IL GIARDINO DEI SICOMORI | Capitolo 4

  • Scritto da Luigi Citroni

Un thriller avvincente e dal ritmo serrato ambientato in Sardegna!

IL GIARDINO DEI SICOMORI
di Luigi Citroni
CAPITOLO IV

Poco dopo le cinque del pomeriggio del dodici settembre 1963, uno squarcio tra le montagne guidò due turisti dell’ultima ora, lungo una stretta stradina incanalata in una fitta galleria naturale di olmi e roverelle.

La fioca luce del sole, già nascosta dalle nubi, a stento riusciva a penetrare tra le folte fronde, così che il sentiero solcato da piccole venature d’acqua in discesa libera lungo ripidi costoni, rimase stabilmente umido e pericolante.
Ciò nonostante un’Alfa Romeo Giulia sfrecciò con indifferenza attraverso l’angusto vialetto, sfidando l’asfalto bagnato appena qualche chilometro dopo Santa Croce.
Una volta dentro, le sterminate valli alle falde di massicci rocciosi disperse oltre l’orizzonte, d’un tratto sparirono nascoste da impervi dorsali, risultato di basaltiche rimembranze di epoche vulcaniche.
Abbandonato il nodo di strade provinciali, sembrò come varcare la soglia di un ponte ultra dimensionale. Un canale per un mondo parallelo.
Il panorama infatti in un attimo cessò di essere smunto e scarno, e si tinse di ogni sorta di tonalità di colore. 
Tra il mirto e il ginepro, lungo il versante, spiccavano in altezza piante dalla memoria secolare, le quali si univano le une con le alte attraverso le loro braccia resinose, fino a formare un verde reticolo naturale contro gli smottamenti. 
Man mano che il motore dell’auto rombava tra i glicini e il lentischio e continuava a prendere quota lungo il percorso, in entrambi i lati della strada, la montagna si spingeva verso il cielo per più di mille metri, e la sua punta insieme a boschi intonsi, si perdeva in un fitto banco di nebbia.
La coltre intensificava la barriera già disposta dalle nubi contro la luce del sole. Rimaneva sospesa a un passo dalle nuvole attaccata alle punte dei pini e degli abeti, mentre con delicatezza si poggiava tra le rupi trapuntate dal muschio, come un rivestimento ovattato per una punta di cristallo; nascondendo così vecchie mulattiere e sentieri tortuosi che solo occhi esperti avrebbero potuto riconoscere.
Qualche chilometro più avanti il sentiero si apriva, e insieme alla montagna, degradava dolcemente incavandosi in una valle. Un bacino d’acqua circondato da terre fertili, dove un pugno di case sovrastate dalla natura, lasciavano che il tempo passasse e slavasse la loro essenza come l’acqua sulle rocce. 
 
Con una brusca frenata Fanti sgommò lungo l’asfalto per qualche metro, ancor prima di oltrepassare il cartello di benvenuto forato da proiettili.
Scese dalla macchina e insieme a lui Sabatini, e senza proferir parola, osservarono il panorama assordati dal ruggente frusciare di una miriade di piccoli ruscelli vagabondi.  
Scrutarono con attenzione un’ambiente incontaminato che, involontariamente, instillò in loro una pace inaspettata. Una tregua dai loro tormenti. Un paesaggio già visto, ma ormai assopito tra le ceneri dei loro ricordi. 
Il gracchiare dei corvi nascosti tra le chiome cariche di ghiande, e il fischiare di falchi girovaghi tra la foschia, era un qualcosa che i loro sensi avevano già metabolizzato.
Un richiamo a un tempo passato. 
 
