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Vini naturali, soltanto una moda o una vera scelta per aiutare l’ambiente?

  • Scritto da Effe_E

Cos’è il “vino naturale”? Non esistono ancora un disciplinare né una vera definizione condivisa, a differenza di quanto accade ad esempio per il biologico, ma il dibattito è aperto.

da La Stampa | di Filippo Pala

Bere vini naturali è un passo verso un mondo migliore. La dichiarazione, forse un po’ enfatica, viene dagli addetti ai lavori, produttori e distributori di questi vini senza additivi, ma se le promesse sui loro effetti per l’ambiente e la salute sono reali, un po’ di ragione forse ce l’hanno: non sarà il sol dell’avvenire di marxiana memoria, ma bere sano e sostenibile, in un paese che è il maggior produttore di vino al mondo, sarebbe comunque un bel passo in avanti verso uno stile di vita “verde”.

Ma cos’è il vino naturale? Non esistono ancora un disciplinare né una vera definizione condivisa, a differenza di quanto accade ad esempio per il biologico, ma il dibattito è aperto e il motto su cui sono tutti d’accordo è che “niente di aggiunto” sia la via maestra. Il naturismo enologico è anche di moda, fa tendenza e lo dimostrano i tanti appuntamenti ad esso dedicati, come “Artigiani del vino”, che si è svolto a Roma, organizzato con successo da S02 distribuzione, Arké di Francesco Maule e Articonnessione a due passi dalle Terme di Caracalla: la mattina dibattito e poi degustazioni offerte da 50 produttori (incluse quelle di champagne e altri vini francesi).

L’aspirazione dei 400 produttori del settore è di avere un disciplinare “più rigoroso” rispetto a quelli già esistenti per biologico e biodinamico, magari scritto a livello comunitario, con un processo che coinvolga i principali paesi produttori (oltre all’Italia, Spagna, Francia, Slovenia), supportato da criteri scientifici e capace di mettere nero su bianco le caratteristiche di vini che, per quanto diversi tra loro, escludono totalmente l’utilizzo di prodotti chimici e consentono anche il recupero di territori degradati dall’uso intensivo di pesticidi e altri prodotti di sintesi. 

Alcune pratiche di questi produttori sembrano da hippies del 21esimo secolo, come l’utilizzo per concimare di letame o silice conservato in un corno di vacca, oppure lo studio di un calendario Astronomico apposito per le lavorazioni del terreno, e tutta una serie di altri riti ispirati alle teorie antroposofiche di Rudolf Steiner: non mancano però studi più legati alla scienza tradizionale, come quello promosso da VinNatur (insieme a Vini Veri e Renaissance des Appellations la principale associazione di categoria) con ricercatori dell’Università di Udine e della Stazione sperimentale per la viticoltura sostenibile di Panzano in Chianti, per studiare i microrganismi del terreno e salvaguardare ecosistema e rapporto col territorio.

Sebbene i produttori di vini naturali siano i più “radicali”, e si vantino di usare come additivo solo l’anidride solforosa, e solo quando strettamente necessario, un confronto possibile per il settore è quello con il biologico, che ha avuto un vero boom negli ultimi anni, come spiegato nell’incontro della capitale da Francesco Giardina del Ministero dell’Agricoltura: il bio consente l’uso di ben 44 sostanze, ma inserisce una serie di restrizioni proprio per la solforosa, e nel 2013 ha raggiunto coi suoi vitigni un’estensione di quasi 70mila ettari in tutta Italia, rispetto ai poco più di 30mila del 2005. Giardina ricorda anche che nel 2014 i prodotti venduti nella grande distribuzione erano Bio per il 19%, con un exploit di vini e spumanti, in aumento addirittura del 91% rispetto all’anno precedente. Alba Pietromarchi della FIRAB (Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica) aggiunge che il 16,8% degli italiani tra 18 e 65 anni nel 2015 ha consumato vino bio.

Le prospettive per una crescita esponenziale dei vini naturali ci sono tutte, insomma, ma a gusto come siamo messi? Sicuramente somigliano più al vino del nonno che al prodotto delle grandi cantine, e comunque sono diversi dalla maggioranza dei vini commerciali che tendono, dicono i “naturisti” (come si autodefiniscono), ad un certo appiattimento sotto il punto di vista organolettico. Sicuramente è un gusto meno “pastorizzato” del solito, spesso con presenza di residui dovuti all’assenza di filtrazione. D’altro canto questi vini sono sempre più amati da una parte del pubblico, che li considera più bevibili e digeribili di quelli tradizionali: gli spumanti con metodo interrotto, i Sur Lie, i bianchi e gli orange (rosati), questi ultimi così poco diffusi tra i vini classici italiani, sono i punti di forza di questa tendenza. Ci sono anche rossi di grande tradizione come i piemontesi Ruché e Grignolino, che restano grandi vini anche se prodotti in modo naturale. Gli appassionati poi assicurano che il giorno dopo gli “effetti collaterali” della bevuta, dalla testa pesante al mal di stomaco, saranno molto più ridotti rispetto a quelli di un vino “industriale”.

Che il vino naturale, come tutto quello che ci porta verso un’economia sostenibile, sia parte di un “mondo migliore”, è quello che sostiene Alfonso Scarpato, tra i maggiori esperti di questi vini e presente a tutti gli appuntamenti che li riguardano: Scarpato non è d’accordo col concetto portato avanti dal regista americano Jonathan Nossiter nel suo film “Resistenza naturale“, secondo cui la viticoltura naturale in Italia sarebbe un atto di resistenza, ma pensa che questo sia un momento d’oro per i produttori naturisti, che vendono tanto ed esportano in paesi come Giappone, Canada e Danimarca. Non trascura però il lato “politico” della questione: infatti racconta spesso, davanti a un buon bicchiere, di come “Terzo, partigiano e minatore, che mi ha insegnato il vino, nonostante gli dicessero ‘mettici questo nella vigna che fai più uva... metti questo che si conserva meglio’ non ha mai utilizzato nulla. Da una parte perché questa roba costava molto e poi perché il vino gli veniva bene. E poi, se un anno gli veniva meno bene, era un anno più triste, così come deve essere in un ambito naturale delle cose. Naturale come la nostra curiosità, fonte del nostro accrescimento culturale”.

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