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In Sardegna non c'è il mare di Marcello Fois

  • Scritto da Effe_E

Marcello Fois | In Sardegna non c'è il mareCon penna tenera e crudele Marcello Fois si racconta e racconta la sua Sardegna, i profumi, la luce, il pregiudizio della ‘sarditudine’, la Barbagia – una Sardegna, una delle tante.

Incipit

Premetto che sono un sardo di Barbagia. Il che sembrerà capzioso, e, di fatto, lo è: capziosità e una certa cavillosità sono caratteristiche salienti del sardo di Barbagia. A noi le i senza puntino non ci piacciono proprio, anzi quando è possibile di puntini ne mettiamo due o tre, e aperta parentesi, e eccetera eccetera, e così via. Questo perché, se il barbaricino non ha esattamente chiaro quello che è, ha invece perfettamente stampato a fuoco dentro di sé quello che non è. Per esempio: il sardo barbaricino capisce di essere sardo, cioè di far parte di un territorio definito, solo quando ha varcato il mare. Finché non c’è mare, non c’è Sardegna che tenga. Mi spingerei fino a dire che finché non c’è il mare non c’è nemmeno Barbagia che tenga. Il frazionamento, la messa in piega, il «particolare», arrivano a definire l’indefinibile in maniera entomologica: barbaricino, certo, poniamo di Nuoro, poniamo di San Pietro, poniamo della zona del Rosario, poniamo del cortile tal dei tali e via così. E poi: figlio di, nipote di, fratello, o sorella, di... eccetera. Ogni barbaricino è un albero genealogico vivente che ha una posizione e una tassonomia precisissime; è lui, ma quello che è dipende dalla perfezione della sua collocazione nell’universo locale. Mi sono convinto nel tempo che questo bisogno di precisione dipenda dalla coscienza della propria imprecisione. E cioè che sia proprio questo bisogno di collocarsi a denunciare una incapacità atavica di autodefinirsi.

Qualunque scrittore, qualunque saggista si sia spinto a raccontare questa particolare caratteristica dei barbaricini è rimasto imbrigliato in una sequela bizantina di opposizioni, che, nella maggior parte dei casi, finiscono sempre per dimostrare la correttezza della teoria di base. Per esempio: il barbaricino ha una conoscenza comparativa, a casa sua anela a modelli esterni e li confronta costantemente con i suoi modelli autoctoni, in genere dichiarandosi dentro di sé perdente. Opportunità, civilizzazione in genere, qualità della vita, per limitarsi ai macrosistemi, alle falde del Gennargentu sembrano sirene irraggiungibili di maestosa bellezza. Ecco, la situazione si rovescia, nel particolare, quando un barbaricino varca il mare. Per esempio: il pane, in Continente, fa schifo; il nostro latte è meglio; l’aria da noi è un’altra cosa. Insomma, fuori dal proprio territorio la comparazione si rovescia e da perdenti si diventa vincenti. Vai a spiegare che non sono mai comparabili macrosistemi e microsistemi, che un Piano del Colore e il prezzo della lattuga sono due cose, se pur ugualmente importanti, totalmente diverse. Io che ho vissuto in prima persona questo particolare sistema di autodeterminazione esterna posso dire che quella differenza è inspiegabile perché la posta in gioco è la propria posizione nel mondo.

Ci vogliono anni per stabilire che accettarsi per quello che si è non significa necessariamente compararsi, ma, semplicemente, accostarsi. Ma di fatto da qui bisogna partire: prendete me, io vengo da Nuoro, quartiere San Pietro, ma non per molto, infanzia a Istiritta (area del boom economico locale), genitori nell’amministrazione pubblica, ma figli di pastori, conciatori, macellai (la madre) e militari (il padre). Quando sono venuto al mondo mi hanno insegnato che ero figlio di, nipote di, che a sua volta era «razza» di, proveniente da... E questa sequenza biblica resta a tutt’oggi una delle poche certezze che io sia riuscito a mantenere su me stesso, il resto naviga nel mare magnum dell’imponderabile... Nuoro, San Pietro, Istiritta, via Piemonte, Palazzine Incis; figlio di Vincenzo e Luigia, figli di Giovannantonio e Grazia, e Mariantonia e Antonio, resta per me una specie di cordone elicoidale genetico e ombelicale da cui è impossibile staccarsi. Come è impossibile staccarsi da una certa qual visone apodittica del mondo. Fate una richiesta a un barbaricino ed egli vi risponderà comunque di no. No. Prima no, poi si discute. Il percorso dal no al sì è un viaggio perigliosissimo. Si ha un bel tentare chiarezza, anche nella migliore delle esposizioni la minima crepa pregiudica la stabilità del tutto, come nella leggenda della diga olandese tenuta in piedi dall’eroico dito di un ragazzo che aveva notato una piccola falla. Ecco, fra noi barbaricini e quell’eroe nordico c’è una distanza determinata da questa particolarissima propensione alla tragedia. Noi la diga la facciamo crollare, per ricostruirla magari, ma intanto che crolli.


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Pino Corrias su: La Repubblica (19/07/2008)

Mappa sentimentale di Sardegna. Catalogo d'altre scritture, a cominciare da quella di Grazia Deledda e Salvatore Satta. Geografia di luoghi non del tutto immaginari – il cuore di Nuoro, il vento della Barbagia, il silenzio degli altopiani, le spiagge di un tempo, dove scendevano le mandrie e fiorivano i gigli – e di ricordi resistenti come radici.

Le radici di Marcello Fois, scrittore di investigazioni e di intrecci, declinate nel tempo mobile (e autobiografico) di un'isola che in questo breviario è lingua, territorio, memoria letteraria. Mai rimpianto o nostalgia. Mai folclore. O retorica di pastori e banditismo. Semmai il frutto di uno sguardo eccentrico fin dal titolo In Sardegna non c'è il mare. A dire che è quella solitudine a farne un continente di molte storie e di molti caratteri. Ma è solo il mare, con le sue rotte di lontananza, a trasformarla in una terraferma da cui, anche partendo, non ci si allontana mai.

Piccolo manuale di sardità. Con approfondimento di quella specifica contea barbaricina che generò codici e comportamento. Fece il sardo capzioso. Comparativo. Tragico. Insofferente (persino) a quel santo dovere dell'ospitalità che ha inventato e che rispetta «per controllare da dentro un nemico», chiunque sia, «che da fuori sarebbe stato molto più pericoloso».

Resoconto letterario di certe parole chiave, in tutto ventuno, come "estate", "traghetti", "lingua", "distanza", "patria", "diaspora", che formano un unico racconto, e magari anche un unico naufragio. Che nella geografia di un'isola ha molte più ridondanze di un approdo. Ma è capace, con Satta nel suo monumentale Il giorno del giudizio, di trasformare il funerale dei suoi personaggi in una eterna permanenza letteraria. Di tramandarci il Gramsci di Peppino Fiori. O il sorriso di Sergio Atzeni e le sue storie. Accatastando vita. Narrando quel paesaggio assediato dai tempi. Per contrastare (infine) «che nella retorica delle civiltà» la Sardegna abbia un posto soltanto in quanto civiltà scomparsa.

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