- E’ il caso di muoversi- disse Fanti – siamo in ritardo di quattro ore-.
Sabatini senza nessuna replica, come se fosse rimasto stregato da quella particolare atmosfera tutt’altro che limpida, montò in macchina, e in una frazione di secondo l’Alfa imboccò la strada verso il borgo di San Giacomo. Questa volta lentamente. Come se dovessero in qualche modo passare inosservati. 
Camminarono a passo d’uomo per altri duecento metri oltre il cartello, fino ad arrivare di fronte a una pensione di stampo ante guerra, incastonata tra alte mura di cinta infestate da edera e gramigna.
I due scesero dall’auto perplessi, poiché davanti a loro si presentò un locale disadorno, dalle serrande abbassate, apparentemente abbandonato da diversi anni.
- Ma dove cazzo siamo? – chiese Sabatini – siamo sicuri di essere nel posto giusto?
- Sì- rispose Fanti – il nome è quello che ci ha appuntato il commissario. Leggi. 
- Il Giardino Dei Sicomori- lesse Sabatini – beh allora entriamo e che diavolo.
L’uomo scrollandosi di dosso l’incertezza iniziale, si fece largo tra gli aghi di pino distesi lungo il lastricato del marciapiede, arrivò davanti all’entrata e con forza iniziò a spingere senza ottenere alcun risultato.
- Qua dentro non c’è nessuno- ribadì Sabatini – ma dove ci ha mandato Andreolli!?-
Fanti rimase zitto cercando di capire quale fosse la natura del problema. Quale fosse il tipo di interferenza nella forza.
- Il Giardino Dei Sicomori…che nome del cazzo- continuò Sabatini – e te Lucio ma dai, ma datti da fare, sei là fermo come….come…non lo so…fanculo a te e a questo posto- concluse.
I due piombarono nuovamente in un silenzio attonito. Rimasero immobili a osservare le finestre sigillate e la porta sbarrata, assicurata con pesanti catene.
- Non so che dire Vinicio- disse d’improvviso Fanti – il posto è questo. Siamo nella località giusta e questa è la locanda di cui ci parlava Andreolli. Il Giardino Dei Sicomori, Via del tasso 2, San Giacomo. Ci siamo, c’è poco da dire-
- E allora perché diavolo non c’è nessuno- gridò spazientito Sabatini.
 
Qualche metro più avanti, una campana a vento squillò allo spalancarsi di una porta in mogano a doppio battente. In quella frazione di secondo, i due signorotti di città mimetizzati nelle loro giacche a vento verde palude, vennero investiti da una folata di fumo e dall’odore stantio di alcool riarso in un pavimento di mattonelle di cotto arancione.
Gli schiamazzi provenienti dall’interno, sembravano fino a quel momento confondersi magistralmente con il riecheggiare della natura circostante, ma dopo che un suono artificiale di campana ruppe quella parentesi idilliaca, ogni dubbio iniziale venne dissipato. Non erano soli.
Guardinghi si avvicinarono all’uscio, e una volta a ridosso Sabatini aprì la porta e con un passo fu dentro.
Sopra di lui, agganciata a un soffitto dall’intonaco screpolato, una ventola girava a fatica provando a dissolvere un fitto banco di fumo. 
A pochi metri dall’entrata un bancone in legno segnava un netto confine tra clienti e proprietari, e un forte odore di alcool e urina, raccolta tra le fughe delle mattonelle, gli fece da subito lacrimare gli occhi.
Da parte a parte la stanza misurava al massimo quattro metri in larghezza e molto meno il lunghezza, e proprio a causa delle sue ridotte dimensioni, il po’ di gente appollaiata su sgabelli alti mezzo metro, pareva una calca disordinata di fedeli in chiesa nei giorni di festa.
Il crepitio delle sedie e del legno delle architravi fu l’unica cosa che in un attimo accompagnò la nenia di un’instancabile ventola solitaria, e i vociferi uditi pochi istanti prima, lasciarono posto al respiro pesante e affannoso di uomini barbuti, sporchi e ubriachi. 
- Siamo della polizia- disse timidamente Fanti – noi ecco…abbiamo un problema…ovvero…
- vi aspettavo almeno cinque ore fa- lo interruppe una voce tra la folla – alla fine non vi ho visto arrivavate e ho pensato: meglio così e sono entrato qua dentro.
Una tenue risata generale diede il meritato plauso all’affermazione di un uomo seduto spalle all’entrata.
- Lei ci può aiutare? – chiese Fanti.
- Purtroppo se a quest’ora della sera sono in questa bettola è proprio perché qualcuno mi ha chiesto di aiutarvi. Quindi la sua domanda direi che è inutile. Mi chiamo Efisio Satta ma qui tutti mi conoscono come il passero- disse l’uomo voltandosi e intraprendendo i primi passi verso i due investigatori.
- E perché ti chiamano passero!?- chiese Sabatini visibilmente infastidito dal fare dell’uomo.
-Mmm…bella domanda…forse perché ho una bella voce- rispose, mentre un altro coro di risate gorgheggiò sui baffi unti e impregnati di birra degli spettatori.  
- Pensavo fosse il minimo per voi della polizia arrivare puntuali agli appuntamenti. In particolare quando si tratta di omicidio - proseguì
- Abbiamo avuto problemi lungo il percorso- rispose Fanti.
- Sì….certo…come no- bisbigliò il passero.
 
