Racconto | Paradiso

  • Scritto da Luigi Citroni

Racconto inedito e completo da leggere il weekend sotto l'ombrellone o al fresco di un bosco, tutto per voi, i nostri lettori affezionati di IteNovas.com. Buona lettura!

PARADISO di Luigi Citroni

«Non preoccuparti troppo. Tu sei solo e Dio non esiste, quindi tanto vale vivere lo stesso».

Quella scritta nel muro difronte alla mia palazzina riecheggiava nella mia mente con lo stesso vigore che può avere un’esplosione in una piccola stanza chiusa, nel giorno in cui mio padre mi cacciò via di casa. «Non preoccuparti troppo» ripetevo tra me, «tanto vale vivere».

Come se fosse un mantra da ripetere per non perdere il controllo di me stesso o il contatto con la realtà, pronunciavo quelle parole convinto che dietro quell’apparente inutilità si nascondesse la salvezza che tanto anelavo, e riuscivo così persino a coprire le urla di rabbia e imbarazzo che sovrastavano la mia voce pacata, impegnata a spiegare che tutto quello che stava succedendo in quell’istante, in fin dei conti non era necessario.

Il suo volto mi scrutava da dietro la tenda, quasi non volesse avere un contatto diretto con il mio sguardo, mentre in strada raccoglievo la mia roba volata giù dal balcone insieme a una valigia ridotta a una poltiglia di tela e plastica.

Quella sera volai via dal mio nido, così con tanta leggerezza. Come se cacciare di casa un figlio fosse una cosa da poter fare a cuor leggero, senza esitazioni. Presi il volo come un passero senza piume e senza aver idea di dove poter trovare riparo dal dispiacere che cercavo di sopprimere.

Volai per quasi tutta Cagliari cercando tra la gente e gli edifici un giaciglio in grado di ospitarmi, finché la mia anima decise di rimanere immobile assopita nel lungo mare di Marina Piccola proprio nel momento in cui il sole decise di rifugiarsi oltre l’orizzonte.

Sembrava persino trovasse modo di riposarsi cullata dal fresco crepuscolare portato dal mare, mentre io camminavo ormai da qualche ora avanti e indietro lungo il littorale.

Piedi nudi, pantaloni alla zuava e camicia sbottonata, passai in rassegna ogni anfratto di quella spiaggia con la mia vita stretta in un pugno e nell’altro una bottiglia di J&B quasi del tutto vuota. Pensavo e camminavo e urlavo e maledicevo Dio perché tanto non esisteva. Lo sapevo, quella scritta sotto casa mia parlava chiaro.

Il poco whisky avanzato nella bottiglia si agitava a ogni passo tra le pareti di vetro proprio come i miei pensieri, i quali rotolavano da una parte all’altra come biglie in un contenitore.

Le gambe infine stremate dal mio marciare sghembo cedettero e io lasciai che mi facessero cadere sulla sabbia umida.

Disteso con lo sguardo perso tra l’immensità del cosmo respirai di nuovo, come se fino ad allora avessi vissuto in apnea.

Il cuore riprese a pompare il sangue con più calma e le lacrime appena accennate si asciugarono come ruscelli in secca estiva, prima di confondersi tra la sabbia.

 «Tanto vale vivere» continuavo a ripetermi.

In quel mentre il mare con totale indifferenza, stagnava placido nel suo covo sabbioso. Ondeggiava impercettibilmente seguendo il soffio di venti filtrati dalla baia.

Avanti e indietro le onde si inchinavano al mondo lungo la battigia, e riflettevano a intermittenza le luci del tramonto che brillavano come stelle del firmamento.

I rumori soffusi della città si perdevano tra il battito d’ali dei fenicotteri, e le luci degli hotel e delle case parevano fiaccole accese in continenti lontani.

In un attimo la pace prese piede, e la rabbia, o per meglio dire il dispiacere, si fece da parte.

Di nuovo in piedi, immobile con i talloni sommersi dalla sabbia, scrutai l’orizzonte provando a capire dove finisse il mare e iniziasse il cielo. Ogni paura si acquietò e lasciò il posto al nulla che rimase oltre i miei pensieri.

