Racconto | Purgatorio

  • Scritto da Luigi Citroni

Racconto inedito e completo da leggere il weekend sotto l'ombrellone o al fresco di un bosco, tutto per voi, i nostri lettori affezionati di IteNovas.com. Buona lettura!

PURGATORIO di Luigi Citroni

4 Aprile 1984

Amore mio, quando leggerai queste parole significa che infine ho preso il largo senza che tu potessi far niente.

Significa che le ombre del mattino hanno smesso di terrorizzarmi, e che non mi han fatto venir meno al proposito che duramente mi sono imposto di perseguire. Se così è stato, la mano imperterrita è riuscita a scrivere tutto ciò che la mente non ha saputo accettare per tanto tempo.

Potrai mai perdonarmi per questo? Troverai il modo per farlo?

È ormai più di un anno che ripeto queste domande a ciò che rimane di me stesso. Ma ogni giorno che passa capisco quanto siano destinate a rimanere senza risposta. Oppure essa è così scontata che pur di non coglierla preferisco non vedere. Preferisco convincermi del fatto che alla fine dei conti hai accettato di buon grado la mia natura.

Così penso ai tuoi occhi e al tuo viso impegnati nella lettura di queste parole, e non riesco a smettere di sanguinare, e provo angoscia, ansia e terrore.

Essi bussano come sempre alla mia porta, e senza chiedere permesso entrano e prendono posto da qualche parte al mio interno, ma devo ammettere stavolta non in maniera prepotente. Si sono accomodati come ospiti in un salotto, timidi e taciturni con mani giunte, sudate, sopra le ginocchia mosse da tic d’imbarazzo.

Mi convinco allora che il maestrale di questa mattina di primavera abbia mitigato la loro arroganza e la cosa mi dà pace, così da riuscire a voltare lo sguardo e osservare il mondo fuori dalla finestra. 

Sogno il mare ora al di là del vetro.

I miei occhi riflettono la sua luce mentre l’alba lo accarezza con garbo. Lo sento sussurrare i suoi segreti alla sabbia umida dove silenziosa riposa la mia barca.

È lì…riesco a vederla attraverso il tempo e lo spazio che placida sembra aspettarmi senza mettermi fretta. La osservo con attenzione e mi rendo conto di quanto sia fragile. Non resisterebbe a lungo in preda a una tormenta, il suo legno è talmente consunto che verrebbe spazzata via in men che non si dica così da rendere la sua dignità ai fondali sabbiosi.

La ricordi? Ricordi il suo cigolare cantilenante che cresceva e cresceva a ogni onda affrontata?

Io lo sento ancora. Lo sento a ogni passo che muovo lungo questi corridoi illuminati al neon. Mi sento crepitare proprio come lei a ogni mattonella. Sapessi però…qui da me non ci sono onde. Ogni sussulto è messo a tacere, ogni folata di vento viene schermata e il mare che conoscevo indomabile tra i suoi flutti, si riduce ad acqua stagnate. Putrida e puzzolente.

Per questo motivo rimango finché posso con il muso schiacciato alla finestra. Non voglio essere influenzato fino in fondo da questo posto. Quindi penso a te e alla nostra casa al mare.

Penso alla villetta bianca dai contorni blu, incastrata su un lieve crepaccio a picco sulla spuma delle onde. Penso al pergolato e al piccolo cortiletto. Alla veranda che profuma di iodio e a tuoi panni stesi che svolazzano e si spingono verso il cielo gonfi come le vele maestre di un vascello.

Ricordi anche tu? Eravamo così giovani…e io ti amavo così tanto che mi veniva quasi impossibile dimostrartelo.    

Che cosa è andato storto? Perché ora mi ritrovo qui e tu invece ormai e come se non esistessi più? Perché non ti muovi? Perché non cerchi di volgere il tuo sguardo verso me che sono andato troppo oltre? Mi hai abbandonato per caso? Oppure sono stato io a farlo?

È come se ti chiamassi in mezzo alla bufera dove il vento devia le nostre voci così che nessuno dei due riesce a sentire.

Ma io urlo, continuo a farlo a squarciagola da mesi ormai, e quello che rimane è il ricordo di quella notte passata a sperare che tutto finisse in men che non si dica.

Di quando dopo aver affrontato a muso duro la mia incapacità di stare in questo mondo mi hai chiesto di darci una possibilità e nascondere la nostra pazzia tra le rocce della baia.