Dopo qualche interlocuzione preliminare, i tre abbandonarono la taverna per respirare nuovamente l’aria pura al di fuori di quattro mura ammuffite, e in men che non si dica furono nel piazzale della pensione.
- Allora, forse è il caso che vi dica giusto un paio di cosette- esordì Efisio Satta facendo tintinnare le chiavi del portone tra le mani – qua se ne vedono pochi di continentali, e vi garantisco che la maggior parte delle volte non sono presi in simpatia. Soprattutto se sono come voi e hanno la vostra macchina.
- Mi sembra un po’ azzardato fare lo sbruffone con noi dopo solo qualche minuto che ci siamo presentati- disse Sabatini.
- Può essere, anche se non mi serve conoscervi. Io so già tutto quello che è necessario sapere. 
- Ovvero?- domandò Fanti
- Allora…voi siete ex militari. Vero? Siete stati in Albania allo scoppiare della guerra contro la Grecia. Vi siete fatti le ossa succhiando il cazzo a qualche gerarca fascista, e magari siete riusciti a costruirvi una reputazione; a prendervi anche una medaglia facendo i cazzoni insieme ai tedeschi in Africa. Giusto? Questo spiegherebbe il vostro impiego nella polizia. Poi dalla faccia mi sembrate proprio due idioti che hanno seguito Mussolini a Salò. Non mi sbaglio vero? Magari non lo avete fatto fisicamente, forse perché al tempo eravate impegnate a scappare a gambe levate dagli inglesi…Se dovessi sbagliarmi fermatemi pure-. Fanti e Sabatini rimasero in silenzio, mentre il passero con una sigaretta stretta tra le labbra s’interruppe giusto il tempo necessario per accenderla. Dopo una prima dolce aspirata continuò dicendo – quest’ultimo passaggio vi consiglio di tenerlo per voi. Non sono ben visti i vecchi ruderi fascisti. Poi che dire del vostro abbigliamento…Insomma mi sembrate due tipi a cui piace spendere soldi. Bei pantaloni, giacche a vento da chissà quante migliaia di lire, per non parlare delle vostre scarpe. Stivaletti in camoscio appena usciti dal negozio. Spero vi siate portati qualcosa di diverso per muovervi in campagna. Lo spero proprio per voi. Poi insomma, avete gli occhi di chi se ne fotte della vita. Non è vero? Tra alcool e droga. E il ritardo di oggi non è stato per niente un incidente di percorso, lo dicono le vostre pupille- disse rivolto a Sabatini – dovreste stare più attenti ai vostri occhi. Solitamente dicono tutto quello che serve di una persona. Forse s….
- Forse dovresti farla finita- lo interruppe bruscamente Fanti.
Il passero colse il nervosismo filtrato da un eccesso di buone maniere del poliziotto, e con una smorfia di assenso mise un freno alla sua arroganza.
- Scherzi a parte- riprese-vi consiglio di levare la vostra auto da mezzo alla strada. Non se ne vedono molte qua in giro, soprattutto modelli del genere e se volete ritrovare la vostra carrozzeria intatta e le ruote ancora attaccate alle assi, portatela nel retro. C’è un garage, e perfino un telo per tenerla pulita.
- Non succederà un bel niente. Quella è una macchina della polizia e noi siamo della polizia. Nessuno si azzarderà a toccarla- disse Sabatini.
Con un sorriso beffardo Efisio Satta guardò il poliziotto farsi grande nella sua posizione. - Brrrr…mi ha fatto venire i brividi. Dica la stessa cosa a quelli che le smonteranno la macchina pezzo per pezzo proprio sotto il naso. Vi conviene fidarvi di me e seguire i piccoli consigli che vi posso dare-. 
Subito dopo lasciò cadere a terra una pesante catena dopo aver sganciato un lucchetto altrettanto pesante, e con una leggera spinta spalancò la porta d’ingresso dell’albergo.
- La struttura è del signor Beselasi. È rimasta chiusa dal giorno in cui è scomparsa la figlia. Sembra passato molto più tempo non è vero? In questi luoghi tutto diventa vecchio e fuori luogo in un batter di ciglia- cinguettò il passero,
 