Il mare di Cagliari richiamava all’ordine i ricordi, e loro zoppicanti si fecero avanti. Ma erano confusi e sfocati. Lo erano persino i volti di coloro a cui un tempo riuscì a concedere il mio amore.

Figure anonime. Anime sole, vagabonde in un limbo senza via d’uscita.

 «Se dovessi morire qua, adesso, a chi importerebbe?» pensai «Sarei una carcassa galleggiante niente di più».

Allora chiusi gli occhi e meditai intensamente in modo da esorcizzare ogni malsano pensiero, e provai a dare una spiegazione al perché fu così difficile per me essere un ricchione qualunque, come mi chiamavano tutti, in un mondo di energumeni eterosessuali.

«Tu non sei mio figlio. Mio figlio non è cosi» diceva «tutte queste droghe, tutta quest’aria di merda che vi respirate, e alla fine poi ve ne uscite fuori con queste stronzate. No! Non lo posso permettere. Non a mio figlio». Parlava così mio padre, e quando lo faceva io non potevo che osservarlo nel suo dimenarsi così maldestro, e provavo persino pietà per la sua ostinazione nell’aggirare con tanta facilità ciò che non voleva e non poteva accettare come naturale.

Poveraccio.

Dal giorno in cui decise di cacciarmi di casa credo non sia uscito per anni, tale era la vergogna che il figlio tanto amato gettò sulla sua famiglia.

Guidato dal vociferare del mare, in un’anonima sera di fine estate, feci uno dei più importanti viaggi introspettivi della mia vita. Pensai a quanto da ragazzino fossi esemplare per lui. Senza dipendenze, senza vizi, nemmeno negli anni della mia prima giovinezza; alunno diligente, persona socievole, solare, con la voglia di vivere che straripava a ogni sorriso.

Quanto era orgoglioso di me. Ripeteva spesso che ero tutto quello che lui da ragazzo non poté essere, a causa di una vita troppo spesso stuprata dalla fame e dalla povertà. Io ero il suo riscatto. Ero per lui l’esempio da tirare in ballo ogni qual volta gli venisse data la possibilità di farlo. Ogni occasione era buona per esaltare sempre più le mie capacità del tutto nella norma, e nonostante fossi consapevole che tutto quello che diceva corrispondesse solo in parte alla realtà, mi sentivo la sua stella polare in una notte senza bussola, solo per lui, marinaio innamorato che mi osservava brillare tra tutte le altre stelle.

Ma il tempo passò veloce su di me. Mi solcò senza pietà e mi diede d’un tratto il sacrale compito di essere uomo. Di essere parte di una natura che mira alla riproduzione così da garantire la sopravvivenza del genere umano. Mi diede ormoni e passioni che si intrecciavano tanto da contorcermi le viscere mentre mi concedevo al mio corpo in un bagno di sudore. Io crescevo giorno dopo giorno e insieme a me le mie pulsioni. Diventavo il frutto maturo benedetto dai miei genitori, pronto per essere colto. Ma c’era qualcosa che mi rendeva restio a solcare quel sentiero già battuto prima che io ne fossi consapevole. Era solo un pensiero in principio. Solo un ronzio fastidioso che mano a mano che il tempo passava non poteva più essere messo a tacere semplicemente scuotendo la testa.

Nell’estate del mio diciannovesimo compleanno, quel ronzio prese il possesso di ogni mia componente fisica e spirituale, e per la prima volta presi consapevolezza della mia natura.

Vinicio Sabatini aveva capelli lunghi raccolti a cipolla sulla nuca. Le tempie rasate e un leggero filo di barba a delineare i suoi delicati lineamenti. Occhi verdi e un fisico asciutto, longilineo. Girava per le strade di Cagliari da buon vacanziere vestito di jeans strappati e magliette monocromatiche che si appiccicavano perfettamente alla compostezza del suo addome.

Veniva da un posto che con la Sardegna centrava ben poco. Era il figlio di una generazione di contadini nati e cresciuti tra la paglia ai piedi del massiccio della Laga, lungo ettari coltivati a frumento, tra le pianure alle falde degli Appennini laziali.  

