Racconto | Inferno

  • Scritto da Luigi Citroni

Racconto inedito e completo da leggere il weekend sotto l'ombrellone o al fresco di un bosco, tutto per voi, i nostri lettori affezionati di IteNovas.com. Buona lettura!

INFERNO di Luigi Citroni

Il mio nome è Federico Esposito, ho 22 anni e sto morendo.

Lentamente il mio corpo impallidisce, la pelle perde la sua luce e come un prisma incapace di filtrare i colori che la compongono si spegne in un grigiore senza vita. Gli arti pian piano cessano di muoversi, restano immobili, rilassati, mentre il sangue che un tempo scorreva caldo insinuandosi tra le mie vene, sembra essersi trasformato in un grumoso fluido glaciale.

Il mio corpo cede così all’ineluttabile ma la mia mente invece ancora resiste, pare voglia accompagnarmi fino alla fine, fino al punto di non ritorno dove l’ultimo pensiero si perderà insieme all’ultimo spasmo di vita.

Io sono un ragazzo come tanti in questo mondo. Non ho mai desiderato niente di eccezionale dalla vita, al contrario ho cercato l’essenziale, ciò che basta per sentirsi a casa senza dover percorrere troppe peregrinazioni. Non è mai stato facile lo ammetto, anche perché ciò che mi si presentò davanti già dal giorno della mia nascita mi fece capire quanto effettivamente potessi essere inadeguato, sempre e comunque.   

Sono il frutto non desiderato di una notte di passioni confuse, caotiche, sporche. Pulsioni affogate nell’alcool e strozzate dal denso fumo di pipette di alluminio e carta stagnola che brucia insieme all’ammoniaca, tra i vapori e i sogni di mescalina e oxicodone. Sono quello che nove mesi dopo è venuto al mondo tra la rabbia sommessa di mia madre e la pacata disperazione di mio padre, che a stento riuscì a trattenersi dal marcire sul pavimento del pronto soccorso pediatrico, immerso nel suo vomito acido e puzzolente, tra spasmi e convulsioni.

Come tutti i bambini sarei potuto essere la cosa migliore di questo mondo. Con l’innocenza stretta tra i miei piccoli pugni potevo solo pensare a ciò che di più bello può garantire la vita per una creatura privilegiata, nata sotto la stella più luminosa di un cielo incontaminato, tra le rovine di un mondo antico e l’eco delle sue leggende che parlano di uomini forgiati dalla roccia, di eroi e delle loro imprese che riportano la nostra memoria a tempi migliori.

Ma ci volle poco per allentare la presa dei miei pugni, per sgranare gli occhi e osservare con occhi vacui una realtà troppo spesso sconfortante. Quando capii che con tutta probabilità ero solo l’ennesimo pezzo di carne scadente infestata dai vermi, buttata in mezzo a cani famelici in una terra che solo apparentemente è gentile.

Sostenuta da queste premesse, come una ciliegina sulla torta a decorare la mia vita già in difetto, assorta in silenzi ancestrali assordanti, dispersa in mezzo alla macchia ai piedi di montagne rocciose, sorgeva casa mia.

Una delle tante costruzioni fatiscenti, nascosta da cespugli e rovi che qualcuno osava chiamare giardino, ai confini del mondo, in una periferia consumata dal vento, dalla pioggia e dalla dimenticanza.

La verità è che quel posto, almeno la natura che faceva da sfondo alla mia casa, non era niente male.

Guardavo il cielo da quella casa, e le sue nuvole. Osservavo poi il panorama circostante e raramente mi capitava di non perdermi tra le valli solcate da fitti boschi sempre verdi. Li vedevo dal piccolo cortiletto che girava tutt’intorno all’abitazione, perdersi a vista d’occhio correndo verso Nord dove la foschia nascondeva cime di aspro basalto.   

Era un panorama che sembrava suggerirci non essere contaminato dalla mano artificiale, priva persino del più tiepido richiamo al genere umano.

