IN Breve

Viaggio a Nis, la città silenziosa

Resoconto di un viaggio per caso dalla polvere dell'aeroporto, descrizione di Nis la città silenziosa della Serbia del sud al vino slavo.

Polvere, ricordo polvere dentro l'aeroporto di Nis che ha come ingresso la più instabile delle impalcature, messa li al momento per accogliere i turisti sbadati e chiassosi che non sanno dove dove passare con le loro valigie, colme di vestiti adatti a qualsiasi stagione.
Ho portato due maglioni pesanti come in previsione di un vento gelido proveniente dai Balcani.
Nis sta li, al centro dell'Europa, sta li silenziosa e rispettosa, come i suoi abitanti e i suoi tassisti, mai invadenti mai indiscreti, pronti a offrirti un sorriso e un servizio economico per duecento dinari.


I magri carretti percorrono la periferia più veloci di quel pullman arrugginitoche abbiamo appena sorpassato; i palazzi fatiscenti si affacciano sulla via principale hanno occhi grandi e sporchi, la storia ha impedito che venissero rifatti e curati.
Ha odore di fumo e fuliggine l'albergo di Vukan, nel giardino la legna è sistemata con precisione, ogni tronco ha il suo posto. La lingua inglese è una grossa barriera, proviamo a scavalcarla con un sorso di Slavovice, il mio impatto con questa non è affatto dei migliori; lo stomaco, sotto pressione dal volo appena concluso, ha ceduto, concedendosi un immediato saluto ai sanitari, sempre limpidi e puliti in ogni spazio riservato.
La luce dell'Est Europa ha la malinconia in se, ha il colore della ruggine dei ponti in disuso, ha l'arancione di un sole tiepido.
Mi accompagna silenziosa e discreta, la mappa ricorda le vie di una città simile nelle sue strutture e architetture, mi sento spaesato, distratto da scarpe poggiate sull'uscio delle case; mi sento distratto dalle cornacchie, costante presenza in difesa dei loro nidi balcanici.


I monumenti di Nis sono solitamente affiancati da una pozzanghera, i cani randagi si abbeverano li per essere meno soli e un po' piu famosi. La Fortezza di età indefinita, appare di plastica ai vistatori; le terme chiuse e i bar alla moda ti introducono in un parco che ha poche pretese, ha l'erba tagliata a ciuffi e bottiglie di plastica in disuso all'interno di rovine di epoca costantiniana. Lei cammina sola, guarda in alto, ammira le solite cornacchie e cerca il campo di concentramento, osservato da fessure poco larghe per l'ampiezza del mio naso mediterraneo.
I monti ci circondano, sembrano fatti di velluto, piccoli paesi si stagliano. Cosa mangeranno in quelle case? Cosa penserebberp se mi sedessi al loro tavolo? Mi offrirebbero del pane tondo e bruciato nel contorno, mi porgerebbero un vassoio di carne fatta alla brace. Io preoccupato per lei, che riconosce il sapore di ferro nella carne, chiederei di poter avere una o due verdure, di quelle splendide esposte in quel piccolo mercato, profumato come il camion del fruttivendolo che inebriava le vie del mio piccolo paese.


Il cimitero è enorme, appare inghiottito dall'edera e dal buio, scatti fotografici non renderebbero la malinconia trasmessa e la mia estraneità a tutto ciò.
Passano i cani randagi, passa la luce, le insegne di un grosso centro commerciale riflettono sulle unghie smaltate di bionde signore e sui loro stivali a punta.
Non ho preso nulla di tipico, poche foto, mi tengo dentro Vukan e sua moglie e il loro odore di stufa a legna. Mi tengo dentro quella zippola con una soffice crema di formaggio venduta da un mercante che sta li vicino ai binari morti di una ferrovia utilizzata.
I ragazzi ammirano estasiati i movimenti dei fianchi delle danzatrice del ventre in ricordo di un passato che sa di Turchia e Medioriente.
Saluto il nostro amico, titolare di quel minuscolo bar, ci ha offerto il suo vino migliore nella speranza di rivederci in Italia dove sua figlia vive.
Nis terra di confine, terra di pane e formaggio.

Foto | amanderson2