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Canne al vento di Grazia Deledda

  • Scritto da Effe_E

Canne al vento di Grazia DeleddaIl romanzo, pubblicato nel 1913, contempla una Deledda maggiormente matura che risente senza dubbio delle riflessioni imposte dagli eventi storici in atto.

Incipit

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costrutto un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca Collina dei Colombi.
Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d’acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considera più suo che delle sue padrone: trent’anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le due siepi di fichi d’India che lo chiudono dall’alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo.
Il servo non guardava al di là del poderetto anche perché i terreni da una parte e dall’altra erano un tempo appartenuti alle sue padrone: perché ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all’avvenire e sperare nell’ajuto di Dio. E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorio del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormenta.
Ma le giornate eran già troppo calde ed Efix pensava anche alle pioggie torrenziali che gonfiano il fiume senz’argini e lo fanno balzare come un mostro e distruggere ogni cosa: sperare, sì, ma non fidarsi anche; star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’una contro l’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo.


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La storia è quella della decadenza di un paese e di una famiglia, le dame Pintor, nubili e sole, protette unicamente dal vecchio servo Efix che espia, nel chiuso della propria coscienza, l’involontaria uccisione del loro padre, don Zame.

L’arrivo dal continente del nipote Giacinto suscita la speranza di un ritorno all’antica grandezza. L’attesa è delusa, ma si avvia il processo di una difficile e dolorosa trasformazione. Il luogo è Galte (nome d’arte di Galtellì), piccolo centro agricolo, di un certo rilievo nel passato: sede di baronia e vescovado, decaduto dopo il trasferimento della diocesi a Nuoro, soprattutto a causa della malaria (che colpisce diversi personaggi del romanzo) provocata dalle acque del Cedrino stagnanti nella vasta «pianura sabbiosa».

Tagliato fuori dai processi economici e sociali della «modernizzazione selettiva» che investe l’isola dopo il suo ingresso nello Stato unitario soffre della crisi dell’agricoltura sarda nel secondo Ottocento.

Il romanzo contempla una Deledda maggiormente matura che risente senza dubbio delle riflessioni imposte dagli eventi storici in atto, come la guerra in Libia, tuttavia astraendoli nel mito sardo che diventa mito trascendente di una concezione della vita umana come viaggio, viaggio fra i sentimenti e fra gli eventi familiari inseriti, fra le altre cose, in un'Isola della memoria in cui il tempo, fra decadenza e innovazione, spesso rappresentata dall'emigrazione, sembra essersi fermato.

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