Come la guerra in Iran ha mandato la globalizzazione in coma profondo
Lo scenario internazionale, dopo l’allargamento dei conflitti in Iran e Libano, non è più quello di due settimane fa.
E mentre le fiamme si alzano sul Medio Oriente, il resto del mondo prova a barcamenarsi tra carenza di jet fuel, catene di fornitura intasate e un’inflazione che torna a fare paura.
La sintesi di questa nuova era? Da un lato, una Cina che cresce tranquilla come un diesel. Dall’altro, un’America che chiede a Ford e GM di produrre carri armati. E nel mezzo, un collo di bottiglia chiamato Stretto di Hormuz che rischia di strozzare l’economia globale.
La sorpresa orientale: Pechino non trema
Mentre gli analisti occidentali trattenevano il fiato, i dati sono arrivati chiari. La Cina ha registrato una crescita del 5% nel primo trimestre del 2026. Non un boom, ma un segnale di resilienza che ha spinto la direttrice dell’FMI, Kristalina Georgieva, a usare parole pesanti: “L’economia cinese dimostra una chiara resilienza. Quando la Cina va bene, ci sono ricadute positive per il resto del mondo”.
Pechino sta accelerando la transizione da fabbrica del mondo a locomotiva dei consumi interni. E in mezzo alla tempesta mediorientale, quella scelta strategica sembra un parafulmine perfetto. Mentre l’Europa trema per il gas e l’America conta i missili, la Cina cresce e basta.
Il pugno di ferro di Trump: sanzioni (e auto blindate)
A Washington, però, la musica è diversa. L’amministrazione Trump ha capito una cosa semplice: le guerre in Ucraina e Iran stanno prosciugando i magazzini militari a stelle e strisce. La soluzione? Chiamare Detroit.
Il Wall Street Journal rivela che il Pentagono ha aperto un canale diretto con i CEO di General Motors e Ford. Non per comprare SUV, ma per produrre armi. La linea tra industria automobilistica e complesso militare si sta assottigliando: i colossi dell’auto sono pronti a riconvertire le linee produttive. Perché quando le scorte di munizioni finiscono, persino un pick-up può diventare un carro armato.
Nel frattempo, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha chiuso il rubinetto: niente più sospensioni sulle sanzioni al petrolio russo e iraniano. Mosca, per bocca di Dmitri Peskov, fa spallucce: “Viviamo sotto sanzioni da anni. Abbiamo imparato a minimizzarne l’impatto”. Parole che sanno di resilienza forzata, ma che nascondono una verità: il Cremlino sta comunque vendendo il suo greggio, magari con navi ombra e sconti cinesi.
Lula contro il “signore della paura”
E mentre i grandi giocano a scacchi, il Sud del mondo alza la voce. Il presidente brasiliano Lula da Silva, in un’intervista a El País, ha liquidato Trump con una frase che farà il giro del mondo: “Trump non ha il diritto di svegliarsi la mattina e minacciare un Paese. Non è stato eletto per questo, e la sua Costituzione non glielo permette”.
Il leader brasiliano, che venerdì incontrerà il premier spagnolo Sánchez, ha definito “un gioco molto sbagliato” la politica estera della Casa Bianca. E ha chiesto elezioni libere in Venezuela, dopo il blitz dei Navy SEAL che hanno catturato Maduro. Un j’accuse diretto: “Quello che non può succedere è che gli USA pensino di governare il Venezuela. Non è normale, non ha posto in una democrazia”.
Il collo di bottiglia: Hormuz, il punto più pericoloso del pianeta
Ma la vera bomba (non ancora esplosa del tutto) è energetica. Fatih Birol, capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, è stato brutale: “C’era un gruppo che si chiamava Dire Straits. Oggi abbiamo uno Stretto (Strait) davvero disperato (Dire)”. Lo Stretto di Hormuz, parzialmente bloccato e trasformato in un “casello” a pagamento dall’Iran, sta facendo impennare i prezzi di benzina, gas ed elettricità.
Birol lancia l’allarme: i Paesi più esposti non sono quelli che sentiamo urlare di più. Sono i poveri: Pakistan, Bangladesh, buona parte dell’Africa e dell’Asia. Poi, lentamente, il contagio arriverà in Europa. Il primo segnale? “Presto sentiremo parlare di voli cancellati tra città A e città B per mancanza di jet fuel”.
Il mondo sta imparando a convivere con due conflitti caldi, sanzioni che vanno e vengono e un’America che si riarma chiamando i costruttori di pick-up. La Cina osserva e cresce. L’Europa trattiene il respiro. E Hormuz resta il colpo di pistola che nessuno può più ignorare.
La lezione di queste settimane è amara e semplice: la globalizzazione era già malata. La guerra in Iran l’ha messa in terapia intensiva.