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IL GENIO FRAGILE DI DANIEL JOHNSTON

  • Scritto da Effe_Pi

Daniel Johnston A Roma ieri sera il concerto del celebre cantautore americano.

Il genio non sta necessariamente nell’abilità o nei virtuosismi, anzi. Spesso va più di pari passo con la sincerità e l'immediatezza: era la filosofia del movimento punk, il Do it yourself che va al di la dei mezzi e della tecnica per permettere a chiunque di esprimersi. Spesso con successo.

È Sicuramente il caso di Daniel Johnston, il cantautore americano (ma anche regista, disegnatore, pittore) visto ieri in concerto all’Angelo Mai di Roma. Daniel, stonato e tremante, col suo corpo appesantito e provato da decenni di malattia mentale e relative cure, è un artista che come pochi ha la capacità di commuovere e toccare corde profonde dell’animo umano. Lo fa coi suoi bizzarri disegni, ma soprattutto con le tantissime canzoni composte nell’arco di una carriera iniziata nel 1981 e spesso frenata proprio dalla malattia.

Le sue canzoni, perle di lirismo minimale e romantico, sono piene di dolore ma prive di patetismo, spesso capaci di suscitare speranza e toccare intimamente chi le ascolta. Erano in molti, ieri sera, al termine di poco più di un’ora di concerto, ad avere i lucciconi dopo aver ascoltato brani ormai classici come “True love will find you in the end” (che ha chiuso il set), “Devil’s town”, “Casper the friendly ghost”, “Life in vain” o “Funeral home”, quest’ultima dedicata a Laura, l’amore della vita di Daniel che ha finito per sposare un impresario delle pompe funebri.

Il tutto condito da cover varie degli adorati Beatles (su tutte “Get Back” e “I am the Walrus”) da piccoli dialoghi con un pubblico entusiasta che li trova scherzosi anche quando forse non lo sono, dal tremore continuo che porta Johnston a rovesciarsi la coca cola addosso ma non fa che rendere ancora più autentiche la sua voce da bambino e le sue melodie perfette, nell’occasione ben eseguite da una band improvvisata di musicisti italiani (la Bluemotion band).

Un’esibizione che pochi dei presenti dimenticheranno, e che rende chiaro il motivo per cui Johnston sia un vero mito dell’underground americano degli ultimi trent’anni, dai tempi delle incisioni casalinghe su cassetta poi approdate su Mtv alle collaborazioni con Sonic Youth, Jad Fair e molti altri, fino all’adorazione per lui dimostrata con pubbliche dichiarazioni e dischi di tributo da gente come Beck, Eddie Vedder, Tom Waits e soprattutto Kurt Cobain, che non faceva un’intervista senza indossare la maglia di “Hi, how are you”, con la copertina dell’omonimo disco del cantautore di Sacramento. Alla sua storia è stato anche dedicato un film – documentario del regista Jeff Feuerzeig, “The devil and Daniel Johnston” (2005) e le sue opere d’arte partecipano a mostre nelle migliori gallerie degli Stati Uniti; il concerto di ieri fa parte di una serie di show per promuovere la colonna sonora originale del libro illustrato “Space Ducks”, pubblicata di recente anche in Italia, insieme a una versione adattata del fumetto.

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