Siamo solo di passaporto italiano come lo siamo stati di quello spagnolo. Come si colloca la Sardegna? Direi bene, abbiamo tutte le caratteristiche per poter essere indipendenti, ma non ora. Prima c’è bisogno di un grande lavoro culturale, d’essere indipendenti con la testa. La Catalogna ci ha messo quarant'anni. Natura no facit saltus, e le indipendenze senza un consenso alto non si fanno.

Chi è Nicolò Migheli: sociologo e scrittore (autore di “Hidalgos” e “La storia vera di Diego Henares De Astorga”, entrambe pubblicate da Arkadia), è anche da tempo blogger per Sardegna Soprattutto, che in questi giorni dedicherà un approfondimento sul tema, un abecedario sulla Catalogna e l'indipendentismo.

Foto | Joan Campderrós-i-Canas su Flickr

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