Credimi se ora ti dico che io avrei voluto solo capire il perché di tante cose. Del motivo per cui cadiamo in quel limbo che la vita ci consente di vivere, tra passioni e amori per i quali soffriamo. E dunque io avrei voluto sapere perché non riuscivo a sopportare la mia sofferenza mentre tu nuotavi senza tregua lontana dalla riva. Avrei potuto chiedere aiuto, ma tu stessa mi esortasti a non farlo, poiché in ogni caso nessuno avrebbe mai veramente avuto il tempo per ascoltare.

Di quella notte ricordo di aver avuto paura del tuo respiro mentre dormivi, del tocco delle lenzuola sul mio corpo, dell’aria che passava attraverso le zanzariere, mentre spettri fino ad allora sconosciuti mi prendevano e mi portavano via.

Mi staccarono dalle tua braccia e mi trascinarono lungo i crinali tortuosi del mio animo.

Il respiro venne meno, una mano stretta alla gola bloccava ogni richiesta d’aiuto mentre dalle tenebre i miei incubi peggiori si fecero avanti.

Mi guardai allo specchio e vidi un corpo costretto in spasmi di dolore che sudava e tremava. Non ho visto nient’altro. Non ho visto anima, ne desideri, ne amore. Niente che potesse ricordare alla mia mente che quella riflessa era in fin dei conti l’immagine di un uomo con tanto di sentimenti.

Tutto quello che percepii e che ti mostrai in quella notte non fu altro se non il frutto del mio passato. O almeno credo, o almeno così mi hanno detto in questo posto. Ma non capisco se credere o meno a queste illazioni. Qui non fanno altro che rimandarmi alla mia infanzia trascorsa tra frustrazione e aridità dove il peso maggiore da sopportare era quello della propria inutilità. Ma questo mi chiedo ancora oggi cosa potesse centrare con te. Mi chiedo in che modo il mio non riuscire a districare la matassa della mia tristezza cosmica potesse avere influenze su di noi. Su ciò che io consideravo salvezza.   

Ma se dovessi ora ripensare alle tue mani tremanti che cercano di bloccare le mie insanguinate credo che forse mi sia fatto trasportare inconsciamente da ciò che è stato il prodotto del tempo.

Ricordo quella figura allo specchio ansimare sempre più forte, fin a che il vetro si ridusse a un cumulo di migliaia di pezzetti sparsi nel pavimento, conditi da copiose quantità di sangue che scendeva dalle mie vene passando per le nocche sbucciate.

«Nooo! Che cosa hai fatto?»

Un urlo disperato squarciò il silenzio ricordi? Era la tua voce ma non seppi riconoscerla. Mi venni incontro in lacrime tendendo le mani. Stringesti le mie incredula, cercando nei miei occhi qualche segno di trasalimento, ma non trovasti niente.  Fu allora che il mio cuore trovò il coraggio di frantumarsi. Quando le tue mani mollarono la presa e arretrasti senza nessuna intenzione di fermarti e parlare. Quando la paura infine vinse la guerra contro quello che credevi fosse amore.  I tuoi occhi carichi di terrore allora sconquassarono qualcosa che ancora resisteva in me, ma era troppo debole così che in pochi secondi il buio prese possesso di ogni cosa.

Chi si nasconde nell’ombra? Tu ne hai un’idea?

Chi tace e osserva in silenzio per poi sorprenderci appena cala la notte?

Chi ci guida nella nostra caduta?

Ho bramato risposte a queste domande per un tempo difficile da quantificare. Ho sofferto come un cane randagio cercando disperatamente la soluzione a questi enigmi, ma qualcuno o qualcosa, non so cosa, mi diede una risposta, mi suggerì chi fosse il colpevole da indicare senza timore in un aula di tribunale.

E allora intravidi l’ospite inquietante a ora tarda, in un cumulo di bicchieri lavati dall’alcool.

Ho creduto di averlo riconosciuto quando nell’oscurità i suoi occhi bruciavano come fiaccole mentre il resto del mondo si assopiva in silenzio.

È stato allora che ho visto le sue pupille squarciare il velo della realtà e sondare il mondo terrestre con una rabbia senza pari, mentre io rimanevo sepolto in un angolo dove incapace la luce non smuoveva molecole in subbuglio.

«È la paura» disse la voce «la tua paura. Quella che ti sta facendo pentire di essere nato. Quella che ti farà maledire i tuoi genitori per aver scopato quella notte, anziché farti morire in un fazzoletto, ciò che produce lagne che diventano il mio piacere, e che poi si tramutano in lacrime amare le quali sono la conferma che in questo mondo esiste giustizia. È la prova che in qualche modo è possibile trovare un ordine generale. Un ordine morale puro come la tempesta».

