Nell'ultimo mese

Cresce la pesca di frodo delle oloturie nei mari italiani

  • Scritto da Effe_E

I “cetrioli di mare” vengono raccolti dai fondali per essere rivenduti sui mercati orientali, dove vengono consumati fritti o sotto forma di minestre.

Da La Stampa | Fabio Di Todaro

Le conoscono in pochi, ma nel mare hanno un ruolo da non trascurare. Le oloturie, organismi invertebrati che vivono sui fondali marini (sabbiosi), anche noti col nome di cetrioli di mare, sono considerati dei piccoli «spazzini» del mare. Nutrendosi della materia organica di scarto che si deposita sulla sabbia, rendono più pulito l’ambiente in cui proliferano le alghe e le lagune della barriera corallina. In più il loro materiale di scarto è spesso fonte di nutrimento per i coralli. A dispetto del loro aspetto statico, svolgono dunque un compito pressoché unico. Ma l’uomo, ignorando questo aspetto, sta ponendo a rischio la loro sopravvivenza.

UNA «RAZZIA» DESTINATA AI MERCATI ORIENTALI  
Da anni, infatti, si registrano continui «saccheggi» di oloturie nelle attività di pesca condotte nel Pacifico, nel sud-est Asiatico e nell’oceano Indiano. Il problema era già stato sollevato nel 2014 da Steven Purcell, ricercatore del Centro Nazionale di Scienze Marine della Southern Cross University (Australia), in uno studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society of Biological Sciences: «Le specie sono in grave pericolo su una scala geografica più ampia, in particolare nei Paesi a basso reddito dove la pressione della pesca è elevata e la gestione insufficiente». 

Ma a caccia dei cetrioli di mare oggi si va sempre più spesso anche in Italia: nel mar Adriatico, in Sardegna e nel mar Ionio. Numerosi sono stati i sequestri effettuati negli ultimi mesi: dal litorale di Alghero al porto di Brindisi. Nel mirino della Capitaneria di porto pescatori di frodo che, dopo ore di immersione, erano pronti a portare via tonnellate di oloturie: con destinazione la Grecia. È qui che per questi organismi inizia spesso una nuova «vita». Lavorati ed essiccati, vengono imbarcati alla volta di Hong Kong e della Cina, dove - come documentato a più riprese dalle autorità australiane, statunitensi e filippine - possono essere rivenduti a cifre considerevoli: fino a 600 dollari per un chilo. I cetrioli di mare, la cui pesca negli oceani avviene da secoli, vengono consumati sotto forma di minestre cotte in acqua di mare e poi passate in acqua dolce. O, in alternativa, fritti. In Oriente sono noti con il nome di trepang e non di rado li si trova nei buffet di feste e in banchetti ufficiali, come raccontato anche dall’ex senatore Pci Emanuele Macaluso in un’intervista su «La Stampa».

A RISCHIO ANCHE LE SPECIE ITALIANE  
In Asia il problema della pesca di frodo è noto da tempo. In Italia, invece la sensibilizzazione è cresciuta negli ultimi mesi, a seguito dei numerosi sequestri che hanno fatto temere una conseguenza in termini di biodiversità simile a quella che da tempo riguarda i ricci di mare, consumati pure sulle nostra tavole. Le razzie sono state documentate a livello fotografico, sulla testata locale «La Voce di Manduria». 

Per far fronte a questa emergenza, sul litorale orientale della provincia di Taranto s’è costituito il comitato “Salviamo le oloturie”, che ha lanciato anche una petizione sul sito Progress. L’appello risulta rivolto al ministro dell’Ambiente Gianluigi Galletti, al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e al sindaco del Comune messapico Roberto Massafra, affinché anche le istituzioni riconoscano questa nascente emergenza ambientale e decidano di «vietare la pesca di oloturie su tutta la costa», «sanzionare il traffico illegale del cetriolo di mare» e «realizzare un allevamento per consentire la pesca controllata». 

Twitter @fabioditodaro

Foto: Pixabay | CC0 Public Domain

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