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Minorca, il volto selvaggio della bellezza

Minorca | Foto Franco Vannini (© BY-NC-ND 3.0 IT)

Minorca è un angolo di Mediterraneo rimasto pressoché intatto, lontano dal turismo di massa e dall'omologazione della modernità.

Minorca ha un'anima che guarda a Oriente. Una storia che nasce 3500 anni fa in una terra lontana, sulle coste frastagliate di quella che oggi è la Turchia asiatica, ma che un tempo si chiamava Lidia. È uno dei periodi più oscuri della storia. Popoli che si muovono, genti che premono, imperi che crollano, civiltà che nascono. Non se ne sa molto e questo ha alimentato il mistero. Anche i nomi hanno sonorità affascinanti: Shardana, Lukka, Ahhiyawa, Tursa, Shekeles, Peleset, Danuna.

Complessivamente vennero chiamati Popoli del Mare e se esiste la nostra civiltà forse lo dobbiamo a loro. Intorno al 1200 a. C. dalle steppe dell'Europa centrale una massa enorme di tribù di lingua indoeuropea calano verso le ricche e opulente coste del Mediterraneo: i Frigi verso l'Anatolia, i Dori verso la Grecia. È la fine dell'Impero Hittita, il dissolvimento di quello miceneo, e mentre le città crollavano i sopravvissuti a quella devastazione si mettono in mare per cercare un nuovo inizio da qualche altra parte: alcuni di loro ne troveranno uno splendido. Non è certo, ma forse i Tursa erano gli antenati dei Tirreni, gli Etruschi; gli Ahhiyawa e i Danuna, Achei e Danai; Shekeles, i Sicani che approderanno in Sicilia; Peleset i Filistei della Palestina; Lukka i Lidii; Shardana quegli iniziatori della civiltà nuragica in Sardegna che arriveranno anche nelle Baleari, a Minorca.

L'isola di Minorca è, per grandezza, la seconda delle Isole Baleari dopo Maiorca. I due nomi derivano dagli aggettivi latini minor e maior e testimoniano, semmai ce ne fosse stato bisogno, la lunga permanenza dei Romani in questi luoghi. La posizione strategica e la particolare conformazione delle coste hanno sempre garantito a queste isole potenza e benessere, ma hanno anche suscitato brame e mire di conquista.

A Minorca ogni civiltà ha lasciato un segno del proprio passaggio, nessuno è però mai riuscito a modificare l'aspra bellezza della sua natura selvaggia. L'isola conserva ancora splendidi palazzi e siti archeologici di grandissimo interesse ma è nulla rispetto allo spettacolo delle sue spiagge e ai panorami dei suoi paesaggi: parchi e riserve naturali, aree marine protette, ecosistemi di macchia mediterranea e dune, oltre cinquanta grotte terrestri.

È una natura che si manifesta in un incredibile caleidoscopio di diversità: a sud si allungano spiagge di sabbia bianca e mare color turchese orlate di pinete; a nord la sabbia è più dorata, la costa più frastagliata e il mare di un blu più profondo. È quasi impossibile nominarle tutte (sono oltre 75) ma alcune sono davvero di rara bellezza. A sud, Cala Turqueta ha un litorale largo quasi 100 metri, acque tropicali e una splendida pineta; più a ovest la selvaggia spiaggia di Son Saura; Cala Escorxada, Platja Macarella e Cala Fustam sono inserite in splendide riserve naturali; Cala Santa Galdana e Binigaus sembrano lembi di un Eden incontaminato; Cala Mitjana, Mitjaneta e Santo Tomas sembrano invece gemme caraibiche trapiantate nel mediterraneo. A nord, le selvagge Cala Pilar, Cala Tirant e Cala Pregonda con dune che arrivano fino al mare; la famosissima spiaggia della Cavalleria dalla sabbia soffice come talco; le scogliere a picco e il piccolo litorale di sabbia e ciottoli di Cala Morell; Cala Carbó, con le spettacolari pareti di roccia erose dal vento. Se poi si considera la straordinaria ricchezza dei fondali caratterizzati da spettacolari grotte sottomarine, non stupisce che Minorca sia stata dichiarata Riserva della Biosfera dall'Unesco già dal 1993.

Minorca è insomma un angolo di Mediterraneo rimasto pressoché intatto, lontano dal turismo di massa e dall'omologazione della modernità. Un'identità che i menorchini rivendicano con grande fierezza conservando gelosamente le loro tradizioni, le loro feste, la loro cucina; anche l'ambiente urbano ha mantenuto una dimensione umana in armonia con la natura: le case sono basse, intonacate a calce bianca, perfettamente integrate nel paesaggio, e non ci sono strade, solo un'unica grande strada che taglia orizzontalmente l'isola e collega Mahon a Ciutadella.

Se a volte viene da pensare che questo è un mondo che non riserva più sorprese, un mondo dove la bellezza sembra non trovare più posto e dove l'uomo fa di tutto per distruggere e deturpare ogni cosa, Minorca rovescia l'assunto e si diverte a esistere come splendida voce fuori dal coro: sorride, scuote la testa e si limita a continuare a vivere come ha sempre fatto per millenni.

Minorca a tavola
La cucina dell'isola risente della sua storia e nei suoi piatti riecheggiano gli influssi di tutti i popoli che vi hanno lasciato un segno. A volte anzi i sapori si mescolano per via di quella tendenza tutta menorchina di assorbire e far propria ogni cosa. Il piatto tipico, soprattutto della zona di Fornells, è senza dubbio la Caldereta de Langosta: una zuppa di aragosta tanto semplice quanto gustosa. Altrettanto gustosi sono il Pollastre amb salsa d'ametlles (ovvero pollo in salsa di mandorle), le Polpette di carne, l'Oliaigua e le Formatjadas. Famosissimo è anche l'Ensaimada, il dolce tipico delle Baleari. Il piatto che però dimostra in modo più autentico il carattere indipendente dei menorchini sono probabilmente i Fideuà, che hanno anche una storia curiosa. Si racconta che un giorno alcuni pescatori di ritorno dalle fatiche della pesca decisero di prepararsi una paella ma che, a cottura quasi ultimata, si accorsero di non avere più riso; per nulla persi d'animo, e sicuramente parecchio affamati, decisero di utilizzare un tipo di pasta corta e sottile chiamata Fideo. La ricetta oggi impiega un tipo diverso di pasta e nei fatti risulta una variante della famosa Paella, ma voi, per carità, non chiamatela mai così.

Foto: Flickr | Minorca | Franco Vannini (© BY-NC-ND 3.0 IT)


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