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Carnevali di Sardegna: Su Bundu, Orani

  • Scritto da Gi_Ci

Il carnevale tradizionale di Orani, è incentrato su una maschera unica e misteriosa, chiamata su Bundu, riportata in auge all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso dopo alcuni anni di accurata ricerca.

Pubblichiamo un estratto dal volume "Maschere e Carnevale in SARDEGNA" pubblicato dalla IMAGO Multimedia di Nuoro, che ci ha gentilmente concesso la possibilità di diffondere e valorizzare un altro aspetto della ricchezza culturale della nostra Isola: il carnevale sardo e le sue maschere.

Uno degli obiettivi della nostra iniziativa editoriale è la valorizzazione e diffusione delle eccellenze sarde, siano esse culturali, tecnologiche, economiche e imprenditoriali, e la IMAGO Multimedia rientra certamente in una di queste categorie.


Voci e ululati nati dal vento, una maschera di sughero per un rito infernale. Non amerai la natura senza averla domata: con sos Bundos dalla nostra parte placheremo le forze primordiali del bene e del male.

I personaggi

Su Bundu: è il personaggio principale del carnevale tradizionale. Indossa l’antico abbigliamento tipico del contadino: un lungo e pesante gabbano invernale o un ampio sacco de vresi (d’orbace), sotto il quale indossa la camicia e, spesso, un gilet (su groppette); indossa inoltre pantaloni di velluto e gambali di cuoio.

È il solo personaggio del carnevale, fra quelli sinora riscoperti in Sardegna, che nasconda il viso sotto una maschera interamente di sughero, con delle lunghe corna, un naso grosso e aguzzo, il pizzo e i baffi posticci. La maschera, dall’espressione indifferente, può essere colorata di rosso porpora, ma il pizzo, i baffi e le corna devono essere bianchi o del colore del sughero.

La ricostruzione si è basata sul più antico esemplare conosciuto, interamente in sughero e dipinta con del gesso, conservato al Museo Etnografico di Nuoro. Completa il travestimento un lungo forcone in legno d’olivastro (su trivutzu).

I partecipanti al carnevale un tempo si dipingevano il volto con il sughero bruciato; a volte vanno in groppa a un asino o a cavallo, seguendo il corteo de sos Bundos.

La rappresentazione

La messa in scena prevede un corteo di numerosi Bundos che impugnano i forconi e tengono in mano sos mojus (contenitori di sughero). Mettono in scena il rito della semina; la pantomima è incentrata soprattutto sul gran vociare, e gesti che sembrano provenire da esseri infernali, con lo scopo esplicito di intimorire gli astanti.

Il significato

La celebrazione del carnevale de sos Bundos ha probabilmente origini successive a quelle dei riti delle altre maschere tradizionali della Barbagia; rimanda in ogni caso ad antiche credenze e superstizioni dell’ambiente contadino della Barbagia.

Il personaggio incarna un essere che è simbiosi tra una creatura umana e un animale, in particolare un bovino (unu voe). Ma l’abbigliamento, i movimenti improvvisi e il gran vociare sembrano indicare degli esseri in pena o infernali. Le maschere paiono inscenare un combattimento di portata universale tra il bene e il male o lottano contro un nemico invisibile agli occhi umani.

Secondo le testimonianze degli anziani, le terribili voci de sos Bundos potevano essere intese in modo particolare in quelle notti in cui si scatenavano violenti temporali e temibili bufere di vento. In queste occasioni si diceva: “Parete chi vi sunu tottus sos Bundos a giru” (sembra che ci siano tutti i Bundos in giro).

La credenza popolare vuole che questa creatura mitica uscisse allo scoperto con lo scopo di incutere maggiore timore agli umani (in questo caso rappresentava il male). All’opposto si credeva che si mostrasse sulla terra per invocare benevolenza dalle possenti forze della natura, e propiziare raccolti abbondanti (in questo caso rappresentava il bene).

In quelle stesse notti di tempesta pare che un coraggioso contadino si travestisse da Bundu, unendosi alla compagnia degli spiriti inquieti e spaventosi, invitandoli a comportarsi con rispetto della gente e dei raccolti. Quando l’opera di convincimento aveva successo tutti sos Bundos si univano a lui nella semina e nel propiziare un buon raccolto. Per questo il contadino portava con sé delle spighe di grano, e il contenitore in sughero (su moju) con del grano pronto per la semina.


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