Casa sua era là, dove ancora la sua famiglia si rimboccava le coperte a tarda notte con le mani sporche di terra, ma lui non faceva più parte di quel mondo. Lui studiava ingegneria a Roma e lavorava come barista per qualche spicciolo da spendere durante i suoi viaggi.

Io lo conobbi in una calda notte di luglio, quando seduto a crogiolarmi con l’umidità appiccicata addosso confessavo per la prima volta a Cristian, il mio migliore amico, di non essere così tanto sicuro di provare attrazione per le donne.

«Ah…quindi ti piace il cazzo?» mi disse privo di qualsiasi tipo di delicatezza.

«No…cioè…non lo so. Però non provo le stesse cose con le ragazze. Capisci cosa voglio dire?»

«Si lo capisco. Ti piace il cazzo. Perché alla fine due sono le cose: o ti piace o non ti piace».

Vinicio in quel momento si avvicinò a noi e per grazia divina interruppe la conversazione per chiederci un accendino. Io rimasi immobile, folgorato, incapace di poter infilare la mano in tasca per tirarlo fuori.

«Voi siete di Cagliari?» ci chiese, e dopo un sì lapidario di Cristian iniziammo a parlare di tutto ciò che ci potesse venire in mente, con una tale naturalezza che quelle ore passate insieme sembrarono intrise di un non so che di paradossale.

Ma credo che in quel frangente Vinicio si sentisse solo e avesse semplicemente voglia di compagnia anche se da parte di due sconosciuti.

Non so descrivere cosa mi successe in quel momento, almeno non credo di poterne parlare in maniera razionale, ma capii quale fosse la componente mancante che tanto mi tormentava, e da allora iniziai a sentirmi sempre più in pace con me stesso.

Questo mi portò all’inseguimento di quel ragazzo che fumava John Player Special, attraverso una Cagliari che si dispiegava tra vicoli stretti e case a picco sul mare, trapuntate da un’impercettibile velo di caldo torrido.

Così fu semplice incrociarci, fermarci in mezzo alla strada con stupide scuse giusto per scambiare due parole, per poi allungare il passo e spostarci al fresco di qualche bar. Sì beh cosa poteva mai significare? Niente di che, giusto un caffè veloce e una mezza naturale per poi congedarsi con le solite frasi di rito che servono solo a riempirsi la bocca di parole prive di significato.

Ma dopo qualche giorno passato a prenderci in giro tra gesti di cortesia e un malcelato imbarazzo, egli abbandonò la Sardegna con la promessa di tornare e di scrivermi. 

Quando partì provai un tale vuoto dentro me che ancora oggi mi toglie il fiato. Il mio mal d’amore fu così ingombrante che persi l’appetito e pensavo che uscire di casa non avesse più senso dal momento che lui non bazzicava più tra le mie strade.

Mi consolavo ascoltando le canzoni più tristi che potessi trovare come se gli artisti che le intrepretavano potessero capire l’entità del mio penare. Mi rivedevo nei loro testi, nella loro tristezza e allora mi lasciavo trasportare dalle note e sognavo un lieto fine, in un modo o nell’altro.

Allo stesso tempo mi chiedevo: ma come posso sentirmi così per una persona che non conosco nemmeno? Come posso sentirmi come dire…innamorato di qualcuno che quasi sicuramente non avrebbe accettato il mio modo di essere? E poi che cosa ne potevo sapere io dell’amore se ancora non avevo aperto il cuore ai miei sentimenti?

Domande più che lecite certo, ma intanto il mio stato d’animo era quello e non ci potevo fare niente.

Quell’estate finì, e quelle domande rimasero in attesa di risposta, ma dopo qualche mese smisi di cercarla, perché Vinicio mi scrisse un lungo messaggio raccontandomi tutto quello che gli passò in mente o che fece in quel lasso di tempo. Lessi le sue parole con un groppo in gola, e mentre procedevo con la lettura vidi tra le righe tutta la sua spontaneità e il suo entusiasmo per la vita così che la mia tristezza venne messa subito alla porta.

