Fotogallery - Ecco il campo sperimentale per migranti nel Nord Sardegna

  • Scritto da Paolo Ardu

A pochi chilometri dal mare trenta migranti coltivano erbe officinali. Il racconto (anche fotografico) di un progetto in cui ricerca in campo agricolo e accoglienza si sono incontrati.

Visto da fuori il centro di Baja Sunajola sembra un villaggio vacanze, ma in realtà da dentro è una comunità multietnica in cui tutti imparano qualcosa, anche chi insegna.

Circa 5mila metri quadri, mezzo ettaro coltivato ad erbe officinali tra elicriso (Helichrysum italicum) e la sua sottospecie microphyllum, quest'ultima raccolta nel nord dell'isola tra Stintino e Badesi, rosmarino (Rosmarinus officinalis) autoctono e lavanda (Lavandula angustfolia, anche detta officinalis) proveniente dalla Liguria e quella stoechas, la sarda, ancora da impiantare. Ma il perimetro di questo campo sperimentale, tra terreni calcarei e il mare a pochi chilometri da Castelsardo, arriva fino al centro di accoglienza di Baia Sunajola nella frazione di Lu Bagnu, gestito dalla cooperativa sociale Ecoservice, dove vivono i rifugiati provenienti da Senegal, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Nigeria e Bangladesh che ci lavorano.

Un esperimento sociale nel campo agricolo fortemente voluto dai ricercatori del Cnr-Ispaam di Sassari che, attraverso un'attività di formazione, hanno portato un gruppo di una trentina di migranti a conoscere e lavorare queste piante officinali che crescono bene in Sardegna. I giovani, suddivisi in tre classi in base alla lingua parlata (anglofoni, francofoni e bengalesi), passati alcuni mesi in classe davanti alle slide in powepoint delle lezioni di agricoltura, tra maggio e giugno hanno preso in mano le zappe per lavorare il terreno, coltivare le piantine e costruire un impianto a goccia con tubi in polietilene su ogni filare.
Il progetto “nato inizialmente pensando alle detenute del carcere femminile di Bancali” – racconta Simonetta Bullitta, ricercatrice e formatrice nel progetto, da pochi giorni rientrata da un convegno internazionale sui bioantiossidanti in Bulgaria – “purtroppo non si è concretizzato, così abbiamo pensato a questi ragazzi che in città vediamo abbandonati a sé stessi dagli stessi centri in cui dovrebbero essere accolti. Così l'abbiamo proposto a Pasquale Brau, responsabile della Ecoservice, che l'ha accolto con entusiasmo”.

“I ragazzi hanno molta voglia di fare” – sottolineano Gianni Re e Toni Stangoni, anche loro come Simonetta “maestri di agricoltura”, affiancati sul campo anche dal castellanese Romano Ieran, socio della cooperativa e apprendista farm manager. “Insegniamo loro l'agricoltura a 360 gradi. Da come trapiantare una piantina fino alla scerbatura, ovvero l'eliminare le erbe infestanti per farla crescere meglio” – mi spiegano – “chi dice che non hanno voglia di lavorare qui non c'è mai stato”. Visto da fuori il centro di Baja Sunajola sembra un villaggio vacanze, ma in realtà dal di dentro è una comunità multietnica in cui tutti imparano qualcosa, anche chi insegna.

Da questi ragazzi che imparano a coltivare un terreno abbandonato e vogliono vivere del loro lavoro non si può che imparare. E imparare significa sconfiggere la paura, le generalizzazioni facili e i pregiudizi verso l'altro riempendo di senso la parola “buonista”, con qualcosa di concreto.

Mohamed, africano e musulmano della Guinea, mi mostra anche s'iscra. Nell'orto vista mare ci sono pomodori grossi e ancora verdi, peperoncini, melanzane e altre verdure. È molto orgoglioso di quel lavoro perché un tempo era operaio e ora è responsabile dell'orto, assistito dal suo amico Clement, 26 anni, cristiano della Nigeria e da Giuseppe Casiddu di Ittiri, coltivatore diretto, giardiniere e ora volontario presso l'Ecoservice. Un passato comune di lavoro nei campi, come Sidi che nel Senegal, quando non faceva il meccanico, raccoglieva mais e arachidi, prima di essere costretto circa due anni fa a scappare per salvarsi la vita.

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I “maestri di agricoltura” dell'Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo (Ispaam) mi ripetono che i ragazzi e le ragazze “oltre che di fare hanno fame di sapere”. Sono diversi i corsi che il centro organizza, dalla sartoria alla lingua. Marta Muntoni da Terralba è una delle insegnanti di italiano che spiega loro come “buttare la pasta” non sia da prendere letteralmente, ma significa preparare un bel piatto di spaghetti.
Il prossimo passo per la cooperativa potrebbe essere quello di far parte del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati noto come Sprar, che di recente ha registrato l'adesione anche di comuni sardi tra i più piccoli. A correre ogni giorno avanti e indietro per ogni questione, più o meno pratica, è Salvatore Barra di Ozieri, che dirige questa struttura in cui lavorano una cinquantina di persone. Mi dice che la gente del paese è diffidente sia verso i migranti che verso chi lo gestisce, perché pensa che dietro ci siano un Buzzi o Carminati di turno, a tirare i fili. “Ma non è così, qui è un'altra cosa” – dice. Da questi ragazzi che imparano a coltivare un terreno abbandonato e vogliono vivere del loro lavoro non si può che imparare. E imparare significa sconfiggere la paura, le generalizzazioni facili e i pregiudizi verso l'altro, riempendo di senso la parola “buonista” con qualcosa di concreto.

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