Al tempo non seppi ben definire quale fosse la sua natura, chi fosse a parlare ma ero certo si trattasse del Chi che ha tormentato la mia mente con domande di ogni genere. Ogni giorno. Poco prima dell’alba, quando la notte si palesa in tutto il suo cupo splendore.

Chi si nasconde nell’ombra amore mio?

Un urlo interruppe il frinire delle cicale.

Scappasti via da me che ormai persi il controllo.

Il sangue continuava a sgorgare e si insinuava nelle fughe delle mattonelle, e come affluenti di un unico grande fiume, si fecero strada lungo il corridoio oltre il bagno, fino al piccolo salotto dove tu in preda al panico mi imploravi di starti lontano.

Ricordo la porcellana che si frantumava in terra con un suono sordo e il legno dei mobiletti scelti con cura da te, squarciarsi come dei ramoscelli stuprati da un uragano.

In quel frangente nessuno ci avrebbe potuto salvare, la verità è questa. È stato il caso a farlo.

Allora capii che scegliesti di portarmi là, in quella casa al mare, perché forse sarebbe stato più facile placare la violenza scaturita dal vuoto di quella crisalide d’aria che dentro di me si accartocciava fino a sparire.

Mi dicesti durante il viaggio di andata che questa sarebbe stata l’ultima volta. Che se non fossimo riusciti a trovare una soluzione saresti stata costretta ad andartene.

Io ascoltavo quelle tue parole ma non capivo perché fossi così allarmata. Mi feriva tremendamente sentirti parlare in quel modo poiché pensavo fosse ingiusto. Mi chiedevo: «Ma cosa cazzo avrò mai fatto di male se non essere me stesso?»

Ora capisco sia stato proprio quello il male, ovvero essere l’unica cosa che potevo essere: un uomo incapace di esistere.

I tuoi singhiozzi sommessi si placarono in un istante catapultando l’interno dell’abitazione in un silenzio inquietante. Le lacrime scese impetuose come rapide attraverso i canyon, evaporarono dalle tue guance mentre con voce flebile mi imploravi di non ucciderti.

«Ucciderti?» mi chiedevo. «Ma come potrei mai fare una cosa del genere. Sei l’unica persona per la quale possa aver provato amore» ti dissi.

Ma non era abbastanza sentirmi pronunciare quelle parole. A ogni passo verso di te le urla riprendevano con un’intensità tale da stordire qualsiasi forma di vita. Mi lanciavi addosso tutto ciò che ti passava per le mani, mentre cercavo di spiegarmi. Volevo convincerti che non c’era niente di pericoloso in me. Ma la rabbia superava immancabilmente la mia pazienza e in un impeto che non riuscii a controllare, ricordo di aver distrutto tutto ciò che rimase del nostro soggiorno. Il tavolo, i divanetti, le lampade comprate dai mercatini nel lungomare, le mensole e ogni sorta di stoviglia nascosta dietro gli armadietti a vetro.

Tu rimasi impassibile. Non riuscisti più a muovere un muscolo. Sembrava aspettassi da un momento all’altro che la mia violenza si sfogasse su di te. Ma non successe mai.

- Aaaaah- sospirò allora la voce dentro me -proprio quello che volevo. È proprio l’odore che cercavo. Quello della paura che si trasforma in rabbia e che in un secondo diventa nuovamente paura. È un qualcosa di tangibile che si può persino leggere negli occhi. È il rassegnarsi alla consapevolezza di dovere morire come cani abbandonati alla catena. Niente impeto, niente passione ma terrore…quello che rende deboli. Vulnerabili. Queste parole vanno capite- disse-  ma delle mosche come voi non possono farlo. Grasse e fetide siete insetti infestanti e per questo è giusto affossare ogni componente proprio come il fuoco riduce foreste secolari a un pugno di cenere».

Rimasi fermo a guardarti per quasi un’ora stretto nelle mei spalle a impedirti il passaggio fuori dal soggiorno mentre la voce continuava a parlare.

«Dobbiamo ricominciare dall’inizio» dissi «dobbiamo ripartire dalle ceneri. È necessario bruciare tutto e riprendere a vivere e dimenticare ciò che è stato».

