Remigrazione, i suoi sostenitori hanno fatto entrare già un milione di stranieri senza lavoro
- Scritto da Effe_Pi

Il governo Meloni ha recentemente approvato il nuovo decreto flussi per il triennio 2026-2028, che autorizza l'ingresso in Italia di 497.550 lavoratori stranieri non comunitari: 164.850 per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.
Un numero in crescita rispetto ai 450.000 del triennio precedente. Eppure, proprio le forze di maggioranza che oggi aprono questi canali sono le stesse che da anni costruiscono la loro propaganda su una linea di chiusura verso l'immigrazione. Una contraddizione che diventa ancora più stridente quando si guarda a ciò che realmente accade sul territorio.
Come funziona (male) il meccanismo
Il decreto flussi dovrebbe consentire l'ingresso di manodopera "indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile". Le aziende presentano domanda per assumere lavoratori dall'estero, indicando un fabbisogno preciso. Una volta ottenuto il nulla osta, il lavoratore arriva in Italia e dovrebbe firmare il contratto di soggiorno.
Ma la realtà è molto diversa. I dati sono impietosi: nel 2024, su 146.000 quote programmate, solo il 16,9% ha portato alla richiesta di un permesso di soggiorno; nel 2025 la percentuale è scesa al 7,9%. Secondo il monitoraggio della campagna "Ero Straniero", nel 2024 solo il 7,8% delle quote si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili. In numeri assoluti: 9.331 domande concluse su 119.890 quote assegnate.
Il dramma dei lavoratori fantasma
Il cuore del problema è che l'attuale normativa non obbliga il datore di lavoro a presentarsi alla firma del contratto, né prevede sanzioni adeguate. Il risultato è che moltissimi lavoratori stranieri arrivano in Italia con la promessa di un'assunzione, spesso dopo aver pagato tra i 5.000 e i 10.000 euro ad intermediari senza scrupoli, per poi ritrovarsi in prefettura con un'azienda che non si presenta. Come raccontano i sindacati, "questi lavoratori si ritrovano senza niente, senza contratto e senza soldi". Le aziende che li hanno richiesti spesso "non sono necessariamente del territorio, hanno sede in altre regioni o province, difficilmente sono rintracciabili". In alcuni casi il datore di lavoro si presenta ma chiede altri soldi per la firma del contratto; in altri il contratto è fittizio e l'immigrato paga contributi di tasca propria per far figurare l'esistenza di un rapporto di lavoro. Il TAR Campania ha recentemente aperto uno spiraglio, concedendo il permesso per attesa occupazione a un lavoratore che, per ragioni esclusive del datore di lavoro, non era stato assunto. Ma si tratta di un'eccezione in un sistema che lascia migliaia di persone in una condizione di semi-regolarità.
Il paradosso politico
La contraddizione è sotto gli occhi di tutti. L'azione politica del governo è in contraddizione evidente con le dichiarazioni di chiusura all'ingresso di nuovi immigrati. Da un lato, la retorica anti-immigrazione alimenta le paure di una parte dell'elettorato e risponde a esigenze securitarie. Dall'altro, il governo vara decreti che fanno entrare quasi un milione di lavoratori stranieri in sei anni. È un governo che ha vinto le elezioni promettendo ai suoi elettori una linea molto rigida sull'immigrazione, ma che nei fatti deve fare i conti con la realtà di un mercato del lavoro che ha bisogno di manodopera.
Un sistema che genera irregolarità
Il paradosso più amaro è che proprio questo meccanismo – pensato per regolare l'immigrazione – genera irregolarità e alimenta lavoro nero e sfruttamento. Il sindacato denuncia che il sistema "è inefficiente e favorisce il malaffare invece che la buona occupazione". Il governo promette di ridurre il sistema del "click day" e di potenziare i controlli, ma la carenza di personale nelle questure e la lentezza delle istruttorie rendono difficile un monitoraggio efficace. Nel frattempo, i lavoratori stranieri continuano ad arrivare, spesso per scoprire che il lavoro promesso non esiste, e si trovano a vagare per il territorio senza documenti, senza diritti, in balia di chiunque voglia sfruttarli.
Conclusioni
Il decreto flussi del governo Meloni è lo specchio di una contraddizione profonda: si chiude la porta a parole ma si spalancano i cancelli nei fatti, e il cortocircuito tra retorica e realtà finisce per produrre proprio ciò che si dice di voler combattere – irregolarità, sfruttamento, immigrazione sommersa. Come scrive Avvenire, "segno che prima che un problema politico, l'immigrazione resta un problema culturale". Finché non si affronterà con onestà intellettuale il bisogno reale di manodopera del paese, e finché non si costruirà un sistema che garantisca davvero l'incontro tra domanda e offerta di lavoro, il decreto flussi continuerà a essere un paradossale moltiplicatore di irregolarità invece che lo strumento di immigrazione legale e controllata che dice di essere.