IL GIARDINO DEI SICOMORI | Capitolo 6

  • Scritto da Luigi Citroni

Un thriller avvincente e dal ritmo serrato ambientato in Sardegna!

IL GIARDINO DEI SICOMORI
di Luigi Citroni
CAPITOLO VI

Pronto?
- Sì…pronto parlo con il commissario Amedeo Andreolli?
- Chi parla? chi lo desidera?
- Non faccia il finto tonto signor commissario. Ho poco tempo e non voglio consumarlo con lei.
 
A quelle parole Andreolli rimase immobile incapace di reagire. Sentì uno dei suoi ultimi spasmi di vita abbandonare il suo corpo e da quell’istante, da quelle prime locuzioni preliminari, le parole rimanessero imbrigliate tra la lingua e il palato.
Con la cornetta stretta all’orecchio, il commissario sentì il gelo prendere possesso delle sue stanche e avvizzite membra, come se la morte attraverso il cavo del telefono avesse trovato il modo di propagarsi in tutta la sua essenza.
 
- Il suo silenzio è fuori luogo. Ho già detto che il mio tempo non può concedersi a inutili ritardi. Ha fatto quello che le ho chiesto? – chiese con tono severo la voce.
 
Amedeo Andreolli, un uomo che in tutta la sua vita non venne mai messo sotto scacco da nessuno, in quel frangente si ritrovò a obbedire come un cane a un padrone severo. Uno di quelli che al minimo latrato non disdegna bastonate in modo da garantirsi una totale e sottomessa devozione.
Il suo padrone in quel momento voleva risposte. Risposte chiare e concise. Il tempo del silenzio attonito doveva trovare la sua fine.
 
- Beh…io…beh…a essere sincero- balbettò il commissario cercando di prendere nuovamente il controllo di sé – ho fatto quello che mi ha chiesto. I due agenti hanno lasciato Cagliari da qualche giorno, hanno avuto precise indicazioni e sono quasi certo non abbiano nutrito sospetti-.
Per qualche secondo i due rimasero in silenzio. Sembrava cercassero di somatizzare le parole appena pronunciate, mentre il loro respiro assordante riempiva il vuoto creato dalla loro tacita inquietudine.
Dopo numerosi sospiri asmatici la voce dall’altro capo riprese a parlare e disse: -Dei suoi quasi, dei suoi se e dei suoi ma sappia che non me ne faccio un gran bel niente. Lei deve fare solo ed esclusivamente quello che le ho ordinato di fare. Sappia inoltre che non ha a disposizione nessun margine di errore. Lei è a conoscenza delle conseguenze a cui andrà in contro. Lei deve stare at…-
- Non credere di spaventarmi brutto figlio di puttana- lo interruppe il commissario. – tu lurido verme da me non avrai un bel niente. Ho già fatto troppo per un rifiuto come te e adesso il gioco lo dirigo io. Posso solo prometterti una cosa pezzo di merda, ovvero che verrò a cercarti…e quando lo farò dovrai nasconderti per bene. Hai capito stronzo? -
L’esile corpo del commissario prese a tremare in ogni sua cavità, come le corde di una viola stuzzicate in un concerto per soli archi. La rabbia nascosta da giorni sotto la paura di essere ricattato si fece avanti senza bussare alle porte della ragione, e lasciò che l’intemperanza prendesse il posto del timido e impaurito poliziotto tenuto stretto per le braghe.
Dalla fronte solcata da profonde rughe iniziarono a scendere copiose gocce di sudore, mentre il cuore, imbizzarrito, palpitava come uno stallone rinchiuso incapace di poter cedere alle sue animalesche pulsioni.
Di lì a pochi istanti con un sospiro ancor più grave dei precedenti la voce disse: - Commissario le sue parole feriscono la fiducia che io ho riposto nei suoi confronti e la cosa mi turba, come i minuti passati al telefono con lei. Le raccomando caldamente di portare a termine i suoi impegni. Senza discutere. Gli uomini come lei hanno poco da chiedere a questo mondo. All’alba del giorno del giudizio devono abbassare la testa e sperare che la fine non bussi con troppa rabbia alla loro porta. Lei farà quello che le ho detto e lo farà senza ringhiare, senza risvegliare un mal riposto orgoglio per aver condotto una vita da iena famelica-. 
- Io per te non farò proprio un bel niente – rispose furibondo Andreolli - voglio che questo ti sia chiaro, e voglio che tu sappia che ti darò la caccia con tutti i mezzi a mia disposizione -.
- Non si affanni signor commissario- sospirò la voce con calma serafica -conservi piuttosto le forze per trovare, e concedere degna sepoltura a chi ormai giace sotto la cenere-. 
- E questo cosa significa? Che cosa vuol dire? - chiese il commissario mosso da un principio di terrore. 
- Significa che la terra ha iniziato ad ardere sotto i vostri piedi. Ma non si preoccupi, riceverà al più presto ulteriori dettagli, e quando li avrà saprà perfettamente cosa fare.  Per il momento desidero rassicurarla dicendole che non si dovrà affaticare nel venire a cercarmi. Sarò io a venire da lei. Tutto brucia signor commissario. -  TU-TU-TU-TU.
 