Niente più tristezza mi dissi, niente più segreti, solo vita. Pura e spensierata.

Così che quando mio padre mi disse «Ascolta…io non so come dirtelo…ma ci sono voci in giro e io non so cosa pensare perché la gente ne dice di cose…ma dimmi la verità dimmi che non è vero che sei…che sei…che…che ti piacciono gli uomini» io risposi «sì è vero…mi piacciono gli uomini».

Credo che in quel momento gli abbia ridato indietro gli stessi dolori che provò durante la sua infanzia, sotto i bombardamenti del 43.

A dir la verità credo che la bomba che lanciai fosse ancor più potente di quelle sganciate dagli alleati, tanto che mi parve di vedere il suo corpo crollare e ridursi a un cumulo di rottame, proprio come un edificio appena fatto esplodere.

Intanto egli non mentì quando parlò delle voci che iniziavano a girare, le quali peggiorarono esponenzialmente quando decisi di fare outing.

«Oh…Ma lo sai che tuo figlio è finocchio? Ma gli piace prenderla o metterla? A quando i nipotini?» dicevano ogni qualvolta vedevano mio padre per strada.

Queste cose facevano male, credo peggio di una pugnalata allo stomaco, ma mi consolavo con il fatto che fossero sporadiche battute di cattivo gusto, anche se durante l’inverno le cose peggiorarono. Mio padre non riusciva più nemmeno a guardarmi e obbligava mia madre a fare lo stesso, mentre durante la notte eravamo vittime di incursioni omofobe che spesso oltre che colpire all’anima prendevano di mira anche i beni materiali come la macchina, la mia bici e le mura del palazzo.

La mia filosofia di vita ovvero quella di non vivere nell’ombra mi si stava ritorcendo contro. Ero solo, non avevo più amici e non potevo reggere a lungo in quella condizione, così che cercai in Vinicio una spalla su cui piangere.

Egli non esitò a rispondere mettendo in mostra tutto il suo disgusto. Mi disse che mi capiva, che sarei dovuto essere forte più di quanto pensassi e che alla fine avrei vinto io. Mi disse inoltre che casa sua se avessi voluto sarebbe stata aperta, poiché avrei dovuto lasciare Cagliari e raggiungerlo in un posto dove quelli come noi disse, vengono lasciati in pace. Quelli come noi? Mi chiesi.

Quando lessi quella frase il mio cuore riprese a battere come un tempo, e uno dei giorni più brutti della mia vita divenne forse il migliore, ricco di significato.

Trovai la forza allora. Mi rialzai dal fondo nel quale pensavo di ristagnare e presi a combattere la mia grande battaglia dal sapore di libertà. Così le voci, la violenza gratuita scaricata su di me, il silenzio dei miei genitori infine non facevano più tanta paura.

Quando arrivò l’estate e con lei Vinicio credevo ormai di aver vinto finalmente non una battaglia, ma la guerra.

Povero illuso.

Ignoravo quante ancora fossero le difficoltà, gli ostacoli e l’odio immotivato che avrei dovuto sopportare e digerire.

Ignoravo inoltre quanto il disprezzo per la diversità intesa come pericolo per la decenza umana, potesse essere così radicato, tanto da coinvolgere anche chi ha giurato di proteggerti dal giorno della tua nascita.

Facevo fatica a capire quale fosse il motivo di così tanto rancore nei confronti di chi gioiva per altri piaceri. Pensavo all’inizio riguardasse una questione di natura umana, credevo anche fosse normale che molti pensassero all’omosessualità come un qualcosa contro natura e lo accettavo, mi turbava ma lo accettavo, ma poi la gente parlava di amore e considerava il mio come un vizio, come un capriccio lussurioso di uno incapace di poter amare secondo i canoni. Quest’ultima affermazione forse è stata ciò che mi ferii maggiormente, ed era inutile controbattere dicendo che l’amore non conosce sesso o rango sociale, e che può nascere tra uomo e uomo, donna e donna o tra qualsiasi essere componga questo mondo variopinto, e che ognuno è responsabile a modo suo del proprio amore.

