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WORLD PRESS PHOTO: IMMAGINE E INFORMAZIONE

  • Scritto da Effe_Pi

Foto WPP 2013La fotografia come strumento sociale, per svelare e approfondire il nostro tempo e i suoi drammi.

Una forma d’arte che è al tempo stesso informazione, visto che apre letteralmente gli occhi su situazioni, vicine e lontane, di cui tutti i giorni apprendiamo dai media ma di cui visivamente sappiamo ben poco. A parole tanti italiani conoscono la situazione di Gaza, la guerra civile in Siria, il conflitto del narcotraffico in Messico, la situazione delle favelas brasiliane o la vita disperata delle prostitute alla periferia di Roma o nelle città della decadenza industriale statunitense.

Storie di cui sentiamo tutti i giorni, fino alla nausea, fino all’indifferenza, e che solo la focalizzazione visiva può tornare a rendere reali. Proprio la possibilità che ogni anno offre la mostra delle foto vincitrici del World Press Photo (WPP), esposte fino al 26 maggio al Museo di Roma in Trastevere. Il WPP è uno dei più importanti riconoscimenti per chi si occupa di fotogiornalismo, e da 56 anni vede una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, chiamata ad esprimersi su migliaia di partecipanti da tutto il mondo, che inviano le loro foto alla World Press Photo Foundation di Amsterdam.

Anche se la foto vincitrice di quest’anno, “Gaza Burial” dello svedese Paul Hansen, è sotto “indagine” perché sospettata di ritocchi non consentiti, il WPP non perde nulla del suo fascino e della sua forza espressiva, a tratti terribile. Chi visita la mostra si trova così davanti a collaboratori filoisraeliani uccisi a Gaza e trascinati in moto per la città, immagini di bombardamenti e bimbi morti e feriti in Siria, Palestina, Sudan, ma anche il dramma, geograficamente molto più vicino, di un’anziana coppia che lotta per sopravvivere all’Alzheimer, nel reportage “Mirella” di Fausto Podavini, italiano premiato per la miglior storia di “vita quotidiana”. Ci sono le “Migranti del sesso” stese su materassi nella campagna intorno a Roma, le stragi compiute dalle gang in Salvador, la tristezza dei bambini cinesi costretti dal lavoro dei genitori a crescere da soli e delle donne “Vittime di amore forzato”, ma anche la speranza rappresentata da chi alle stragi è sopravvissuto, dai bambini indiani che vanno a scuola anche sotto un cavalcavia, da chi cerca attraverso lo sport il riscatto e dalla forza della natura, rappresentata in bellissimi reportage sul pinguino imperatore o lo squalo balena.

Insomma, quelle stesse foto che come mezzo espressivo sembrano (all’apparenza) diventate banali, viste ovunque su web e giornali, realizzate da chiunque abbia uno smartphone, in una società che non conferisce sacralità alla qualità dell’immagine ma alla sua funzionalità puramente “commerciale”, qui recuperano la loro ragion d’essere, il loro scopo finale. Vale a dire, informare i cittadini e renderli consapevoli di ciò che li circonda, quasi che il bombardamento di news che ci rende indifferenti alle storie più drammatiche recuperi la sua giusta dimensione solo davanti al pugno in faccia dell’immagine: grande, esplicita, colorata e invadente.

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