Nell’ufficio di Andreolli il silenzio riprese a far da padrone. La rabbia si dissolse nuovamente in una pozza purulenta di sudore acido, mentre l’inquietudine e una sempre più prorompente nota di terrore incalzavano l’animo del commissario.
Con mano tremante riagganciò lentamente il telefono come se la conversazione appena terminata non lo avesse minimamente destabilizzato, e che il tremolio fosse solo un inconveniente spiacevole di un fisico devastato da un malessere ancestrale. Niente di più.
Senza proferir parola rimase immobile a fissare la parete scalcinata del suo ufficio. La bocca serrata e gli occhi vacui lasciavano presagire un disinteresse per la vita degno di un cadavere ridotto ormai a un cumulo di ossa, mentre la sua mente si contorceva tra pensieri e paure di ogni tipo.
Fino a quel momento non fu mai complicato per lui destreggiarsi tra il moto ondoso delle sue riflessioni. 
Era un uomo razionale, sapeva setacciare i suoi pensieri, dare risalto ai necessari e scartare i superflui, quelli frivoli che possono solo far perdere del tempo. Così come sapeva distinguere le varianti della paura. Sapeva quali fossero quelle di cui preoccuparsi e quali invece ignorare poiché prive di fondamenta.
Ma non in quel contesto, dove pensieri e paure fluivano come fiumi in piena slavando e devastando con violenza gli argini della sua mente. Fiumi alimentati da tutti i mostri del suo passato che da qualche settimana ripresero a minare la sua tranquillità; quella pace guadagnata voltando le spalle ai propri errori e chiedendo perdono sommessamente, durante la notte, solo perché pian piano iniziò a capire che il “suo” giorno ormai non era più tanto lontano.
“E’ giusto così” bisbigliò a denti stretti. 
“E’ giusto così…è giusto così…” continuò a dire mentre dal cassetto della sua scrivania tirò fuori un cofanetto in legno impolverato.
Lo posò sul tavolo, lo aprì, e ripetendo come un mantra le parole “è giusto così” tirò fuori un revolver calibro 38 con la stessa devozione con cui un prete estrae il corpo di Cristo dal tabernacolo
Con un movimento esperto liberò il tamburo e lo caricò con sei proiettili, dopo di che nell’afa di un tipico pomeriggio d’autunno cagliaritano, sollevò il capo e posò la bocca della pistola sotto il suo mento.
Allora con lo sguardo rivolto verso il soffitto aspettò con impazienza che il colpo partisse e che il proiettile gli attraversasse il cranio e mettesse a tacere finalmente ogni richiamo del passato. 
 
Passarono i minuti ma nessuno al di fuori del suo ufficio venne allarmato da un sordo colpo di pistola.
Andreolli rimase immobile nella stessa posizione, con il viso rivolto verso il cielo e la sua vita pronta ad abbandonare un corpo dalla salute cagionevole, ma qualcosa di più forte della sua volontà lo costrinse a non conferire al grilletto la giusta pressione. 
Fu un pensiero, un ricordo vagabondo tra i mille superstiti di una vita piegata alla violenza. 
Fu lo sguardo stanco di un uomo in divisa; di un soldato intento a marciare per le strade di un villaggio africano tra i corpi senza vita di donne e bambini; un’immagine resuscitata dall’oltretomba che portava con sé un inconfondibile tanfo di morte e il sapore di sangue e sabbia tra i denti. Fu quello che in fin dei conti bloccò la sua mano, ovvero scorgere di sfuggita la vita ritagliata in un contesto dove la morte governava sopra ogni cosa; ottenere in qualche modo la consapevolezza che l’artefice di quell’orrore fosse proprio colui che passeggiava e osservava i corpi distesi dall’alto del proprio essere sopravvissuto.
 