Soprattutto ignoravo di correre il rischio di vivere ciò che successe quando quell’estate infine giunse al termine.

Successe per l’esattezza cinque anni fa.

Io e Vinicio abbiamo vent’anni e siamo distesi sull’erba bagnata in cima a una collina.

È sera ed è Settembre e il cielo è coperto da nuvole plumbee cariche di pioggia che navigano lentamente solcando l’etere.

Nell’ostilità di un giorno tempestoso sento che paradossalmente quella collina è il posto migliore dove ripararsi. Madre Natura ci manda messaggi dal significato opposto ma a noi non ci interessa. Siamo io e lui e questo basta.

Dal cielo iniziano a scendere le prime gocce.

Il vento amico da qualche minuto sembra essersi congedato e io credo di aver percepito l’esatto istante in cui ha abbandonato quella collina.

I minuti passano e noi siamo ancora sdraiati sul prato, e le mani giocano lungo i corpi seminudi mentre le nostre lingue si intrecciano come se danzassero.

Parole vellutate, carezze, sospiri e tanto altro ci impedisce di divincolare i nostri corpi. E allora la passione ci travolge ed è impossibile resistere. Ma dopotutto perché resistere?

Tutto sembra perfetto, ma nell’oscurità che si appresta a calare una macchina si avvicina lenta verso di noi. Ha i fari spenti e il motore è silenzioso così che io e Vinicio non possiamo fare niente quando due luci squarciano il velo soffuso delle tenebre e ci mostrano per quello che siamo.

Io e lui in un primo momento siamo confusi, non capiamo bene ciò che succede, ma attraverso la luce riesco a vedere il volto di mio padre contratto in un’espressione che racchiude ribrezzo e disperazione.

Fa per scendere ma ci ripensa, e in pochi secondi vola via slittando sull’erba bagnata.

Ora è la fine penso tra me e me, e convinco così Vinicio a muoverci prima che succeda qualcosa. Allora lui mi prende la mano e mi dice di cercarlo appena possibile.  Lui dice di essere pronto a tutto.

Dopo un bacio ci perdiamo in una corsa disperata sotto l’acqua che ora scende incalzante.

Corro come non ho mai fatto prima, fino ad arrivare a casa mia dove per strada vedo tutta la mia roba ormai umida e sporca di fango.

«Disgraziato…come hai potuto…disgraziato» urla mio padre strozzando un pianto di rabbia. Nel mentre la mia roba vola via e attraversa il cielo come una stella cometa. Inutilmente provo a spiegare che non è il caso di reagire così. Chiedo di farmi salire così da poterne parlare, ma mio padre da dietro la tenda continua a maledirmi. E allora capisco che non mi rimane nient’altro da fare se non raccogliere la mia roba e andare via.

«Non preoccuparti troppo. Tu sei solo e Dio non esiste, quindi tanto vale vivere lo stesso» leggo nel muro difronte e nel mentre continuo a raccogliere i miei stracci sentendo in sottofondo i lamenti dei mie genitori.

Il cuore mi si sgretola e i pezzi si perdono nel vento insieme alle mie lacrime. Ciò che rimane della mia anima mi porta sul mare dove sbronzo aspetto l’alba e Vinicio, che ancor prima del sole arriva e mi tende la mano.

Siamo sdraiati sulla sabbia e il cielo ancora scuro ci copre dal male di chi ci ha visto e considerato come uomini a metà.

«Tanto vale vivere» dico sommessamente.

Lui mi guarda, mi stringe la mano e dice «sì tanto vale vivere».

Per la prima volta in vita mia sono felice e non più solo, ma ho paura poiché è notte che sia un sogno, troppo seducente e dolce per avere sostanza.

Dal mio paradiso oggi guardo al passato di tanto in tanto e mi piace sperare che al di là di ciò che successe, alla fine di tutto, chi mi ha amato abbia trovato la forza di accettarmi e considerarmi ciò che sono sempre stato ovvero un semplice uomo come tutti.

Foto: Andre Moura | Pexels.com | CC0