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Mosca, visioni d'autore

A Mosca ci si perde nella piazza Rossa, ci si fa ammaliare dai pinnacoli del Cremlino e si viene accecati da quel corrusco barbaglio di grande orfana della Guerra Fredda.

Ci sono città la cui natura più intima non si riesce a penetrare nemmeno dopo una vita. Città come Roma, Parigi, New York, dove la sensazione di smarrimento è dovuta in massima parte alla loro straordinaria complessità, ma anche città che, a prima vista, quella complessità non sembrano possederla affatto e paiono provviste di una evidente propensione alla disponibilità. Una di queste, per quanto sia difficile da credere, è proprio Mosca.

Esemplare: ci si perde nella piazza Rossa, ci si fa ammaliare dai pinnacoli del Cremlino, si viene accecati da quel corrusco barbaglio di grande orfana della Guerra Fredda, ci si fa sviare dalle nenie e dagli incensi delle chiese ortodosse e la si saluta pensando di averla afferrata per intero, di averne esplorato ogni più intimo recesso.

E invece, una volta a casa, ci si ritrova a girare in tondo attanagliati da un dubbio: cos’è che ho visto veramente? C’è una sola cosa da fare: affidarsi a chi Mosca l’ha vista con occhi diversi, a chi di Mosca conosce le lusinghe e ne sa riconoscere i paludamenti, a chi insomma l’ha descritta con la sensibilità e l’intelligenza di chi ha fatto dell’immaginazione la propria ragione di vita.

Cominciare da Tolstoj e Pasternak è d’obbligo. Anna Karenina e Il dottor Zivago non sono solo pietre miliari della letteratura mondiale, ma anche l’unico modo per conoscere una Mosca che non esiste più e che tuttavia si respira ancora intorno alla cittadella del Cremlino. C’è poi un passo in Guerra e Pace: è la descrizione di uno sconsolato Napoleone che guarda dall’alto una città che non sarà mai sua. Quella collina c'è ancora, si chiama Poklonnaja, la Collina degli Inchini, ed era una tappa obbligata per i viaggiatori diretti in città. Oggi è un grande Parco della Memoria, frequentatissimo, con fontane, giardini e monumenti; si trova lungo la grande arteria M1.

Una Mosca più attuale è quella raccontata da Sorokin in La coda, un romanzo tragicomico composto esclusivamente di dialoghi. Chi parla, discute, si infervora, impreca è la gente di Mosca, in strada, irrimediabilmente in coda davanti ai Grandi Magazzini. Come non resistere alla tentazione di fare un giro all’Arbat, nei pressi della Piazza Rossa, alla galleria Tretiakov, in via Tverskaya, o ai Magazzini Gum? Di tutt'altro tono è la Mosca misteriosa che fa da sfondo al giallo di Boris Akunin, La regina d’inverno. Qui un giovane detective deve indagare su una serie di strani suicidi, il primo dei quali avviene in un parco affollato della città. Sempre per rimanere sul giallo e nei parchi, c’è Gorky Park di Martin Smith da cui è stato tratto anche un film per la regia di Michael Apted. Un altro bel film è lo struggente Mosca non crede alle lacrime di Vladimir Mensov ambientato nella Mosca vivace e frizzante degli anni sessanta.

Chi però più di altri ha svelato il vero volto di Mosca è Bulgakov. La Mosca de Il Maestro e Margherita è sempre vista di scorcio, attraverso i severi palazzi dell’architettura sovietica, oppure dall’alto, in volo. Una città surreale, popolata da scrittori, poliziotti, diavoli in missione, enormi gatti neri che prendono il tram e ragazze volanti. È proprio qui, nelle mille schegge colorate che il nastro argenteo della Moskova strappa alla luce morente del giorno che Mosca rivela la più insondabile delle sue nature, quella che fa esclamare a un’incontenibile Margherita: “Brucia, sofferenza!”.


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