Dopo qualche secondo la mano con stretta la pistola pian piano abbandonò la sua posizione. Serafica lasciò strisciare l’arma lungo lo scrittoio mentre il capo con altrettanta lentezza si rimise in sezione.
Andreolli riprese a fissare la parete difronte alla sua scrivania con lo stesso trasporto di qualche minuto prima ma con solo in aggiunta una sferzante nota di malinconia, come se il fatto di essere ancora vivo l’avesse lasciato in qualche modo deluso.     
Forse il sentimento che provò in quell’istante fu proprio quello: delusione. La delusione per non essere riuscito a uccidere il vero responsabile del male provocato a se stesso e ai suoi cari, per essersi ridotto a un essere anchilosato incapace di rendere giustizia al male commesso come ultimo atto degno di nota, come catarsi di una vita corrotta, ormai appassita oltre l’orizzonte.
Guardò allora nuovamente la pistola come se volesse impugnarla stavolta in maniera risoluta, ma l’unica cosa che fece fu liberarla dal peso di sei proiettili e riposizionarla nel suo letto in legno di pino, per poi nasconderla tra le cianfrusaglie del suo cassetto.
“Avrei dovuto farlo tanto tempo prima” pensò come se volesse giustificare la sua vigliaccheria. 
“E’ questa, ne sono sicuro. Questa è la mia punizione” bisbigliò al nulla intorno a sé.
Dopo di che si alzò dal suo posto, prese la giacca appesa all’attaccapanni accanto alla porta e fu proprio quando la sua mano afferrò la maniglia che il telefono squillò di nuovo.
 
Indeciso se perseguire la sua volontà di abbandonare l’ufficio, rimase immobile, aspettando che il telefono cessasse di richiamare la sua attenzione, e solo dopo undici squilli il trillare dell’apparecchio venne meno. Ma bastarono pochi secondi prima che il tormento riprendesse da dove s’interruppe pochi istanti prima.
Il commissario tornò al suo posto alzò la cornetta e aspettò che dall’altro capo facessero il primo passo.
Un sospiro a lui familiare gettò nuovamente le sue membra in uno stato di incontrollabile tensione; l’incapacità di emettere anche un gemito sommesso prese nuovamente possesso del suo essere, e ancor prima che potesse rendersene conto la voce sussurrò: - Commissario…non mi ha deluso nemmeno un po’. Ho avuto il timore per un istante che avrebbe abbandonato questo mondo, ma grazie per avermi fatto ricredere. –
Il commissario Andreolli sgranò gli occhi incredulo per ciò che aveva appena sentito; il sangue iniziò a pulsare talmente forte che il suo cuore sembrava dovesse farsi strada tra le costole, i muscoli e la pelle mentre le sue mani ormai fuori controllo ripresero a tremare.
- Ho ancora bisogno di lei. La prego, non mi faccia più preoccupare. – detto ciò la voce smise di parlare e la linea cadde senza che il commissario avesse avuto l’opportunità di replicare.     
 
In quel momento Andreolli si lasciò andare nel suo piccolo trono prima che il fisico lo abbandonasse e lo lasciasse cadere su pavimento in un bagno di urina e sudore.
Ancora incredulo prese a guardarsi intorno come se avesse il presentimento che non fosse solo in quell’ufficio, ma bastarono poche occhiate perché la sua attenzione venisse attratta da un qualcosa di semplice e banale. La sua finestra, la sua banalissima finestra spalle alla scrivania che dava su un piccolo parchetto, piccola oasi all’interno di una civiltà galoppante. 
Andreolli si avvicinò con cautela a essa la spalancò ma al di fuori del suo covo stantio non vide nessuno. Vide solo la sua città natale danzante al soffio del maestrale, risplendere sotto un caldo sole di settembre.