Si mostravano a me come paesaggi mai esplorati. Luoghi capaci di rigettare la presenza dell’uomo come un organismo espelle un batterio. Uno stato di natura nel quale ci si può sentire ospiti indesiderati, tenuti sott’occhio dalla roccia incastrata in pareti scoscese e i suoi alberi. Come se essi fossero vigili guardiani pronti a maledire chiunque avesse avuto intenzione di violare quella sacralità.

Pochi chilometri più a valle, dalla cima di quella collina, sempre da quella casa riuscivo persino a vedere i primi e gli ultimi tetti e i radi fumi dei comignoli della case del paese. Il centro storico era quasi impossibile da scrutare perché scivolava lungo una conca che lo nascondeva perfettamente. Da quella prospettiva sembra che il centro abitato si limitasse a quel pugno di case di periferia.

Uno straniero si sarebbe potuto persino convincere di ciò, poiché potrebbe risultare difficile pensare che oltre una catena di colline slavate si potesse nascondere un paese molto più frizzante di un semplice fumaiolo sbuffante.

Comunque il resto del paese centrava ben poco con quello che per me era un nascondiglio ammuffito sorretto da travi cigolanti mangiate dalle termiti. Quelle più a valle erano case in pietra calde d’inverno e fresche d’estate. La mia era solo uno scomodo giaciglio che vide crescere me e mia sorella, nata a fatica nelle mie stesse condizioni quattro anni dopo di me.

Lei, Giada, un piccolo fiore spuntato nel peggiore dei letamai, così delicata e preziosa come il diamante più raro nascosto dal fango, adagiato sul letto di un grande fiume. Una gemma già da piccola con tutto il peso del mondo sulle sue fragili spalle.

Ora dopo aver pensato a casa mia, al posto dove sono nato cresciuto, alla bellezza che poteva caratterizzare quel piccolo fazzoletto di terra non posso che chiedermi: chi siamo stati noi per aver vissuto la nostra vita? Seviziati, puniti, picchiati e insultati, arresi alla nostra inferiorità davanti a un mondo inclusivo che non ci ha considerato. Perché non potevamo essere come gli altri e godere dei piaceri di quel piccolo paese? Perché non andare alla scuola calcio, o a danza? Così per dire.

A malincuore credo proprio che queste domande non troveranno mai risposta. Purtroppo.

Noi per il mondo eravamo solo i figli di cani rabbiosi bastonati dalla povertà. Inzuppati di droghe sintetiche venduti a poco prezzo ai bordi delle strade. Figli di fegati spezzati da liquori scadenti, di mendicanti e di pellegrini senza casa, senza speranza, senza amore. E la gente non faceva altro che ricordarcelo.

Sentirselo dire ammetto faceva male. In principio credo perché ci fosse una sorta di orgoglio che spingeva a difendere sempre e comunque la propria posizione, ma poi con il passare del tempo faceva male perché era la pura verità.

È la verità se dico che abbiamo vissuto di stenti per troppo tempo, soffrendo la fame in silenzio per non essere compatiti dagli altri, perché a quegli altri che stavano bene, come diceva mia madre, non gli interessava niente di come conducevamo la nostra vita.

Così gli anni passarono e la mia vita come quella di mia sorella, si presentava come un tremendo paradosso.

Ricordo le liti furibonde in preda ai peggiori sballi, quando appena compiuti cinque anni mi ritrovai a essere testimone, costretto ad assistere impotente ai violenti spettacoli che spesso mi lasciarono come ricordo segni lividi sulla pelle, e che culminavano quasi sempre con mio padre che usciva di casa sbattendo la porta, augurandoci di morire nel peggiore dei modi.

Ricordo anche le urla animalesche nel vialetto illuminato con eleganza, le imprecazioni nel provare ad accendere quella vecchia saxò comprata per pochi spiccioli, mentre il vicinato ci osservava da dietro le persiane e ci giudicava, poiché noi eravamo ciò che di sbagliato minava la loro pace trovata in un piccolo angolo di paradiso.