A quelle parole la tua anima si ridestò. Sembrava non volessi ciò che avevi appena sentito. Ma io uscì dalla stanza, andai in direzione della caldaia e presi una piccola tanica di benzina nascosta dietro la porta. Tu mi seguisti e mi implorasti di non farlo. Urlavi e urlavi e piangevi forse come mai nessuno ha fatto in questo mondo.

Io ti spinsi via, battesti la testa e rimasi immobile nel pavimento mentre svuotavo il contenuto della tanica su tutto ciò che un tempo ci apparteneva.

Credimi se ti dico che ho provato a resistere. Ho provato a non lasciarmi coinvolgere. Io non volevo fare quello che mi accingevo a fare, ma la voce era talmente forte e la testa iniziava a pulsare e sembrava dovesse scoppiare da un momento all’altro.

«E’ giusto così» diceva la voce «è giusto che voi siate l’esempio, non abbiate timore del fuoco. Sarete l’esempio. Risplenderete come stelle nell’oscurità. Sarete l’esempio per tutti».

Io piangevo, urlavo cercando di combattere contro me stesso ma la mano era ferma e con sicurezza svuotava la tanica senza esitare.

Una volta svuotata mi voltai verso di te per chiederti perdono per ciò che stavo per fare, ma grazie a Dio non c’eri più. In preda al panico allora ti cercai ovunque ma tu non c’eri.

Decisi allora di uscire fuori a cercarti e ti vidi illuminata dalla luna che danzavi sul pelo dell’acqua. Mi chiedesti di raggiungerti e io corsi verso di te ma qualcosa teneva fermo al suolo. Tu eri sempre più lontana, sembrava quasi mancasse qualcosa per poter infine arrivare da te. «Dobbiamo ripartire dalle ceneri. È necessario bruciare tutto e riprendere a vivere e dimenticare ciò che è stato» dicesti.

Allora feci quello che pensavo fosse giusto fare.

In pochissimo la casa prese fuoco. Le vampate si alzarono maestose fino a toccare il cielo e il fumo andò a coprire ogni stella nel cielo.

Rimasi immobile a osservare lo spettacolo fino a quando il silenzio calò sulle spoglie di un’abitazione purificata dalle fiamme.

Solo allora mi voltai e con una felicità ritrovata arrivai alla mia barca ormeggiata a poche decine di metri dalla casa, salì a bordo e presi il largo verso te che pian piano svanivi oltre l’orizzonte. Mi ritrovarono il mattino seguente alla deriva, in stato confusionale con gli abiti sporchi e puzzolenti di fumo e benzina, ma nessuno trovò te che ti muovevi come una libellula sfiorando le increspature del mare. Nemmeno io ti trovai e da allora non ti vidi mai più.

Solo oggi capisco che non eri tu, anche se spesso mi capita di pensare e se fosse stata veramente lei? E se tutto quello che ho visto fosse stato reale?

È passato un anno dal giorno, così ho deciso di riprendere il largo questa notte. Non mi lasceranno uscire da qua ne sono consapevole, ma non possono obbligarmi a stare fermo in porto se chiudo gli occhi e sogno.

Ora il mare inizia a incresparsi, troppe correnti affluiscono da una parte e dall’altra e il vento sembra favorevole.

Sto per entrare in una folta coltre di nebbia tossica.

Sembra venirmi incontro pattinando veloce sul pelo dell’acqua, ignara delle onde, sempre più vicina come se volesse racchiudermi in un abbraccio.

Amore mio, sto facendo esattamente quello che un tempo i nostri medici ci consigliarono. Sto andando in un posto dove tu non puoi seguirmi, un posto che non può essere sondato da occhio umano.

Credimi non ho paura di mettermi in mare stanotte, dovevo arrivare a questo punto, lontano da quello che sono stato nella terra ferma. Dovevo farlo per me e per te, così che non esistano più giorni passati tra urla e capelli tra le mani cercando di dare una spiegazione ai miei mali; in modo che non ci siano più sfuriate in preda al panico e crisi claustrofobiche mentre un velo di paura avvolge i tuoi occhi.

Oggi ho deciso di essere colui che non sono mai stato.  Voglio navigare attraverso mari tempestosi, raggiungerti e stringerti nuovamente a me, per chiederti perdono e per amarti come avrei voluto fare tanta tempo fa.

Ai marinai, alle onde e al sale. All’urlo dei gabbiani, a Calipso, alle sirene e a te va il mio canto di redenzione, di un amore perso tra le fiamme e non ancora ritrovato tra la delicata consistenza dell’acqua.

Foto: Pixabay.com | CC0