La flebile luce dell’esterno scavalcò un primo gradino in marmo, illuminando un ampio androne e il profilo di una lastra in granito stabilmente ancorata a due bighe di legno scuro. Il chiarore filtrava a mala pena facendosi largo tra il pulviscolo, conferendo un aura di mistero, incapace di rischiarire i recessi reconditi celati dall’oscurità. Fino a quando una forte luce artificiale di due grossi lampadari penzolanti a pochi metri dal pavimento, illuminò una sala dai confusi richiami orientali.
I due poliziotti entrarono, e da subito la geometria interna si rivelò per quello che era, con caratteristiche differenti da ciò che si poteva immaginare dall’esterno. 
Le mura si distribuivano lungo un perimetro circolare smorzato nel punto esatto in cui la reception si univa alle scale per accedere alle camere. In un angolo insolito che interrompeva un preciso progetto architettonico.
A segnare il confine tra la sala d’attesa e l’accesso alle camere in schiera nei due piani superiori, vi era un unico corridoio disegnato da un tappeto Mashal che guidava verso la cucina e il ristorante, costruiti in sale adiacenti e separate da uno spesso muro in granito. 
Il tutto componeva una costruzione molto semplice, dagli ornamenti tutt’altro che barocchi.
Niente di effervescente; solo lo stretto necessario per non apparire del tutto disabitato. Un modo come un altro per dire agli ospiti: “noi anche se non vorremmo, ci siamo lo stesso. Se desiderate o meno rimanere questo non è affar nostro”.
 
Ciò che saltò subito agli occhi dei due poliziotti non furono di certo le particolarità stilistiche pressoché inesistenti, ma delle rappresentazioni sbiadite impresse sulle mura. Raffiguravano apparentemente una natura verde e maestosa, ritratta in simbiosi con il vivere quotidiano degli esseri umani. I colori e le forme erano visibilmente consumate dal tempo. Talmente erano sbiadite parevano essere semplici macchie, tipiche di un posto lasciato al proprio destino.
- Che cosa sono questi disegni? – chiese Sabatini
- Questo signori…è il giardino dei Sicomori- rispose il passero, mentre con un gesto della mano mostrava l’intera cinta di pareti dipinte – non vi arrovellate troppo- proseguì – si tratta di una vecchia leggenda egiziana. Ma magari chi lo sa…forse due come voi potrebbero sicuramente saperne molto più di me-
I due rimasero in silenzio con gli occhi rivolti verso i muri. 
Sabatini noncurante, prese dalla tasca interna della sua giacca una sigaretta e senza chiedere il consenso di nessuno se l’accese. 
Con un opprimente piacere ritrovato dopo un lungo viaggio, la consumò in pochi secondi.
- Lei non ha nessun rispetto per i luoghi dove non si è mai stati vero? E nemmeno per la gente che ci gravita intorno- disse il passero con tono stizzito.
- Non la seguo- disse Sabatini
- Beh è comprensibile. Al giorno d’oggi il rispetto è un qualcosa difficile da concepire- ciò detto il passero esortò i due a seguirlo fino alle rispettive camere.
Li accompagnò e dopo avergli dato la possibilità di sistemarsi, tornarono ad ammirare i colori sbiaditi di una storia nascosta sotto la muffa.
- Domani vi accompagnerò in paese- disse- così potrete iniziare le vostre indagini. Vi farò aver….
- Mi piacerebbe vedere per prima cosa il luogo del ritrovamento del cadavere- lo interruppe Fanti.
- A beh…ogni vostro desiderio è un ordine per me. Arriverò qua alle sette. Fate in modo di essere già pronti per quell’ora. Vi ricordo, anche se professionisti del vostro calibro non hanno bisogno di moniti del genere, che qua non siete in vacanza- rispose con tono sarcastico - detto questo vi auguro buona notte. 
-  Alle sette spaccate saremo qui fuori pronti a partire- disse laconico Fanti – Buonanotte-
Dopo l’ultimo sbeffeggio da parte del passero, la porta dell’albergo si chiuse dietro le sue spalle, lasciando due poliziotti disorientati nel mezzo del giardino dei sicomori.
 
