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Calcio: violenza e razzismo da Olbia a Roma

  • Scritto da Effe_Pi

Nord LazioIn Gallura attaccato il pullman della squadra avversaria, nella capitale tifosi della Lazio espongono striscione filonazista.

Il calcio continua ad essere il catalizzatore del peggio della società italiana, dalla violenza al razzismo passando per la corruzione. A nulla servono gli ipocriti pianti di coccodrillo di tanti dirigenti e "addetti ai lavori", sempre pronti a prendere le distanze a fatto compiuto, magari dopo aver favorito per giorni la tensione intorno a un incontro delicato. Lo "sport più bello del mondo", o comunque il più seguito in Italia e Sardegna, è tale anche perché non è di per sé da buoni e nessuno pretende che lo diventi: una cosa però è lo sfottò anche pesante, lo sfogarsi in curva o sulle tribune dimenticando per due ore tanti altri problemi, altra è fare apologia di nazismo, aggredire la squadra avversaria mentre lascia lo stadio o favorire situazioni paramafiose di totale illegalità, come accade in molte curve col benestare di fatto delle società. Questo weeekend ha visto episodi da dimenticare anche in Sardegna, con l'aggressione ad Olbia del pullman della Lupa Roma, che stava lasciando il capoluogo gallurese dopo la vittoria per 5 a 1 nello scontro al vertice della serie D. Il comunicato della società capitolina dice che l’assalto è arrivato da "circa 20/30 tifosi incappucciati" che hanno lanciato "sassi, bottiglie di birra, pietre, bastoni ed ogni oggetto in loro possesso verso la fiancata sinistra del pullman".

Per fortuna non ci sono state gravi conseguenze, ma "vetri in frantumi, tanto spavento e un attacco vile e meschino che, da quanto ci risulta, non è la prima volta che accade. Ci si ferma alla caserma dei carabinieri, il traffico è rallentato e la Lupa Roma viene scortata fino all’aeroporto di Olbia con parte dei vetri che cedono": il club conclude chiedendosi retoricamente "e se le pietre avessero colpito al volto un giocatore o un dirigente della prima squadra della Lupa Roma? E se fosse successo qualcosa di irreparabile?". La società dell'Olbia 1905 ha preso subito le distanze, ma è la stessa che qualche giorno fa aveva organizzato una conferenza stampa per protestare contro i presunti torti arbitrali subiti nelle ultime gare, e anche oggi in molte cronache post partita, nonostante il rotondo punteggio si parla di "scippo" e di una partita condizionata dall'arbitraggio, con tre esplusi nelle fila della squadra gallurese e un gol inesistente convalidato ai romani.
Non è certo l'unico episodio negativo della domenica: maggiore visibilità, allo stadio Olimpico di Roma, ha avuto lo striscione filonazista esposto dagli ultrà della Lazio, non nuovi a uscite di questo genere. La scritta, esposta durante il match poi perso col Genoa, recitava «Il tramonto è rosso, l'alba dorata: Manolis e Yorgos presenti» ed era esplicitamente dedicato ai due nazisti di Alba Dorata uccisi il primo novembre ad Atene. Sono eventi frequentissimi, non solo nella capitale, dal recente "Ciao colerosi" esposto dagli interisti nella partita contro il Napoli a quelli con riferimenti ad Auschwitz, i forni crematori e gli zingari visti in molte altre curve italiane e non solo. Certo, non aiuta la sostanziale extraterritorialità degli stadi calcistici, dove è possibile fare impunemente molte cose per le quali, fuori dalla curva, si finisce "dentro" (una cella) e nemmeno la recente protesta di molte società di Serie A contro possibili squalifiche del campo per cori e striscioni inneggianti alla "discriminazione territoriale" (Milan in primis) sembra mostrare grande volontà di risolvere il problema.

Anzi, la violenza verbale e fisica si estende dalla Serie A a quelle minori, fino alle partite del dopolavoro: è di oggi la notizia che a Napoli un gruppo di sette persone è stato condannato per aver massacrato di botte Raffaele De Rosa, di 36 anni, in seguito a una lite dopo una partita di calcetto. Le pene oscillano tra otto e dieci anni, la lettura della sentenza ha visto scene di disperazione tra i parenti degli assassini e il giudice è dovuto uscire dall'aula scortato dai Carabinieri: De Rosa fu percosso a sangue con calci, pugni e mazze da baseball nel maggio 2011 a Casoria (Napoli); si recò in ospedale per farsi medicare, ma riferì di essere rimasto vittima di un incidente stradale e rifiutò il ricovero. La morte sopraggiunse alcune ore dopo e il motivo del pestaggio - come accertarono molto tempo dopo i Carabinieri - era stato il desiderio di vendetta del principale imputato, Salvatore Abbruzzese, condannato a dieci anni, che aveva litigato con Raffaele De Rosa ed il fratello di quest'ultimo dopo una partita di calcetto.

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