Nell'ultimo mese

Il muto di Gallura di Enrico Costa

  • Scritto da Effe_E

IN_cipit

A passi lenti, chiuso ne' suoi pensieri, camminava per ore ed ore, alla ventura.
Di colle in colle, di balza in balza, egli si aggirava per quei dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito: ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte macchie di rovere e di lentischio.
La notte era buia, quantunque il cielo fosse stellato; ma quell'uomo era pratico dei sentieri e dei burroni che conosceva palmo a palmo.
Sotto il cappuccio tirato sul viso, i suoi occhi mandavano lampi; dalle falde del corto cappotto d'orbace usciva la tersa canna del suo fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui rimasto fedele nei giorni della sventura.
Assorto in cupe meditazioni, egli teneva gli occhi fissi nel fioco lumicino, che appariva in una casetta posta sull'altura di San Gavino di Petra Màina.
Quel punto luminoso era la mèta de' suoi pensieri, la causa delle sue smanie.
Il cielo era stellato; ma che importava a lui del cielo? Nessun astro in quella notte scintillava come il lumicino che rompeva l'ombre addensatesi sulla terra.
Tratto tratto quell'uomo sussultava nascondendo il volto fra le mani; e poi rialzava la testa per fissare di nuovo la finestra lontana, con uno sguardo che tradiva l'interna battaglia di un'anima esacerbata. Nell'espressione del suo volto leggevasi il contrasto di opposti sentimenti: odio ed amore, vendetta e perdono.
Appariva smanioso, perplesso. La lunga notte non era bastata a dargli consiglio. Forse attraversava uno di quei punti fatali che dividono la generosità dal delitto: uno di quei momenti che possono fare dell'uomo un eroe od un assassino, decidendolo cioè a sacrificare se stesso per il bene altrui o gli altri per il proprio bene.
Il filo di luce era sparito dall'imposta socchiusa; e non pertanto quell'uomo continuava a guardare nell'ombra, come se vedesse ancora la pallida fiammella che gli bruciava l'anima e il sangue.


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Enrico Costa - si può leggere in una lettera di Grazia Deledda - di cui io sono una specie di discepola, ha scritto tanti, tanti romanzi sardi, caldi di amor patrio, pieni d’entusiasmo o di tristezza per le bellezze o per le miserie dell’isola. A misura che questi romanzi uscivano un fremito percorreva tutta la Sardegna. Le fanciulle piangevano su quelle pagine, i giovani rabbrividivano di terrore e di angoscia. Impossibile descrivere il fermento spirituale destato dal Muto di Gallura”.

Il muto di Gallura, uno dei più importanti romanzi storici sul banditismo sardo, racconta la storia della sanguinosa faida tra i Vasa e i Mamia che sconvolse il territorio di Aggius, in Gallura, nella prima parte della seconda metà dell’Ottocento.

“Un continuo succedersi di combattimenti sanguinosi e di uccisioni: una caccia di fiere che si davano uomini contro uomini... Un lutto generale; il terrore regnava sovrano in quelle contrade... il numero dei morti fra le due fazioni superò la cifra di settanta, in cinque anni furono registrate oltre quaranta vedove”.

I fatti narrati, tra storia e reportage, furono tratti dalle cronache dei giornali, ma anche dalle ricerche storiche e dai resoconti che il Costa ottenne da alcuni testimoni viventi che parteciparono ed assistettero alla grande “inimicizia” aggese.

La narrazione principale, che è il filo conduttore dell’opera, è incentrata sulla figura di Bastiano Tansu, uno dei più famosi banditi sardi, soprannominato il Terribile, ma conosciuto semplicemente come “il muto” in quanto sordomuto dalla nascita.

Ma il romanzo è soprattutto uno straordinario viaggio alla scoperta della Gallura, della sua storia, della sua cultura e del suo paesaggio, così unico e originale, "soprattutto al tramonto, quando il sole cala dietro all'isolotto dell'Asinara, e lunghe nuvole infuocate listano ad occidente l’orizzonte; quando la luce sanguigna tinge in rosso tutte le vette dei monti e il mare lontano, sbiadito, pare confondersi col cielo, nell'ampia distesa che divide l’Isola Rossa da Castelsardo; quando il cielo produce quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera un’intonazione calda, melanconica.

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