E mentre questo spettacolo raccapricciante andava avanti, io e Giada crescevamo, e insieme a noi cresceva la consapevolezza che in questo mondo, per chissà quale ragione, eravamo destinati a rimanere soli.

Ricordo fin troppo bene i miei primi giorni di scuola, quando entrai in classe per la prima volta sporco, puzzolente, con il grembiule lavato solo con l’acqua piovana, squadrato da maestre e compagni che sapevano benissimo chi fossi e da dove venissi. Non ero una cima a scuola, ma ero molto intelligente lo devo ammettere. Ma l’intelligenza in un modo o nell’altro vien messa da parte se vivi in una condizione tale da non poter chiedere niente alla vita se non la sopravvivenza. Alcuni insegnati sembrava volessero suggerirmi che andare a scuola per me poteva essere soltanto uno spreco di tempo, perché tanto le persone come me non avrebbero mai risolto niente.

E io purtroppo ci credevo. Ero troppo piccolo per poter riflettere e pensare che non sapevano proprio un bel niente di quello che sarei potuto diventare.

Loro erano le mie maestre, allora non potevo pensare che mi stessero mentendo.

Sta di fatto che la mai condizione fu un buon motivo a quanto pare per essere deriso, picchiato senza mai essere difeso e umiliato per quella che loro pensavano fosse scarsa attitudine nel comprendere concetti semplici.

Ora lo posso dire. Non scarsa attitudine. Era un meccanismo di difesa.

Pensavo che forse passare per stupido poteva salvarmi, in fine dei conti le persone che cosa ci possono trovare di interessante nella stupidità? Ecco io facevo appello alla loro curiosità costruttiva, ovvero tendere sempre al meglio, a maggiori stimolazioni, ma non funzionò. Sembrava che interpretare la figura dell’idiota scaturiva in loro un sadico piacere che peggiorava di volta in volta.

Così come successe anche a mia sorella.

Ah! se avessi potuto le avrei risparmiato questa sofferenza. Mi sarei fatto carico dei suoi mali, avrei fatto in modo che almeno lei avesse amiche e che qualcuno la invitasse a qualche festa di compleanno.

Ma questo, manco a dirlo, non successe mai. Rimasero fantasie lunghe quanto il percorso da scuola a casa, che morivano ogni qual volta entravamo in cucina e non c’era niente da mangiare; mentre mia madre preparava le valige per andare via; mentre mio padre rimaneva disteso nel divano al limite dell’overdose, e noi nascosti in camera a piangere il nostro dolore, maledicendo Dio e tutto il mondo. Ma bisognava strozzare il pianto contro i cuscini perché nessuno doveva sentirci.

Non ricordo quante notti ho passato in bianco cercando di calmare il dolore e la tristezza che rimaneva attaccata come l’umidità alla pelle, ma so che sono state tante, fino a quando scoprii che l’alcool sembrava aver il potere di aiutarmi nel mio processo di guarigione. A quindici anni.

Pensandoci adesso mi vien da dire: che vergogna. Come poteva un ragazzo di quindici anni sbronzarsi come un a bestia e farla franca sotto l’occhio indifferente di tutto il paese?

Io lo facevo sì perché credevo fosse una soluzione, ma porca di quella miseria io lo faceva anche perché volevo che qualcuno mi dicesse di non farlo. Era troppo difficile da capire? Ma va bene, insomma la gente è così impegnata! Ognuno ha le sue piccole torture dentro l’anima che cerca di nascondere, in un modo o nell’altro quindi come potevo io biasimare qualcuno?

Ma almeno i servizi sociali, dico io…era veramente così difficile bussare a casa mia? Oppure sentirsi in dovere di girare di spalle e andare via alla minima minaccia sconnessa pronunciata da mio padre?

Non men vorranno gli assistenti sociali, ma questo non riesco a perdonarlo.

Bastava spingere la porta per capire. Bastava osservarci nel nostro vivere maldestro. O forse bastava solo tenderci la mano. Bastava un atto gentile, un sorriso, una parola buona in più.

