Catalogna: Puigdemont dichiara un'indipendenza congelata

Il presidente catalano in pochi secondi sgonfia la dichiarazione di indipendenza e invoca una trattativa, un "dialogo" che Madrid però non vuole.

Il D-day della Catalogna, il giorno della dichiarazione di indipendenza dalla Spagna, non c'è stato. O meglio, la dichiarazione unilaterale formulata da Carles Puigdemont, presidente della Generalitat, il governo catalano, è durata dodici secondi prima di sgonfiarsi e di essere declassata ad una generica dichiarazione d'intenti. “La Catalogna si converte in Stato indipendente in forma di Repubblica” ma “sospendiamo il diritto all'indipendenza alcune settimane per dialogare e abbassare la tensione”.

Cosa ha detto Carles Puigdemont: dalla decisione unilaterale al dialogo mentre si rompe la maggioranza

Il D-day inizia già nell'incertezza. La dichiarazione all'assemblea plenaria delle ore 18 viene rinviata di “almeno un'ora”, dicono dall'ufficio stampa della presidenza. È in corso una riunione dell'ultimo minuto tra i gruppi indipendentisti. I cronisti riferiscono che la Cup, uno di questi che sostiene la maggioranza indipendentista di 72 deputati, non sia d'accordo col testo della dichiarazione. “Viviamo un momento eccezionale. Le sue conseguenze vanno oltre il nostro Paese” – più di un'ora dopo sono queste le prime parole del discorso. Le dichiarazioni dell'Europa e le mosse del big business dei giorni precedenti spaventano. “Il conflitto tra la Catalogna e lo Stato spagnolo si può risolvere pacificamente”. L'appello è alle imprese, ai partiti e ai mezzi di comunicazione. Ma la piazza indipendentista ritira le bandiere e già serpeggia una certa delusione. Per Enric Juliana (La Vanguardia) il dialogo però non sarà possibile e la vita di questa maggioranza “ha le ore contate”.

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“Non sa dove va”: nell'incertezza Madrid chiude la porta al dialogo

Per Soraya Sánz de Santamaría la Generalitat “non sa dove va” e “con chi andare”, perciò la vicepresidente del governo chiede di rientrare nella legalità di un referendum “che non c'è stato”. Madrid rifiuta categoricamente la parola “indipendenza”, illegale per il Tribunale costituzionale e di rottura dell'unità dello Stato. E Mariano Rajoy si fa forte di essere “l'unico interlocutore” per le istituzioni europee, di un'Europa che considera la crisi catalana “un affare interno” alla Spagna. Nell'opposizione al Govern catalano intanto affila i coltelli la giovane destra liberista di Ciudadanos che pensa ad una possibile rottura della maggioranza e a raccogliere il malumore antireferendario (anche di piazza, quelle definite “unioniste”) in possibili elezioni anticipate. Nella (ex) maggioranza indipendentista le dichiarazioni portano immediatamente allo strappo con la Cup (il gruppo anticapitalista indipendentista) che così lascerà la giunta Puigdemont in minoranza per rilanciare la mobilitazione dei “difensori” del referendum. Mentre l'Assemblea nazionale catalana e Omnium, due grandi organizzazione indipendentiste (molto attive nel formare i cortei), hanno abbassato il tiro: “la migliore transizione possibile verso una repubblica catalana è una transizione negoziata”, hanno detto.

Un “coito interrotto”: la crisi catalana nella stampa internazionale

Il francese Le Monde porta l'attenzione sui militanti, scesi in piazza numerosi (forse 30mila) nei pressi del parlamento, che sono andati via delusi, alcuni sentendosi “traditi”. La disillusione per ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato, “un'occasione storica persa”. C'è chi chiede una “mediazione internazionale” perché l'Europa “non può più restare impassibile”. Diverse testate parlano di uno “scenario alla slovena”, che nel 1991 dichiarò l'indipendenza dalla Federazione yugoslava dopo una guerra di dieci giorni ma venne riconosciuto dalla CE, la Comunità Europea, solo un anno dopo. Per la Bbc “Madrid disprezza la dichiarazione d'indipendenza” e, dall'altra parte del mondo, il network australiano SBS sottolinea che il governo spagnolo esaminerà “tutte le opzioni” durante le negoziazioni per l'indipendenza della Catalogna.

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