- Che grandissima testa di cazzo…non trovi Lucio? – disse Sabatini.
Lucio Fanti rimase indifferente. Restò immobile in mezzo alla stanza cercando qualche chiarimento tra immagini confuse. – Buona notte Vinicio- disse infine – io vado a dormire. Ti consiglio di fare lo stesso.
- Ma dai Lucio sono appena le sei e mezza del pomeriggio- 
- Buona notte- ripeté Fanti prima di sparire oltre la rampa di scale.
Sabatini rimase solo in mezzo alla stanza, e con occhi stanchi seguì con lo sguardo il suo collega inciampare tra i gradini, prima di essere avvolto dall’ombra di un pianerottolo. 
Dopo di ché, una sigaretta tra le labbra e il monossido di carbonio incastrato tra i bronchi, gli diedero il pretesto per lasciarsi andare alla sua solitudine. 
 
Immerso nel fumo dei suoi quarantanove anni venne colto dall’oscurità dei suoi ricordi, i quali lo catapultarono tra la paglia insanguinata di una cascina ai piedi del massiccio della Laga. Dove per la prima volta prese tra le mani il sesso di un altro ragazzo. 
In un attimo, seduto su fredde mattonelle, in un luogo a lui sconosciuto, ricordò il tempo che lo vide nascere e crescere lungo ettari di terreno coltivato a frumento, tra le pianure alle falde degli Appennini laziali. Rivide così il volto di suo padre, di sua madre e dei suoi tre fratelli. 
E come se niente fosse venne pervaso nuovamente dall’angoscia provata nel sopportare i soprusi celati sotto la melma delle paludi Rietine. 
Ma ciò che lo destabilizzò maggiormente, mentre passeggiava tra i sicomori impressi sulle mura di una pensione di terzo ordine, fu il pensiero di Patrizio Benedetti.
Un giovane garzone preso in prestito dalle strade da una famiglia di contadini tutt’altro che amorevole.
Un ragazzo figlio di una notte senza nome, nato per sbaglio da chi confuse l’amore e la sacralità della vita, con impulsi animaleschi di due corpi sudati e ancora sporchi di terra.
L’oggetto del desiderio e del male che forgiò un giovane Vinicio Sabatini.
 
Del suo passato egli conservava solo qualche ricordo che a stento trovava la forza necessaria per riemergere. Ciò che aveva era un vago pensiero di ciò che fu la sua vita in famiglia, del suo crescere con le mani affondate nella terra, e delle piccole e innocenti passioni d’amore clandestino. Nonostante tutto ricordava nitidamente Patrizio Benedetti. La sua liscia pelle, le mani sul suo collo, e il tocco leggero che scivolava lungo l’addome nelle tiepide notti d’estate; il calore propagarsi lungo il bacino, e un sussulto sommesso rigurgitare i piaceri di un orgasmo; le mani sporche, il respiro affannato e due giovani e tremanti corpi sudati costretti in un rantolo smorzato dalla paura di essere scoperti.
 
Patrizio era il suo piacere. Era il suo gioco preferito, la sua gioia nascosta, da poter consumare la notte quando tutti ormai aspettavano ad occhi chiusi, dispersi nell’onirico, il nuovo giorno.
Quando senza fiatare ci si faceva strada tra i fitti campi di frumento attraverso le fertili piane, tra gli stormi di avide cornacchie divoratrici di grano.
 
Patrizio era un oggetto. Per tutti. Non era un ragazzo dalle spiccate doti intellettive, ma poteva lavorare senza obbiettare per ore e ore. E questo andava bene per chiunque avesse avuto intenzione di approfittarsene.
Il mondo guardava Patrizio come si osserva una bestia da soma durante una fiera, e chiunque fosse interessato all’articolo lo valutava solo ed esclusivamente per la sua innata e incauta propensione al servilismo, e per il suo obbedire senza riserve ad ogni richiesta.
Nessuno gli disse mai di aver possibilità di scegliere qualcosa di migliore. Non aveva parenti o amici che potessero consigliarlo. Lui aveva dei padroni, e un padrone che si rispetti non garantisce la libertà a chi non sa nemmeno di possederla.
Ciò nonostante Sabatini, in tutto quel tempo, provò pietà per chi soddisfaceva i suoi promiscui capricci, così cercò di renderlo consapevole di se stesso, di aver scelta, di poter dire di no a chi lo sfruttava, e che se fosse stato necessario avrebbe dovuto riprendersi la dignità con le unghie e con i denti.
 
