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Il vecchio della Montagna di Grazia Deledda

  • Scritto da Effe_E


Il vecchio della Montagna di Grazia DeleddaStoria di un anziano abitante delle montagne, quasi cieco, che incarna la forza, l'isolamento e la granitica saggezza di un'intera Isola.

Incipit

Melchiorre Carta saliva la montagna, ritornando al suo ovile. Era un giovane pastore biondastro, di piccola statura; una ruga gli si disegnava fra le sopracciglia folte e nere, che spiccavano nel fosco giallore del suo volto contornato da una rada barbetta rossiccia. Anche la sopragiacca di cuoio del suo costume era giallognola, e il cavallino che egli montava era rossastro, tozzo, angoloso e pensieroso come il suo padrone.
Melchiorre era un giovine di buoni costumi e d'ottima fama; molto spensierato ed allegro non lo era mai stato, ma da qualche tempo si mostrava più taciturno del solito, e si sentiva quasi malvagio, perché sua cugina Paska lo aveva abbandonato alla vigilia delle loro nozze. E senza motivo! Così, solo perché ella si era improvvisamente accorta di essere graziosa e corteggiata anche da giovani signori.
Il cavallino saliva con prudente lentezza, scuotendo la testa tenuta alta dal freno. Dopo le falde sassose, olezzanti di cespugli aromatici, dalle quali si scorgeva Nuoro e un panorama di valli selvaggie e di montagne lontane, il pastore s'inoltrò nei boschi d'elci.
Il mattino d'agosto era purissimo: il giorno prima aveva piovuto, e nel bosco regnava una dolce frescura: le felci, l'erba, i tronchi umidi, le roccie lavate, esalavano un profumo quasi irritante; la brezza dava marezzi argentei alle chiome degli elci; il cielo sorrideva azzurro come un lago negli sfondi sereni. E Melchiorre saliva triste e truce fra tanta dolcezza di cielo e di bosco; sentiva un indistinto vocìo, un riso di donne, che lo precedevano su per il sentiero; gli sembrava di riconoscere il riso fresco e sonoro di sua cugina, e si rodeva d'ira.
«È lei! E ride!», disse a voce alta, fermando il cavallo; e stette ad ascoltare. Le voci s'allontanarono; il riso si spense con la vibrazione dell'eco. Melchiorre sospirò e spronò il cavallo.
E il cavallo riprese a salire, a salire, con ritmico ondeggiar della groppa, con lento sbatter della coda sui fianchi ossuti: su per le chine rocciose, dalle quali il vento aveva spazzato le foglie e denudato le grandi radici degli elci, rossastre contorte e avviluppate come serpenti, il suo passo risuonava metallico e il suo ferro lucente traeva scintille dal granito.
Dopo le chine s'aprirono silenziose radure, circondate d'alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi. Qua e là le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l'idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell'Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo
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Storia di un anziano abitante delle montagne, quasi cieco, che incarna la forza, l'isolamento e la granitica saggezza di un'intera Isola.

Come sempre, la caratterizzazione del personaggio principale regala al romanzo un'atmosfera che gioca con la magia e il mistero di una cultura secolare come quella sarda.

Il romanzo segna il passaggio tra lo sperimentalismo giovanile e l'acquisizione di un ormai organico e maturo sistema letterario.

La componente etico-morale permea di sé l'intero impianto narrativo e il vecchio della montagna, e il viaggio catartico che lo accompagna fino all'esito estremo, divengono allora simbolo di redenzione dei peccati di una umanità travolta dalla forza distruttrice dell'eros.

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