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Corner Gym Boxe: Storie di passione, sudore e guantoni

  • Scritto da Paolo Ardu

A bordo ring nella palestra multietnica di Marcello Loi si incrociano diverse storie, alcune delle quali iniziano molto lontano da Oristano.

Porte sbarrate per le teste calde e per chi vuole farsi i muscoli per fare a cazzotti fuori. Ha le idee chiare Marcello Loi, nato ad Oristano nel 1979, sulla palestra che gestisce, la sua seconda casa al secondo piano di via Dei Maniscalchi. “Sono il primo a tutelare i miei ragazzi”, mi dice. La Asd Corner Gym Boxe, questo il nome per esteso, l'ha costruita pezzo su pezzo. Nel 2011 compra armadietti, guantoni, sacchi e poi corde, reinvestendo ogni volta parte dei soldi guadagnati prima come pizzaiolo e poi da collaboratore in uno studio contabile.

Pur col parere contrario dei genitori lui non s'è mai arreso. Il padre Gino, originario di Ula Tirso, e la madre Giovanna Neroni, per il proprio figlio laureato in Giurisprudenza a Sassari immaginavano una carriera in tribunale, tra fascicoli e codici di procedura. Ma le passioni sono brutte bestie, picchiano forte in testa come George Foreman e tengono svegli la notte.
Il documentario su Muhammad Alì “Attraverso gli occhi del mondo” (2001), qualche notte insonne per vedere alla televisione il KO di un Mike Tyson a fine carriera ad opera di Lennox Lewis nel 2002, le telecronache di Rino Tommasi e l'arena newyorkese del Madison Square Garden. Poi gli allenamenti alla Folgore, palestra storica di Oristano, mentre cresce la voglia di aprirne una propria, che “sarà come quelle americane coi poster degli incontri ovunque”.

Ad oggi sono sei gli anni in palestra e Marcello ha preso tutte le certificazioni che servono per diventare tecnico abilitato. Perché la boxe non è solo botte. I pugili vanno saputi guidare e un buon allenatore è il primo responsabile della loro salute. E lui oltre a seguire chi frequenta occasionalmente, ne allena quattro, tre dilettanti e un professionista. Quest'ultimo arrivato per caso da molto lontano.
Il più giovane dei quattro è Gabriele Marconi, 17 anni di Baratili San Pietro, studente all'Istituto Tecnico “Mossa” di Oristano. Cristiano, suo padre, è camionista e sua madre Martina lavora in lavanderia. Attualmente su 5 incontri ne ha vinti due, per KO, e chiusi tre in parità. Il suo idolo è proprio “Iron” Mike, che divenne campione mondiale ad appena 20 anni. Gabriele non ha molta voglia di proseguire gli studi, ma ancora è presto per dirlo. “Senza Marcello non sarei qui”, mi dice. E anche l'allenatore non vorrebbe che abbandonasse la scuola per la boxe.

Claudiu Sorin Lacatus, 29 anni, per tutti Claudio, viene dalla Romania. Nelle campagne, da Timisoara a Riola, mungeva le pecore, ora lavora tra lame a nastro e segatura a Cabras, nella segheria di Cherchi Giovanni. Sveglia alle 7, alle 17 ha già infilato i guanti. “Per me non ci sono feste, la boxe mi rilassa e spero di migliorare sempre”. Nella categoria 69 kg su 7 incontri, 5 vittorie e 2 pareggi. Il suo idolo? Rocky Balboa. “Ma è un attore!”, ribadisco col puntiglio del cronista. “Non mi interessa, mi piace perché nei film non molla mai”, mi risponde sorridendo prima di ripetere nuovamente la serie di pugni sul sacco. Per Francesco Scintu, 32 anni di Oristano, invece la boxe è “una sfida personale con sé stesso”. Gestisce la birreria Brix di via De Castro, vive a Cabras e ha un passato da calciatore nelle serie minori con qualche presenza in Eccellenza nella Tharros. La differenza col calcio? “Sei solo e non puoi mollare due secondi, è molto diverso dal calcio...”. Se qualcuno gioca male c'è sempre chi può aiutarti in marcatura o sbloccare in attacco la partita. Il suo primo incontro poco tempo fa, il 24 luglio in casa, davanti al mare di Torregrande. “Ero emozionatissimo, ho perso ai punti ma è andata meglio del previsto. Finché c'è passione e mi regge il fisico tiro avanti”.

Viene da molto lontano anche Didier Ngadio, 24 anni. Dalla terra di Roger Milla, campione di calcio dei “leoni indomabili” del Camerun degli anni Novanta. Didier è arrivato in Italia pochi mesi fa, dopo un lungo viaggio per sfuggire ad una brutta storia di minacce di morte. Non ha volato in prima classe, ma ha attraversato il continente africano su un camion e, passando per il confine nigeriano, è arrivato in Libia. Ad attenderlo i giorni di carcere, le raffiche di mitra, le stragi, la “paura di morire”. Insieme a 145 persone si è ritrovato su un gommone in mezzo al mare fino alle coste dell'Italia. Un viaggio, lungo quattro mesi e costato 1100 euro finiti nelle tasche di trafficanti di esseri umani, che lo ha portato ai piedi dell'altopiano della Giara, a Sini, piccolo centro della Marmilla. In un'azienda agricola biologica e fattoria didattica che ospita circa 30 ragazzi africani dove tre volte alla settimana studia l'italiano.

“Mi piace, è un posto tranquillo, non c'è disordine in Sardegna”, mi dice in francese. “Amo il mio Paese, se non avessi avuto a rischio la vita sarei rimasto là”, dove ha lasciato il suo negozio di alimentari, la moglie e due figlie piccole. “Spero che un giorno mi possano raggiungere, il mio sogno è continuare a fare il pugile professionista in Italia”. Con 6 incontri vinti e 2 persi, inoltre, il leone del Camerun è il primo pugile professionista che Marcello allena nella sua palestra. “Il est bien comme entreneur” (è un bravo allenatore), annuisce lontano dallo sguardo del coach. Si conoscono da poco. Didier porta bene i colpi, è agile. Il caso e poi un messaggio su Facebook l'hanno portato alla Corner. Sebbene per Marcello sia costoso e non semplice organizzare una riunione pugilistica, ora c'è più di una motivazione. Sono almeno quattro.

Le foto dell'articolo sono di Max Casula

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