In fin dei conti, ora che ci penso, bastava veramente poco per salvarci.

La mia breve vita è stata tutto ciò che non avrei mai desiderato, e per di più tutto quello che non avrei mai augurato a nessuno. Dico questo non solo per la mia famiglia o per il mio scarso successo a scuola o nelle interazioni sociali, ma lo dico perché quando arrivi al punto in cui la gente smette persino di vederti come essere vivente, per il quale non vale la pena sprecare fiato nemmeno per insultare, allora sì, hai toccato davvero il fondo.

Ricordo il giorno più brutto della mia vita, quando durante i balli per il carnevale vidi la ragazza di cui ero follemente innamorato, in mezzo alla folla festante che nemmeno si prendeva la briga di chiedermi permesso per passare.

Era bellissima. Aveva i capelli scuri come le more con riflessi viola che si accendevano a contatto con la luce.

Era sensuale in ogni suo atteggiamento, in ogni movimento del corpo guidato dalla musica. Sensuale e non volgare.

Trasmetteva tanta energia che non riuscii a trattenermi, così che decisi di dover andare da lei e dirle che avrebbe potuto fare di me quello che voleva.

Attraversai allora la sala con fare deciso, come un attore di Hollywood in un film campione d’incassi, e con il cuore in mano e l’emozione stretta al mio addome, trovai il coraggio di chiederle di ballare.

Lei non mi degno nemmeno di uno sguardo, al che io pensai non mi avesse sentito, ma quando glielo chiesi nuovamente, si girò dalle sue amiche e disse: “ma cosa vuole questo qua?”.

Se ne andarono così, lontane da me prendendosi gioco della mia avventatezza.

Pensai allora fosse il caso di tornare a casa, tanto ormai un posto valeva l’altro, così che presi qualche birra e mi incamminai verso il mio inferno, ubriaco, sotto il diluvio universale, e fu quella sera che vidi Giada, al freddo sotto l’acquazzone, chiusa fuori di casa perché nostro padre aveva invitato un’ “amica”.

Due spiccioli per una coca cola e un pacchetto di patatine e poi fuori a calci. Io le chiesi: “Giada ma perché almeno non sei andata a riparti da qualche parte?”. Lei per tutta risposta scosse leggermente le spalle senza distogliere lo sguardo dall’asfalto bagnato.

La strinsi a me cercando di essere un riparo dal temporale, ma di certo non fu abbastanza.

Piansi come non mai quella notte mentre l’acqua scendeva su di noi pesante come il piombo.

Toccammo il fondo e non ci riprendemmo più. Giada smise di sorridere persino a me, e io a un certo punto mi dissi: “ma basta adesso! Ma come si può? Io non ce la posso più fare, che senso ha resistere?”

Ancor di più quando scoprimmo che mia madre se ne andò di casa qualche giorno dopo, questa volta per davvero, così che mio padre non esitò a pestarci a sangue perché in fondo era colpa nostra.

Smettemmo di sorridere, e a 22 anni ho deciso di smettere di vivere.

Io…non so se sono stato un vigliacco, o se avessi dovuto avere più coraggio perché forse arrivati a un certo punto bisogna resistere perché un’altra soluzione esiste sempre, ma io non l’ho vista. Forse avrei dovuto continuare a combattere, sarei dovuto essere un parafulmine per mia sorella, ma credetemi se dico che non ero abbastanza forte per farlo.

Con una fune al collo è ormai da diversi minuti che penzolo freddo in camera mia, e il mio ultimo pensiero va all’unica donna che mi abbia mai amato. Va a Giada.

Spero che lei possa capirmi e un giorno perdonarmi, e spero anche che questo mio gesto infine possa smuovere le coscienze di chi ci ha sempre visto senza mia guardarci davvero.

C’è ancora lei nei miei pensieri, anche ora che esalo il mio ultimo respiro.

Foto: Angela Yuriko Smith | Pixabay