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I riti della Settimana Santa in Sardegna

  • Scritto da Gi_Ci

La settimana santa in SardegnaIniziamo oggi un appuntamento settimanale in collaborazione con la IMAGO Multimedia di Nuoro per conoscere i Riti della Settimana Santa in Sardegna.

Pubblichiamo un estratto dal volume "I riti della Settimana Santa in Sardegna" pubblicato dalla IMAGO Multimedia di Nuoro, che ci ha gentilmente concesso la possibilità di diffondere e valorizzare un'altro aspetto della ricchezza culturale della nostra Isola: la commemorazione e i riti della Santa Pasqua.

Uno degli obiettivi della nostra iniziativa editoriale è la valorizzazione e diffusione delle eccellenze sarde, siano esse culturali, tecnologiche, economiche e imprenditoriali, e la IMAGO Multimedia rientra certamente in una di queste categorie.


La settimana santa in SardegnaI RITI DELLA SETTIMANA SANTA IN SARDEGNA

In Sardegna la ricorrenza pasquale è chiamata Pasca manna (Pasqua grande) o Pasca ’e aprile. È la festa per antonomasia e la più coinvolgente: ovunque sa Chida Santa (Settimana Santa) è vissuta con slancio mistico ma con la compostezza che distingue i sardi.

Nonostante molti dei riti ancora oggi praticati non furono concepiti nell’isola, le sacre rappresentazioni s’innestarono su un substrato già ricco di rituali propri di culture ancestrali. Da cui, ad esempio, deriva l’usanza di esporre nelle chiese su Nènniri (o Nènnere), o quella de is allichirongius de Pasca (pulizie della casa), eredità d’antichi riti di purificazione.

Un riferimento esplicito ai riti della Pasqua semita è rintracciabile nel nome del Venerdì in sardo, Chenàpura (dal latino Coena Pura). Introdotto nell’isola dagli ebrei che giungevano dall’Africa settentrionale, indicava un pasto durante il quale ci si doveva astenere da alcuni cibi, proprio come per la Pesàh- Hag hamatzot. I sardi chiamano così, ancora oggi, il giorno in cui morì Gesù, durante il quale si deve praticare il digiuno rituale.

La teatralizzazione dei riti cristiani giunse dal fasto del clero spagnolo, in particolare dei Padri Mercedari, ordine molto diffuso nell’isola nel XVII secolo. Anche in Sardegna spettò alle Cunfràrias (Confraternite) il compito di tramandare i riti paraliturgici; i Cunfràdes Cantores intonano i canti a quattro voci della tradizione latina (Stabat, Miserere, Ottava Trista) e sos gòsos (o gòccius o gòtzos), laudi religiose senza accompagnamento musicale. L’etimologia di gòsos conduce al castigliano gozos (gozar = godere, gioire): era uso in Spagna cantare le “gioie” terrene e celesti di Maria, pratica che fu estesa alla lode di Cristo e dei Santi. La maggior parte dei testi, anonimi e tramandati oralmente, sono in sardo, altri in latino e spagnolo.

Durante sa Chida Santa hanno come tema principale le sofferenze dell’Addolorata. Altri Confratelli suonano per le vie un tamburo o arrèulas, matraccas, rainèddas, reo-reo, taulìttas, strumenti in legno che producono rumori assordanti, con cui annunciano il passaggio delle processioni o l’inizio dei riti nei giorni in cui non possono suonare le campane.

Anche questa tradizione ha simili espressioni in Spagna dove si suonano corni, crepitacoli, raganelle o tamburi battuti da centinaia di persone contemporaneamente. Ufficialmente si vuole riprodurre il frastuono della flagellazione o il trambusto che doveva esserci durante la salita di Gesù al Calvario; ma è evidente il richiamo al fragore con scopo apotropaico di rituali ancestrali come quelli del carnevale.

Intento simile ha il rito dei fucilieri, che celebrano con scariche assordanti l’incontro del Risorto con la Madre la mattina di Pasqua. Con tempi e peculiarità che variano in base alla tradizione locale, le rappresentazioni paraliturgiche sono simili in tutti i paesi dell’isola.


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Ricerche e testi: Giulio Concu © Imago_multimedia | Foto: Franco Stefano Ruiu © Archivio Imago_multimedia

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