Patrizio prese alla lettera i consigli del suo amante, e in una delle tante notti in cui si sarebbe dovuto concedere spoglio di ogni pudore, si presentò dinnanzi a Vinicio, completamente sporco di sangue.
- L’ho fatto – disse eccitato – L’ho fatto. Proprio come hai detto tu-
Sabatini in un attimo capì quale fosse la natura del danno da lui provocato. Aveva gettato un fiammifero in un cumulo di sterpaglie durante una giornata di vento, e il tutto divampò in men che non si dica in un indomabile incendio.
Dopo essersi calmato, Patrizio raccontò a Vinicio ciò che aveva fatto. Si era finalmente liberato dal pesante giogo del suo oppressore, e lo fece con le unghie e con i denti, oltre che con una grossa pietra spigolosa. 
Il giovane uccise a pietrate il padrone dell’azienda. Il padre che lo strappò a una vita miserabile tra i topi di fogna, conferendogliene un’altra ancor più miserabile tra schiene spezzate e bastonate.
Lo colse fuori dal granaio, poco distante dal suo dormitorio. Si avvicinò quatto come un felino, e con la pietra stretta tra le mani lo colpì violentemente alla nuca, uccidendolo sul colpo.
Quella notte Patrizio sembrò aver liberato la bestia assopita dentro il suo animo. Un animale violento che Sabatini ebbe l’opportunità di vedere, e subirne l’impeto con un sottile cenno di paura per ciò che le sue gesta avevano scaturito.
Ormai quel piccolo segreto tenuto nascosto in un pagliaio dismesso, divenne una mina vagante, capace di esplodere e compromettere ogni aspetto della sua vita.
Il suo amore al di fuori di ogni canone per la realtà del suo tempo, l’avrebbe forse condannato, così come avrebbe fatto chiunque. La paura divenne per la prima volta nella sua vita, qualcosa di concreto.
E così ancor prima di poter considerare il pericolo che ne sarebbe potuto derivare dal nuovo modus operandi del giovane amante, le fiamme da lui alimentate, inevitabilmente, lo investirono incenerendo tutto ciò che al tempo poteva considerare parte di sé. 
 
In quell’istante l’uomo chiuse gli occhi e strinse la testa tra le sue mani tremanti. Cercò di prendere nuovamente possesso di sé e della sua mente, affinché il flusso dei pensieri trovasse un argine su cui arrestarsi. Ma il nulla faceva da padrone.
Allora continuò a ricordare senza averne intenzione, e rammentò una fuga appesantita dall’afa estiva attraverso i campi di grano. Era come se qualcuno avesse dato il via a una caccia spietata contro un essere immondo. 
Ricordò le urla, le pietre lanciate contro il vento e Patrizio correre tra le spighe, davanti a lui, come un cinghiale nella selva.
Ricordò una notte carica di odio e il sangue sgorgare e gocciolare da un coltellaccio grondante. 
Lo vide insinuarsi nelle increspature del pavimento in legno e inzuppare ciò che rimaneva di cumuli di paglia sporca. Sentì allo stesso tempo un piacere incommensurabile trafiggergli il cuore da parte a parte.
Rivide gli occhi di Patrizio colmi di lacrime con le mani strette ai suoi polsi insanguinati. Tutto mentre un uomo riverso sul pavimento abbandonava la vita come il sangue faceva col suo corpo.
 
Fu in quel momento che la calma placida della notte portò via Sabatini dal suo tormento. A ora tarda gli restituì un consapevole contatto con la realtà, e lasciò che il ricordo venisse risucchiato dalle sabbie mobili del suo inconscio.
Dopo l’ennesima sigaretta del giorno chiuse gli occhi sdraiato in un letto cigolante, nella camera che gli venne assegnata, e inaspettatamente senza volerlo, pianse come non gli capitava ormai da tanto tempo.