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Data center nel Sulcis: la miniera abbandonata diventa fabbrica dell'AI. Ma in Sardegna c'è già la sete

  • Scritto da Effe_Pi

Il governo ha dichiarato il progetto Digital Vault Sulcis di "preminente interesse strategico nazionale". Investimento da 1,5 miliardi, 400 posti di lavoro. Eppure quella zona è già in grave crisi idrica. E nel mondo le proteste contro i data center crescono ovunque.


Cosa sta succedendo nel Sulcis

A cinquecento metri sotto Gonnesa, in provincia di Carbonia-Iglesias, ci sono i pozzi dell'ex miniera di Monte Sinni — la Carbosulcis — dove per un secolo si è scavato carbone. Entro il 2026 l'attività mineraria chiuderà definitivamente. E lì, al loro posto, dovrebbe nascere uno dei data center per l'intelligenza artificiale più importanti d'Italia.

Il 4 agosto il Consiglio dei ministri ha deliberato la dichiarazione di "preminente interesse strategico nazionale" per il progetto Digital Vault Sulcis. L'iniziativa muove un investimento di circa 1,49 miliardi di euro e comprende un data center con capacità fino a 30 MW, generando a regime una stima di circa 400 posti di lavoro tra occupazione diretta e indotto.

A portare avanti il progetto è Energy Vault, gruppo nato in Svizzera e quotato negli Stati Uniti, già noto per tecnologie innovative di stoccaggio energetico. L'idea è ambiziosa: un campus da 100 MW dedicato all'intelligenza artificiale, alle energie rinnovabili e al recupero delle competenze minerarie, che punta a riconvertire un sito industriale dismesso in un polo di infrastrutture digitali sostenibili.


Cosa sono i data center e perché sono ovunque

Prima di capire le polemiche, vale la pena spiegare di cosa si parla. Un data center è una struttura che ospita migliaia di server — i computer che elaborano e conservano dati. Sono il cuore fisico di internet: ogni volta che usi un'app, mandi un messaggio, fai una ricerca su Google o chiedi qualcosa a un'intelligenza artificiale, da qualche parte nel mondo c'è un data center che lavora per te.

Con l'esplosione dell'intelligenza artificiale generativa la domanda di questi impianti è esplosa. Ogni nuovo modello di AI — come quelli che alimentano ChatGPT, Claude o Gemini — richiede una potenza di calcolo enormemente superiore a qualsiasi applicazione precedente. Risultato: nel mondo si costruiscono data center a ritmi mai visti prima, e l'Italia non fa eccezione.


Il paradosso sardo: un data center in una terra assetata

Qui arriva la prima, grande polemica sul progetto del Sulcis. A luglio 2026 la Sardegna aveva dichiarato il bollino rosso proprio per il Sulcis, con il bollettino dell'Autorità di bacino che parlava di "grave crisi idrica". L'Alto Cixerri, il sistema di invasi che rifornisce il Sulcis Iglesiente, a fine ottobre 2025 tratteneva appena il 7,2% dell'acqua che potrebbe contenere secondo le prescrizioni di sicurezza.

Eppure è proprio in quella zona — in grave crisi idrica — che il governo ha scelto di dichiarare strategico un data center. Il decreto del governo autorizza un impianto "fino a 30 MW", ma l'azienda a luglio parlava di circa 20 MW nella prima fase e di un campus fino a 100 MW su dieci anni. Cifre diverse per la stessa opera, e non è un dettaglio: dietro quei numeri ci sono consumi energetici e idrici completamente diversi.

Energy Vault sostiene che il raffreddamento sarebbe garantito dalle caratteristiche naturali del sottosuolo minerario, evitando il consumo di acqua potabile. Ma i dubbi restano.


Perché i data center fanno paura: il problema mondiale

La polemica sul Sulcis si inserisce in un dibattito globale sempre più acceso. Secondo l'ONU, entro il 2030 il fabbisogno idrico dei data center sarà uguale a quello di 1,3 miliardi di persone.

Un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d'acqua al giorno — circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Per reggere l'enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi direttamente sulle bollette dei cittadini.

In tutto il mondo stanno proliferando cause giudiziarie e comitati contro l'insediamento dei nuovi server giganteschi. Un recente rapporto della London School of Economics ha fatto il punto sulle controversie legali avviate in 62 Paesi in materia ambientale: la nuova tendenza in rapida crescita riguarda proprio le opposizioni ai data center. Alle crescenti proteste si è unita anche Erin Brockovich, che ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini di tracciare l'espansione di queste strutture. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove un mastodontico progetto da 3 gigawatt è già stato travolto da proteste e cause legali.


La situazione in Italia: da Nord a Sud è scontro

A livello nazionale il 24 febbraio 2026 la Camera ha approvato il testo unificato della legge delega sui data center, poi trasmesso al Senato. La Lombardia ha approvato il 26 maggio 2026 la prima legge regionale italiana dedicata ai data center, che dà priorità ad aree dismesse e introduce criteri su energia, acqua e recupero del calore.

Le richieste di connessione alla rete presentate a Terna sono ormai "circa cento volte superiori alla capacità realmente installata", secondo l'Osservatorio data center del Politecnico di Milano. Un data center entra in funzione in due o tre anni, una linea elettrica nuova richiede molto di più.

In Sardegna il clima è già rovente su questi temi: l'isola è da anni al centro di polemiche per l'insediamento di grandi infrastrutture energetiche, dagli impianti eolici ai gasdotti. Il data center nel Sulcis rischia di diventare il prossimo capitolo di questa storia.


Le ragioni di chi dice sì

Non mancano, ovviamente, gli argomenti a favore. Il Sulcis è una delle aree più depresse d'Italia — alta disoccupazione, spopolamento, un tessuto industriale che si sta sgretolando con la fine del carbone. La presidente della Regione Alessandra Todde e l'assessore Emanuele Cani parlano di "passaggio storico": dopo anni di impegno il sito di Nuraxi Figus torna a essere un'opportunità, mettendo insieme sostenibilità, innovazione e lavoro.

400 posti di lavoro in una zona che ne ha disperatamente bisogno non sono pochi. La domanda è se il prezzo ambientale — in termini di acqua, energia e suolo — sia sostenibile per un territorio già in difficoltà.


La domanda a cui nessuno vuole rispondere

Il punto centrale della polemica è uno solo: può una regione in grave crisi idrica ospitare un impianto che, per sua natura, ha bisogno di grandi quantità di acqua e di energia per funzionare?

Energy Vault promette tecnologie di raffreddamento innovative, energia rinnovabile, zero consumo di acqua potabile. Sono promesse credibili? I contratti sono stati firmati? I posti di lavoro sono garantiti? Le risposte, per ora, non ci sono.

Nel frattempo, il governo ha già detto sì. E il Sulcis — terra di miniere, di lotte sindacali, di comunità che hanno già pagato un prezzo altissimo all'industria pesante — aspetta di capire se questa volta andrà davvero meglio.